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Égalité, fraternité… ma la liberté?

Foto: Kim Bundo

Ogni giorno di più la libertà scricchiola sotto il peso del virus, che affonda colpi e al quale si è troppo spesso tentati di rispondere con il metodo più istintivo, ma non sempre ideale: la limitazione della libertà. L’opinione di Leandro.

In Francia, patria del celebre “liberté, égalité, fraternité”, la popolazione ha trascorso buona parte dell’anno rinchiusa in casa, senza il permesso di lasciare la propria dimora se non per fare la spesa o per situazioni di emergenza o necessità, da giustificare portandosi appresso un documento di autocertificazione. Adesso il Parlamento ha approvato una controversa legge sulla “sicurezza globale” che tra l’altro comprende un articolo che, secondo molti professionisti dell’informazione e Reporter senza Frontiere (ONG che promuove e difende la libertà di informazione) dissuade i giornalisti dallo svolgere il loro lavoro e li porta all’autocensura.

Come mai limitiamo le nostre libertà?

Dopo la disponibilità di cibo per nutrirsi e di vestiti per non morire di freddo, la sicurezza è l’altro bisogno fondamentale dell’essere umano. Se ci sentiamo minacciati quasi tutto passa in secondo piano fino a quando non riusciamo a ristabilire il tanto anelato senso di sicurezza, e la libertà non fa eccezione. Tutto ciò è comprensibile, anche perché se si vive nella paura non si riuscirà ad esercitare la propria libertà, quindi tanto vale restringerla temporaneamente, se questo serve a ristabilire la sicurezza.

Il problema

Il primo problema è che la restrizione della libertà deve essere proporzionata al grado di minaccia al quale siamo confrontati, anche perché una perdita di libertà può trasformarsi in una perdita di sicurezza, se è esagerata. Da questo punto di vista, molte delle reazioni alla pandemia sono quanto meno discutibili. Rinchiudere i Francesi in casa per dei mesi è stata veramente una reazione proporzionata alla minaccia del COVID? Io non credo. Macron in marzo ha parlato addirittura di guerra e i media in una moltitudine di paesi – Svizzera compresa – hanno talmente martellato con i loro bollettini – di guerra, appunto – che per gran parte della popolazione sono diventate digeribili delle restrizioni della libertà fino a quel momento inaccettabili e spesso sproporzionate. Questo è sicuramente il caso in Francia e in Italia, dove le misure anti-COVID causeranno dei danni (fallimenti, disoccupazione, indebitamento, povertà, solitudine, depressioni, spaccamento sociale, incremento della violenza domestica) ben peggiori di quelli generati dal virus, anche perché colpiscono ogni fascia di età e dunque si protrarranno nei decenni. L’aumento delle proteste, delle relative violenze e dell’estremizzazione sono la dimostrazione che restrizioni eccessive finiscono per compromettere pure la sicurezza che avrebbero dovuto garantire.

Immagine: Yann Caradec

Il secondo problema è straordinariamente riassunto dal nome di questa legge francese sulla “sicurezza globale”. Che bel nome! Come si può dirle di no? Ha un aspetto così rassicurante, come la calda sala con camino di un inviolabile castello, mentre all’esterno imperversa una bufera di neve. Il fatto è che è solo un’illusione, non esiste in realtà. La sicurezza “globale” non l’avremo mai, perché in fin dei conti per qualcosa dobbiamo morire tutti e rinchiuderci in un castello che col passare del tempo assomiglia sempre più ad una prigione renderà solo la vita miserabile. Tanto vale stare fuori dal castello e vivere bene, liberamente, cercando sì di limitare i rischi, ma senza illuderci di poterli eliminare.

Con questo non voglio dire che le restrizioni della libertà siano sempre e comunque inaccettabili, ma sostengo che esse devono essere proporzionate e respingo con tutte le mie forze l’illusione della sicurezza globale e la disponibilità a qualsiasi sacrificio pur di raggiungerla. Vive la liberté!

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