All posts by Giulia Petralli

Takeover di Risotto5fr

Ciao! Mi chiamo @risotto5fr e faccio disegni da un po’. Poi ho scoperto che in realtà si chiamano illustrazioni e che sono una cosa seria. Non ho la pretesa di essere serio, ma provo a fare del mio meglio in questo ambito. Queste illustrazioni sono il frutto di 3 mesi vissuti nei territori palestinesi della West Bank, occupati dalle autorità israeliane dal 1967. Buona visione, buona lettura.

“Nessuna cosa esiste dalla cui natura non segua qualche effetto”

(Spinoza, Etica, Prima Parte, Prop. 36)

Nel giugno di cinquantadue anni fa un’offensiva militare israeliana contro l’Egitto sancisce l’inizio della guerra dei sei giorni. Per la prima volta dal 1948, l’esercito israeliano entra nella Cisgiordania. Nel settembre dello stesso anno, il governo israeliano stabilisce Kfar Etzion, la prima colonia in quel territorio. Negli anni a seguire, vari altri terreni verranno confiscati per importanza strategica o storico-religiosa ed in seguito occupati da colonie. Tutto ciò è stato definito contrario al diritto internazionale dalla Corte Internazionale di giustizia e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, poiché viola l’articolo 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra [1]. Quest’ultimo articolo afferma che “La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato”. Alla fine del 2017, B’tselem contava 413’400 coloni israeliani abitanti dei 131 settlements approvati dal governo israeliano (escludendo Gerusalemme est) o dei circa 100 outposts, non ancora approvati dal governo. A questi, si aggiungono altri 209’270 coloni israeliani abitanti a Gerusalemme est [2].

Quali sono le conseguenze della presenza e della continua espansione delle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati? Queste illustrazioni vogliono mostrare come, una volta operata la scelta di occupare e trasferire parte della propria popolazione in un territorio terzo, ogni conseguenza si sussegue in una lunga catena di cause ed effetti.

“You show them that you’re the boss, you show that you control the place”

(Lieutenant, Armored Corps Reconnaissance Unit, 401st Brigade, Nablus Area, 2011)

“It’s to show that we aren’t going to let this pass quietly” (Nachal Special Forces, Nablus Area, 2014) [1]

Occupare e trasferire parte della propria popolazione in un territorio terzo, oltre che violare il diritto internazionale, non è un’operazione priva di rischi e resistenze. La popolazione locale agirà in modi differenti – violenti e non – contro i rappresentanti dell’autorità occupante e contro i cittadini appartenenti all’autorità occupante. Diverse sono le obbligazioni che l’autorità occupante deve seguire secondo il diritto internazionale [2]. Dal punto di vista dell’autorità occupante gli obiettivi sono due: garantire la sicurezza dei propri cittadini e disincentivare qualsiasi tentativo di resistenza della popolazione locale. Per perseguire questi obiettivi il diritto militare è applicato, da giugno 1967, alla popolazione palestinese dei territori occupati. Quali le conseguenze dunque del progetto di colonizzazione, dell’occupazione militare e dell’applicazione a del diritto militare unicamente alla popolazione palestinese residente su questi territori?

Secondo Military Court Watch, fino al 2016, sono almeno 760’000 i cittadini palestinesi (uomini, donne e bambini) che son stati detenuti dall’esercito israeliano e in alcuni casi perseguiti dal diritto militare. Molti di questi vengono arrestati in zone adiacenti alle colonie israeliane e talvolta detenuti all’interno delle stesse [3]. Secondo OCHAopt – unicamente a partire dal 2008 e nella sola West Bank – i morti civili palestinesi sarebbero 515, i feriti 50’778. I morti civili israeliani sarebbero 64 e i feriti invece 753 [4]. Queste sono le conseguenze civili dell’occupare e trasferire parte della propria popolazione in un territorio terzo.

“Thus with every breath they take, Palestinians breath in occupation”

(Hagai El-Ad, B’tselem executive director, remarks delivered to UN Security Council in New York on October 14, 2016).

