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Fashion Revolution con Jelena Sučić

Foto: Jelena Sučić

Sono Jelena Sučić e sono una delle coordinatrici del Ticino City Chapter di Fashion Revolution. Ho una formazione in Design Sistemico che si occupa di progettazione di strategie di transizione per economia circolare e mitigazione degli impatti dei processi produttivi applicando l’approccio sistemico.

Come hai capito che esisteva un’alternativa al fast fashion? C’è stato un evento o un fattore scatenante?

Non è solo una questione di fast fashion ma di metodologia di produzione e promozione. Avendo una formazione che parte dal design del prodotto, so che nella fase di progettazione già si possono vedere gli scarti che si creano nel processo e quindi gli impatti del prodotto stesso. Lo stesso vale per il marketing, in base agli obiettivi di comunicazione così si proiettano gli impatti sulla società. Rispetto allo sviluppo di un prodotto ingegneristico che ha dei tempi lunghi perché per ogni pezzo vanno adattati i macchinari di produzione, il settore della moda ha la predisposizione di potersi avvalere sempre delle stesse tecnologie per modellare. Ha la flessibile capacità di produrre un’ampia gamma di diversità in breve tempo solo cucendo tessuti nelle forme e colorazioni desiderate. In più ha il vantaggio che molte cose si possono lavorare anche solo manualmente e indipendentemente da un grande macchinario di produzione di massa.

Foto: Frank Cheng 

Dopo questa breve spiegazione dal punto di vista della fast production scalo giù al livello individuale e quindi alla fast consumption del fashion. Arrivo quindi a dirvi un evento scatenante nella mia vita. Ho vissuto un anno e mezzo in Cina a Shanghai e lì il fast ti investe da tutti i fronti e non solo nel fashion. Mentre ero lì non riuscivo a concepire l’idea di poter passare una vita intera in quella frenesia e mi sono confermata che non ho bisogno di consumare così tanto in quel modo. Per me ora la moda può essere solo uno strumento di espressione, trasmissione di messaggi, infatti, la funzione primaria del capo di coprire e tenere al caldo oggi si percepisce quasi superata. Non è più per l’effettivo bisogno che si compra ma per distinguersi. Il bisogno di distinguersi è nato con la cultura delle tribù che in base alle forme d’abito che i membri avevano stabilivano un certo ruolo diventando un linguaggio di riconoscimento come tra membri della stessa tribù e membri di tribù diverse.

Mentre adesso c’è cosi tanto, e cambi così frequenti che torniamo ad essere tutti uguali rendendo irrilevante il capo che indossiamo se non per il fatto che culturalmente dobbiamo essere vestiti. Proprio perché la mia identità, personalità in fondo non cambia così tanto e in fretta nel tempo, non vedo perché la moda debba essere così fast se continua così rischia di essere una gara a chi è il più strano svalorizzando così il buon senso della moda.

Cos’è per te la moda etica e come la esprimi nei tuoi capi?

Mi riaggancio alla risposta precedente, la frequenza dei cambi di capi nelle stagioni e collezioni causano anche sprechi e obsolescenza, creando quell’effetto estremo in alcuni casi di “’l’ho già messo una volta non posso più indossarlo” e la domanda sale se non li indossiamo più noi, chi li indossa e dove vanno a finire? C’è già una grossa fetta di responsabilità che va da subito ai produttori e designer in quanto già si creano le predisposizioni della vita del pezzo. Poi ci siamo anche noi consumatori a dover valutare/capire quanto riusciamo a valorizzare al massimo la vita del pezzo che stiamo per acquistare e quindi a chi e cosa andiamo a alimentare con risorse monetarie pagando. Quindi per me la moda etica è una moda lungimirante che già durante il processo di ideazione va a pensare e proporre la vita del pezzo dopo la/il prima/o indossatrice/ore. In merito a questo, mi è capitato di fare un progetto in questo senso, è stata la mia tesi di bachelor dove mi sono posta la domanda “okay creare ma dopo che ce ne stufiamo?”. Alla fine ho proposto un “gioiello solubile” sperimentando con una reazione chimica che ho iniziato durante un workshop svolto durante il mio semestre Erasmus in Germania. Quindi il concetto forte era l’abilità di dematerializzarsi del prodotto stesso. Adesso ho la mia collega Lorena entusiasta che mi sta spronando a lanciare un brand da questo progetto. Infatti è un concetto molto forte e adesso i tempi sono maturi per accoglierlo. Ho intenzione di farlo per inspirare ad uscire ogni tanto dalle proprie comfort-zones perché è necessario per attuare dei cambiamenti significativi. Quindi chissà magari avrò qualcosa di fisico da proporre per la prossima Fashion Revolution Week. Come consumatrice qualcosa che ritengo debba nutrire l’etica nella moda è anche il “non esagerare”.

