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Pandemie, sintomi di un pericolo annunciato da tempo

Foto: Kim Bundo

Per la prima volta nella nostra esistenza siamo chiamati a far fronte a un’emergenza sulla quale fatichiamo ad avere controllo e che rende palesi i limiti nel nostro sistema. L’ultima volta che l’umanità è stata confrontata con una pandemia di tali dimensioni era il 1918, con quella che venne chiamata influenza spagnola, che coausò la morte di 50 milioni di persone e all’incirca 500 milioni di contagi. Nella storia più recente ci sono stati altri episodi critici legati a malattie: l’epidemia di SARS tra il 2002 e il 2004, la pandemia d’influenza suina nel 2009, l’epidemia d’Ebola tra il 2014 e il 2016 che colpì principalmente l’Africa e i consueti ceppi influenza stagionali. Diciamo che abbiamo avuto la nostra bella parte di malattie epidemiche con le quali avere a che fare. Questi episodi potrebbero indurci a trarre una conclusione fallace, ovvero che, data l’esperienza accumulata nel passato, siamo pronti a gestire anche le pandemie più gravi. Non è andata così, e anzi, gli attuali risvolti dimostrano invece che lo spazio di miglioramento è enorme, in campo politico come in quello culturale.

Secondo la comunità scientifica la pandemia rappresenta una delle maggiori minacce per il genere umano. Si tratta di un gigantesco campanello d’allarme suonato da tempo. Tant’è, che personaggi illustri come Bill Gates, nel 2015 se ne uscivano con affermazioni del tipo :

L’epidemia di Ebola mi ha dimostrato che non siamo pronti per un’epidemia grave, un’epidemia più contagiosa e che si diffonderebbe più rapidamente di quella di Ebola. Questo è il rischio maggiore di un’enorme tragedia – Bill Gates, in un intervista rilasciata a Vox (2015).

In un articolo del 1990 su “L’antropologia delle malattie infettive”, Marcia Inhorn, del dipartimento d’antropologia della University of California, e Peter Brown, del dipartimento d’antropologia della Emory University, stimavano come le malattie infettive “abbiano probabilmente causato più vittime di tutte le guerre, le malattie non infettive e i disastri naturali messi insieme”. La data di pubblicazione, dimostra che questa minaccia non è recente, ma è un pericolo conosciuto da tempo. Perché dunque non siamo stati in grado di prepararci? Dall’ultima pandemia grave che interessò anche l’Europa, ovvero quella dell’influenza suina, son passati 10 anni: un lasso di tempo sufficiente per introdurre delle misure atte a contenere le future crisi sanitarie, verrebbe da credere. Oggi siamo costretti a convivere con la consapevolezze di non avere imparato la lezione. I vari governi mondiali non sono in grado di proporre delle soluzioni a lungo termine, occupati a cercare il consenso della popolazione. Non sono in grado di pianificare, perché pianificare significa fare cose che alla gente non interessa. Indipendentemente dal partito politico, sembra che la strategia più semplice sia di dire quello che la gente vuole sentirsi dire, ovvero che la colpa di ciò che succede vada ricercata negli altri, siano poi essi i partiti politici che non hanno chiuso subito le frontiere, quelli che non hanno chiuso subito i negozi, quelli che ci costringono a casa, quelli che non fanno entrare più gli stranieri o quelli che gli stranieri li vogliono ancora fare entrare o il runner sotto casa, che si sta facendo la corsetta da solo. Distogliendo per un attimo lo sguardo dall’argomento COVID-19, ma seguendo il percorso fin qui tracciato, vorrei ricordare che le pandemie non sono l’unico evento pericoloso che fa, o faceva a questo punto, paura agli scienziati: ce n’è uno ben più grande. Cosa si è fatto concretamente negli ultimi anni riguardo al surriscaldamento globale? Poco, decisamente poco, se non contiamo che la maggior parte della popolazione ha passato il tempo a deridere una bambina fattasi porta voce di un movimento che esprime la necessità di agire.

Foto: Jordan Beltran via Unsplash

Paradossalmente, oggigiorno, tutto viene percepito come falso allarme. Sembra quasi un caricatura della famosa favola di Esopo, Lo scherzo del pastore, con il pastore che grida “al lupo, al lupo”. Senonché gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica sono più che mai reali e il lupo si sta avvicinando inesorabilmente. Spesso viene prediletta l’inerzia. Proporre soluzioni a lungo termine è complesso. Questo non crea consenso nei cittadini. Le persone comuni non sono interessate a cosa succederà tra vent’anni. Noi vogliamo delle soluzioni ai problemi di oggi, evitando di riflettere se queste soluzioni siano più o meno compatibili con la realtà futura. Realtà ineluttabile, che lo si voglia o meno, perché i dati scientifici oramai sostengono sempre di più la tesi che se non agiamo oggi, in un futuro non saremo più in grado di porre rimedio. Come ci sta dimostrando la pandemia di COVID-19, reagire quando l’emergenza ci colpisce in pieno volto è troppo tardi. Gli effetti del riscaldamento climatico non sono qualcosa che potremo combattere chiudendoci in casa e applaudendo dalle finestre. Se c’è una cosa che questa emergenza deve insegnarci, è di essere più previdenti e prediligere un politica che non pensi unicamente ai prossimi quattro anni, ma che, proponga delle soluzioni che tengano conto degli sviluppi a lungo termine. Solo così possiamo tracciare una strada che ci porterà ad essere pronti quando l’emergenza colpirà, perché non si tratta più di un discorso di se colpirà, ma quando colpirà.

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