Leggendo dell’occupazione immaginavo un’autorità, rappresentata dal suo esercito, che occupava una popolazione terza. Quest’immagine corrisponde alla realtà, ma non è la sola. C’è tutta una parte di occupazione che può risultare meno evidente ma non meno importante: l’occupazione economica.

Dopo la guerra dei sei giorni, l’autorità israeliana prese controllo – e lo fa tutt’ora – dei confini esterni dei territori palestinesi occupati. Una serie di politiche economiche vennero unilateralmente imposte nei territori per soddisfare gli interessi politici, militari ed economici dell’epoca del governo israeliano. La conseguenza dell’occupazione militare ha portato a quella che può essere descritta come un’integrazione economica imposta e incompleta dell’economia palestinese a quella israeliana [1]. La parte economica degli accordi di Oslo – ossia il protocollo economico di Parigi – non ha cambiato la relazione impari che vi è tra governo israeliano e autorità palestinese. L’autorità palestinese tutt’ora non ha alcun controllo sulle frontiere, sui porti aerei o marittimi, sulle licenze di importazione ed esportazione, sulla distribuzione d’acqua o di energia elettrica [2].

L’autorità palestinese e molti paesi o organizzazioni internazionali – fornitori di ingenti aiuti all’autorità palestinese stessa – sostengono che lo sviluppo dell’economia palestinese porterà alla risoluzione politica della questione palestinese. Per l’Institute for Palestine Studies quest’approccio mette il carro davanti ai buoi: non c’è indipendenza economica senza sovranità politica [2].

La conseguenza è che dopo 52 anni d’occupazione, economicamente parlando, i territori palestinesi dipendono interamente dalle volontà economica dell’autorità occupante [3].

“If the sky is clean, I can see the sea from where I live, but I can’t go there”

(cameriere al Adam 1890, Beit Jala)

Occupazione significa limitazione del movimento, a diverse gradi di intensità, per ogni cittadino palestinese. Le autorità israeliane controllano e limitano i movimenti di quest’ultimi fra i territori occupati, all’interno dei territori stessi, in Israele e all’estero. È importante rendersi conto che altri civili – coloni, cittadini israeliani o stranieri – abitanti degli stessi territori, non subiscono eguali limitazioni, hanno infatti piena libertà di movimento.

Secondo B’tselem, dopo l’inizio dell’occupazione i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza potevano viaggiare quasi liberamente, mantenendo più facilmente legami familiari, sociali ed economici, come pure legami religiosi o culturali con le bellezze del proprio paese. Dopo la prima Intifada, un cambiamento di politica venne effettuato dalle autorità israeliane, fu l’inizio di una politica restrittiva dettata da “permessi”. Per entrare a Gerusalemme Est o in Israele, come pure per muoversi fra Gaza e la Cisgiordania è necessario richiedere ed ottenere un permesso. Riducendo gradualmente questi permessi, le autorità israeliane limitarono sempre più il movimento della popolazione palestinese. Durante la seconda Intifada le restrizioni si fecero più severe e decine di checkpoint e centinaia di ostacoli vennero installati nei territori occupati. Al giorno d’oggi, B’tselem conta 98 checkpoints nella Cisgiordania. 59 di essi si trovano all’interno della West Bank, mentre che i restanti 39 – considerati essere punti di accesso a Israele – si trovano in realtà svariati chilometri all’interno dei territori palestinesi. A questi vanno aggiunti ostacoli fisici (come cumuli di terra, blocchi di cemento e segmenti recintati), i cancelli installati all’entrata dei villaggi, come pure checkpoint temporanei [1]. Infine, nel 2002, venne iniziata la costruzione della barriera di separazione: 712 km di rete metallica e muro, costruiti per l’85% all’interno dei territori palestinesi e considerati illegali dalla Corte Internazionale di Giustizia [2].