Foto: Philip Lohrmann

Io stessa sono in un periodo di transizione cercando di sfruttare al meglio le risorse che ho nel mio armadio sto cercando di sviluppare delle strategie per mantenere vivo quel che ho, come l’abbinarci un accessorio per rinfrescare l’insieme dell’outfit del caso, anche perché purtroppo io mi affeziono ai miei capi e mi scoccia dovergli dire addio perché faccio fatica ad andare oltre e sostituirli.

Quali valori pensi debbano essere messi in pratica in quest’industria e come li integri nei tuoi capi?

Affinché si possano disegnare processi di transizione più etici per ambire a generare condizioni sostenibili continue, oggi occorre rigenerare la cultura del valore la quale non è basata solo sul soldo ma anche su altre risorse. Provo a proporre tre valori, sicuramente ce ne sono anche altri.

  1. Il rispetto e diritto di benessere della vita: l’industria del fashion tocca molte vite e non sono solo umane. Ogni vita umana è contestualizzata e interagisce con altri ecosistemi dove il sistema del fashion si integra con le proprie attività. Rispondendo alla domanda “come?” di queste attività si dimostrano il rispetto e il diritto di benessere considerato dall’industria del fashion instauratasi nel dato ecosistema.
  2. La moderazione: un bilancio tra tempo e quantità che consente di puntare sulla qualità e quindi alimentare il valore 1.
  3. Attenzione al lavoro locale all’origine e gli impatti globali che porta. Questo è la proiezione della somma dei primi due valori, che in breve sarebbe il senso di responsabilità. Ogni scelta all’origine provocherà degli impatti, di proporzioni sia piccole che addirittura globali. Magari anche degli effetti indesiderati, di cui non si ha acquisito consapevolezza delle possibilità sin dall’inizio, ai quali dovremo porre rimedio il quanto ci è possibile se ci riteniamo responsabili.

Questi valori li integro sempre di più anche nei miei capi, di quelli che ho, cerco di allungargli la funzione di vita il più possibile integrata alla mia o di qualcun altro che li possa ritenere utili. È un anno che non acquisto più capi eccetto per delle scarpe da ginnastica strategiche che sono andate a sostituire la funzione di un paio che stavo consumando da più di 5 anni e di scarpe comode con la zeppa flessibili per outfit sportivi-casual-eleganti. Di questo tipo non ne trovo più in giro, un paio che amo ancora e ho indossato quasi tutti giorni per più di due anni, ce le ho ancora lì nell’armadio.

Quest’anno il tema della Fashion Revolution Week è la trasparenza, in che modo la esprimi nel tuo lavoro o nel tuo quotidiano?

Innanzitutto la trasparenza è un mio principio per poter lavorare in modo efficace. Infatti, nel design sistemico c’è una forte componente di ricerca proprio per far trasparire la situazione esistente su cui si sta lavorando e le opportunità non ancora considerate dalla produzione locale da cui poter disegnare delle strategie e sistemi produttivi il più sostenibili possibile. La chiarezza sulla situazione è fondamentale, in quanto poi si va a lavorare su le relazioni e con la conversione di output (prodotti/scarti finali) in input (risorse) per attività sul territorio che ambiscono ad emissioni zero. La trasparenza è una caratteristica che secondo me da le fondamenta per instaurare della fiducia e quindi il volersi sostenere a vicenda in una relazione che sia fra persone, fra consumatori e produttori, produttori e fornitori etc. Con la sincerità si possono costruire cose con basi solide, se alle basi ci sono delle menzogne e ingiustizie più la costruzione cresce e più questa diventa instabile e quindi insostenibile. La sostenibilità è un’interdipendenza relazionale continua, senza trasparenza che porta fiducia come si può pensare di continuare in una forma sana per il sistema un qualsiasi cosa?

Quali sono i più grandi ostacoli che incontri nel mettere in pratica una moda più etica?

Nell’ottica di nuove acquisizioni sono principalmente due.

L’accessibilità di alternative che non mi debba creare da me come il processo di procurarmi i tessuti, disegnare/farmi copiare un capo e affidarmi alla sartoria. È un’alternativa che sto considerando sempre di più e un giorno spero di potermi creare le condizioni per poterlo fare in quanto richiede parecchio tempo e ricerca per trovare e riunire tutti gli elementi necessari. Intanto spero di ritrovare negozi dove sentirmi a mio agio ad acquistare, anche per una questione di taglie. Non mi riesce ancora l’acquistare vestiario online, c’è troppa scelta e le taglie sono sempre ambigue. Finché non provo non mi ci trovo.

