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Fashion Revolution con Lorena Girò

Foto: Lorena Girò

Mi chiamo Lorena Girò e fin da piccola il mio sogno era diventare una stilista. Ci sono riuscita ma al picco massimo di soddisfazione lavorativa mi sono resa conto che non era importante quello che facevo ma come lo facevo. Per questo motivo ho fondato rigo. 

Foto: Fashion Revolution Switzerland

Come hai capito che esisteva un’alternativa al fast fashion? C’è stato un evento o un fattore scatenante? 

Dopo l’accademia ho iniziato a lavorare per brand di alto livello e da subito ho abbandonato il fast fashion. Il sistema del fast fashion ha però molto influenzato il settore moda andando, secondo il mio punto di vista, a rovinarne l’autenticità. Dopo aver lavorato per più di dieci anni nell’industria della moda ho deciso di cambiare il mio stile di vita. Non mi è mai piaciuta la suddivisione del ricarico che veniva fatta. Ricordo ancora quando ho scoperto la percentuale che il brand ricaricava al costo del prodotto e stupita ho chiesto spiegazioni, la risposta è stata “con quello ci si paga anche il tuo stipendio”. La cosa mi aveva sconvolta perché non trovavo giusto che il mio tempo per progettare valesse più del tempo impiegato dell’artigiano per realizzare i nostri progetti. Ogni passaggio della filiera ha la sua importanza e va rispettato. Ho fondato rigo, il mio brand di borse, proprio per poter essere più fedele possibile al giusto equilibrio tra progettazione e realizzazione.

Cos’è per te la moda etica e come la esprimi nei tuoi capi? 

Una moda etica non deve unicamente focalizzarsi sul materiale, anche se tutto parte dalla sua scelta. Io per esempio lavoro la pelle e scelgo unicamente pellami di bovini destinati all’industria alimentare e trovo questa una scelta più etica di materiali che imitano la pelle ma sono sintetici e poco etici. Chiaramente  sono punti di vista diversi, è solo un esempio per comprendere com’è importante sapere e comprendere la provenienza dei materiali scelti. Per l’ultima collezione mi sono orientata verso materiali riciclati e più vegan friendly. L’overproduction (sovvraproduzione) è un altro problema spesso sottovalutato. Dovremmo chiederci se davvero abbiamo bisogno di tutto quello che produciamo. Con rigo preferisco presentare una capsule collection e lavorare ondemand, sarà il cliente a commissionarmi il prodotto in base ai colori scelti e alle richieste funzionali . 

Quali valori pensi debbano essere messi in pratica in quest’industria e come li integri nei tuoi capi?

Con l’uscita frenetica delle collezioni si è smarrita per strada la qualità e per me è lei il capostipite di ogni collezione. Qualità della materia prima, qualità nell’esecuzione e indubbiamente non si può avere tutto questo senza la qualità dell’impiego (condizioni di lavoro). Quando un mio prodotto è pronto per essere presentato al pubblico mi chiedo sempre “io lo comprerei?”, “vale il prezzo richiesto?” se la risposta è sì la mia creazione è pronta per essere scelta da qualcuno.

Quest’anno il tema della Fashion Revolution Week è la trasparenza, in che modo la esprimi nel tuo lavoro o nel tuo quotidiano? 

Per me trasparenza significa essere coerenti con le scelte fatte. Credo che spesso i colossi abbiano una trasparenza non così esplicita, ma se una t-shirt costa 5.- indubbiamente qualcuno ne pagherà le conseguenze. Trasparenza significa mostrare la qualità, che come dicevo prima non è unicamente la qualità della materia prima o del prodotto ma anche la qualità del lavoro. Con rigo la trasparenza parte dalla filiera, il fornitore non viene scelto unicamente in base al materiale ma devono avere la stessa visione, altrimenti sarebbe incoerente.

Quali sono i più grandi ostacoli che incontri nel mettere in pratica una moda più etica? 

Sarò ripetitiva ma anche per questa domanda mi devo collegare alla qualità e la qualità ha il suo prezzo e il prezzo è strettamente collegato alla quantità. Essere un piccolo imprenditore significa, a volte, non raggiungere i quantitativi minimi per poter accedere all’acquisto di materiali innovativi. Oppure viene applicato un sovraprezzo. Questo non sempre viene compreso da chi mette in paragone piccole realtà con colossi industriali, diventa quindi difficile far comprendere cosa c’è dietro, spesso si fermano davanti al prezzo che non è competitivo.

A cosa dovrebbe fare più attenzione un consumatore?

Il consumatore dovrebbe chiedersi chi ha fatto il prodotto, come è stato fatto e a quali condizioni, questo non solo per un’etica personale ma anche per capire la validità del prodotto stesso. Ma prima di tutto il consumatore dovrebbe chiedersi come vuole consumare ed esserne consapevole.

Un consiglio che chiunque può applicare fin da subito se vuole optare per una moda più responsabile?

#supportlocal. La moda etica parte dal nostro guardaroba personale e #buylesschoosewell ovvero compra meno e scegli meglio.

Uno slogan che ti rappresenta? 

“Se non sai cosa indossare, indossa un’opinione”. Ho coniato questa frase quando ho postato sul mio profilo instagram una foto mentre indosso una t-shirt di prodotta da un sito che stra-consiglio non solo perché producono T-shirt in modo etico ma anche perché ci sono molte ong e associazioni no profit che hanno disegnato cose meravigliose.

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