L’occupazione israeliana rende il movimento dei cittadini palestinesi e delle merci all’interno dei territori, fra i territori e all’esterno dei territori sgradevole, complicato, imprevedibile, e talvolta impossibile.

“It is indispensable for a fighting system to deny the humanity of the other side, otherwise how can you possibly kill somebody? He has family, he has hopes, he has fears, he has dreams… no, he has to remain vague – a target – not a person, not a human being”

(Avner, former IDF soldier, member of Combatants for Peace).

“Not rockets from Gaza, not ‘Iron Dome’, not F-16s, not tanks – will bring peace. Peace should mean security and independence for both countries. Let us live in peace and dignity, two peoples on this land” (Jamel, former Palestinian fighter, member of Combatants for Peace). [1]

Con queste illustrazioni ho cercato di mostrare alcune delle conseguenze dell’occupazione israeliana sui territori palestinesi. Senza pretese di essere esaustivo, ho voluto mostrare come una volta presa la decisione di occupare militarmente un territorio – trasferendovi parte della propria popolazione – le conseguenze illustrate si susseguono in una lunga catena di cause ed effetti. Un domino infinito che continua da 52 anni. Una volta spinta la prima pedina si può presupporre come si muoveranno tutte le altre. L’occupazione determina occupante e occupato a ruoli predefiniti, ripetibili all’infinito. L’occupazione deve giungere al termine. In primo luogo per il diritto dell’occupato a recitare il ruolo di una vita ordinaria. In secondo luogo per gli occupanti, quelli costretti ad applicare ordini, che questi ruoli non li vogliono più recitare. L’occupazione viola il diritto internazionale. L’occupazione è illegale. L’occupazione deve finire.

Posta delle lettrici: “ecco perché sciopero”

Ho pensato molto se scrivere o meno questo post ma alla fine ho deciso di farlo.

Tre anni fa tornando a casa da una serata sono stata aggredita: un uomo mi ha seguita nel portone di casa e avendo le cuffie non ho sentito nulla. Mi sono sentita afferrare e baciare con forza.
Il resto è confuso. Volevo urlare ma dalla mia gola non usciva nessun suono. Così ho iniziato a graffiare, picchiare, tirare calci. Il mio aggressore se n’è andato ridendo.
Il peggio non è successo, ma ogni volta che torno a casa da sola ci penso. Sono sempre stata dell’idea che bisogna denunciare, andare alla polizia ma una volta successo a me, la realtà mi ha investita. Alla polizia non ci volevo andare perché mi sentivo fragile e volevo solo dimenticare quanto mi era successo. Cosa più importante: non so minimamente che faccia avesse, se fosse bianco, nero, alto, grasso. Il mio cervello ha fatto un reset, i dettagli sono stati rimossi.

Oggi sciopero perché sono incazzata, perché mi è stata tolta a forza parte della mia sicurezza e libertà; perché non sono la prima ma purtroppo non sarò l’ultima se le cose non cambiano. Perché sono stufa delle battute sessiste, dei fischi per strada e dei commenti da cantiere; tutte cose che rappresentano la punta dell’iceberg della cultura dello stupro. Perché le donne che si sentono sole e spaventate devono sapere che sole non sono. Perché le frasi “se l’è cercata”, “era ubriaca” o “cosa indossava?” trasformano una vittima in un sospettato.

Ci siamo rotte le ovaie.

Soletta letteraria : incontro con Zerocalcare e Di Corcia

Fondate nel 1978 da un gruppo di scrittrici, scrittori e intellettuali svizzeri, le giornate letterarie a Soletta raggiungono quest’anno la 41esima edizione. Il Festival, durato dal 31 maggio al 2 giugno, si presenta come forum di scambio a livello elvetico. L’appuntamento permette infatti un dialogo e un momento di riflessione in cui confluiscono tutte le quattro lingue nazionali. E non solo: anche la presenza di autori internazionali è stato da sempre motivo di vanto del festival. Parlando in cifre, le 41 edizioni edizione hanno ospitato quasi 1200 scrittori e scrittrici. Presenti, quest’anno, anche diversi autori della Svizzera italiana, soprattutto donne. Un dato che non ha mancato di risollevare (tra l’altro a poche settimane dallo sciopero del 14 giugno) la questione del ruolo della figura femminile nel panorama letterario svizzero.