La tracciabilità dei percorsi fatti dai capi per la lavorazione e il loro smaltimento. Quando mi è possibile cerco di optare per lavorazioni locali e quando posso sapere il percorso dei passaggi, meno passaggi ci sono meglio è perché già si riduce quello che è l’impatto in emissioni dei trasporti di logistica. Quando ho bisogno di acquistare un nuovo capo cerco sempre di optare per materiali di origine naturale e quindi biodegradabile. Quindi tessuti di poliestere e simili li evito per non contribuire ulteriormente anche al problema delle micro-plastiche nelle acque in quanto purtroppo è un materiale che una volta buttato non riesce ad essere riassorbito da nessun sistema produttivo.

 A cosa dovrebbe fare più attenzione un consumatore?

Foto: Fangzhou You

Riprendo il concetto del non esagerare. Come nei quantitativi di acquisti anche nel non arrivare a coltivare paranoie del genere “non faccio abbasta” per prevenire che certe cose accadano nel mondo. Uno dei valori è anche il rispetto e il diritto di benessere nella della vita come per gli operai nelle fabbriche e dei campi del tessile anche per noi. La moda è solo una parte della vita e spesso minima per noi consumatori. Non dobbiamo lasciarci travolgere. Dobbiamo trovare il modo di bilanciare le nostre azioni entro i limiti delle nostre capacità e ricordarci che lo sforzo che facciamo oggi non siamo gli unici a farlo. Ci sono tanti come noi, sempre di più ogni giorno che passa, più siamo e meglio è. Qui riporto uno dei principi che ho portato avanti con il mio progetto di tesi. Piccoli sforzi diffusi sono più durevoli che uno grosso concentrato in un punto, quest’ultimo è più facile che collassi se non supportato da nessuno al di fuori di sé stesso.

Un consiglio che chiunque può applicare fin da subito se vuole optare per una moda più responsabile?

Individuarsi degli indicatori con dei ragionamenti per priorità d’interessamento. In ottica di nuovi acquisti possono essere criteri come la provenienza, la tipologia dei materiali, le lavorazioni, se ci sentiamo a nostro agio da chi acquistiamo, etc. Quest’ultimo, per esempio, è molto importante per quello che è il sostentamento dell’economia locale e il relazionarsi come una comunità e instaurare rapporti di fiducia. Ma la cosa che possiamo fare soprattutto ora che siamo tutti chiusi in casa è di fare “l’inventario dell’armadio”. Una cosa in cui mi sono cimentata recentemente è di riparare quei capi a cui sono affezionata e che non so come sostituire se dovessi. Ho la macchina da cucire che mi ha regalato mia nonna entusiasta quando venne a sapere che facevo cucito a scuola. Lei era sarta e nel suo ultimo impiego cuciva filtri industriali. Non sono un asso, ma parti scucite le recupero a macchina. Un’altra strategia che voglio applicare sono forme di ricamo creativo per quei buchi che si manifestano dal nulla nelle magliette.

Uno slogan che ti rappresenta?

In questo contesto direi un classico Less is More! Perché siamo in un’era dove soprattutto in contesti urbani di vestiti ce ne sono fin troppi a disposizione. È un momento dove il cambiamento climatico non aiuta nel garantire una produzione di materia prima di fibre naturali/d’origine organica in quanto dipende dalle condizioni climatiche. Per poter capire come adattarsi e rigenerarsi ci vuole tempo e l’unico modo per dare tempo alle aziende e attività di tutta la catena produttiva è di ridurre la domanda da parte dei consumatori, riducendo la domanda si riduce la pressione di dover provvedere tutto subito e riducendo la pressione si guadagna tempo per adattare le strategie, le proporzioni, le qualità, etc. Se i consumatori non vogliono più la quantità in breve termine le aziende dovranno per forza puntare alla qualità più duratura producendo quantitativi minori per bilanciare i costi. Siamo noi consumatori a definire la domanda del mercato, quindi con le nostre scelte quotidiane definiamo anche il suo comportamento e l’attecchire delle proposte dei produttori.

Quindi invito tutti a riconoscere il valore delle proprie scelte e azioni, perché la maglietta di turno che acquistiamo prima di arrivare a noi è stata toccata da molti materiali, macchinari, furgoni e persone, e se non ci soffermiamo un attimo a pensare al come, il nostro acquisto non può indossare il suo vero valore J.

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