Queste premesse offrono una visione allettante per gli appassionati di libri. Ma non solo. Il primo giorno di giugno ho preso così il treno da Zurigo e in circa un’ora mi sono ritrovata davanti all’Info Point delle Giornate Letterarie. Sembrava l’inizio di una piccola avventura e lo è stato. Anche la meteo ha sicuramente aiutato a riempire le strade e i deliziosi bar lungo il fiume. Dalla stazione, mi incammino verso la città vecchia, incontrando bambini che corrono, coppie a manina, turisti un po’ sperduti. Qua e là vedo le grandi mappe che indicano i luoghi degli eventi letterari. Tra i vari posti pittoreschi segnati – il teatro cittadino, lo storico ristorante Kreuz, la Künstlerhaus e via dicendo – mi dirigo quindi verso il Landhaus. Questo enorme edificio, costruito nel 1722, era in origine un punto di deposito per il sale e per il vino. Qui avrei incontrato Laura Di Corcia e Zerocalcare.

Laura Di Corcia: In tutte le direzioni

Le giornate letterarie sono state anche l’occasione per conoscere autori della Svizzera italiana dei quali ancora non avevo letto niente. Soprattutto una donna, aggiungerei, visto che la mia lista contiene sei nomi e solo uno è femminile. Sono così andata a sentire la conferenza di Laura di Corcia, moderata dal giornalista,  critico letterario e poeta Yari Bernasconi.

Nata nel 1982 a Mendrisio, Laura si è laureata in lettere moderne all’Università di Milano e oggi lavora per diverse testate giornalistiche. Attenta al mondo contemporaneo, che descrisse in un’ intervista alla RSI,  come alienato ⎯ e in cui la poesia “ci sguazza” e “diventa resoconto di questo disorientamento” ⎯ esordisce in versi nel 2015 con la raccolta “Epica dello spreco(Dot.com Press). Questa prima opera esprime sia il disagio che la voglia di rischiare dell’autrice, riscontrati dopo gli anni universitari e in piena transizione verso il mondo del lavoro (precario e crudele).

Al Festival di Soletta ha presentato invece la sua seconda raccolta di poesie con alcune letture, commenti e confessioni. In principio intitolato “Traduzioni e microsimi”, la raccolta “In tutte le direzioni” (Lietocolle, 2018) tratta di vari temi. Uno di questi è la migrazione, raccontata dall’autrice in voce “noi”, perché, come ci spiega, “tutti siamo migranti”. Il titolo, ammette l’autrice, alla fine risulta essere “molto azzeccato” poiché riflette il contenuto, ma anche il formato stilistico delle poesie racchiuse. L’incontro è stato molto genuino, schietto ed emozionante. Non solo ha permesso di comprendere i testi insieme all’autrice stessa, ma ha anche mostrato il lavoro e le influenze che una raccolta del genere nasconde.

Zerocalcare: Macerie prime, sei mesi dopo

Che dire invece dell’incontro nell’immensa sala al secondo piano del Landhaus con uno dei più conosciuti fumettisti italiani? Per me è stata un’esperienza di vita: un “check” sulla lista “what to do before you die”. Oggettivamente è stato un incontro riassuntivo, interessante, ben ritmato dalle domande del direttore della Bao, casa editrice dei fumetti di Zerocalcare, Michele Foschini.

Come suggeriva il titolo della lettura, la presentazione di  Zerocalcare (Michele Rech all’anagrafe) doveva focalizzarsi su “Macerie Prime, sei mesi dopo” (Bao Publishing, 2018). Si è deciso invece, sì, di partire dall’ultima opera dell’autore, ma anche di riassumere e toccare temi e aneddoti che hanno accompagnato la maggior parte dei fumetti stampati fino a ora. Sono passati, infatti, ben sette anni dall’uscita del primo libro, “La profezia dell’armadillo” (Bao Publishing, 2012) dal quale è stato tratto recentemente un film. Partendo da Macerie Prime, fumetto che racconta la vita degli amici dell’autore, ma che rispecchia quella di molti ultra-trentenni italiani – e non solo, aggiungerei – tra precarietà del mercato del lavoro e la ricerca di un proprio ruolo nella società, si è discusso anche di alcuni retroscena di “Kobane Calling” e della traduzione in lingua tedesca di “Dimentica il mio nome”; fino ad arrivare ad alcune anticipazioni sul fumetto che uscirà ad ottobre “La scuola delle pizze in faccia del Dottor Calcare”. Quest’ultimo rientrerebbe più nell’ottica del percorso professionale del fumettista e delle situazioni da lui affrontate, a volte conflittuali, con gli attori della cultura denominata come “alta”.

La discussione ha mostrato varie sfaccettature dell’autore, ma anche la sua cura, coscienza per la contestualizzazione (soprattutto in Kobane Calling) e l’empatia, o meglio la ricerca di verità e fedeltà di rappresentazione delle emozione di coloro che li stanno vicino e di cui scrive. Il pubblico ha poi posto vari quesiti, toccando temi politici, identitari, tecnici. Zerocalcare ha risposto a tutti con molta disponibilità e chiarezza. Ha poi dedicato tre ore alla firma delle copie, con “disegnetto” incluso, sempre gentile e curioso verso ognuno dei propri fan.

Fuggire la grande città

Non posso poi lasciarvi senza fare un piccolo focus sulla città di Soletta, oggi conosciuta soprattutto per questo evento, ma anche per il festival del film.

Soletta si rivela una deliziosa cittadina bagnata dall’Aare. La sua storia sprofonda in antiche radici. Il nome Solothurn deriva forse da “Salodurum” per via del presunto fondatore celtico Salos (ma il sito della città rimane critico sulle fonti di questa storia). È poi denominata “Città degli ambasciatori” poiché residenza dei rappresentanti del re francese dal XVI al XVIII secolo. Dalla stazione si raggiunge il nucleo vecchio in dieci minuti a piedi. Qui si possono visitare diversi negozi, ristoranti, musei e bar. Ammirando dalla riva del fiume la bianca Cattedrale di Sant’Orso, costruita dall’architetto svizzero Gaetano Matteo Pisoni e completata dal nipote Paolo Antonio Pisoni, ci si sente già in vacanza.

Le giornate letterarie di Soletta vi hanno incuriosito? Non perdetevi il nuovo appuntamento il prossimo 20 maggio 2020!

Il significato aperto di una tragedia

Quella sera si gioca la finale di Coppa dei Campioni, Juventus – Liverpool, allo stadio Heysel di Bruxelles. È il 29 maggio del 1985, mercoledì. La città belga è un brulicare di maglie colorate rosse, bianche e nere:  i colori ufficiali di quelle che sono all’epoca due delle superpotenze del calcio europeo. La Juventus di Platini non ha rivali in Italia, neanche il Napoli di Maradona. Il Liverpool è una squadra vincente in patria e all’estero, ed è campione europeo in carica dopo avere vinto la Coppa dei Campioni  anche nel 1984, sconfiggendo un’altra italiana in finale, la Roma. Sullo stadio scelto viene sollevato qualche dubbio già prima della partita, dato che non sembra in grado di ospitare una finale così importante. Prima dell’incontro, poco dopo le sette di sera, la furia dei tifosi del Liverpool si abbatte sul settore Z, in cui sono invece presenti i tifosi italiani della Juventus e una parte di tifosi curiosi accorsi per vedere la sfida. Gli hooligan inglesi, forse per cercare una reazione dei tifosi italiani dati gli incidenti di Roma avvenuti l’anno prima, iniziano a caricare il settore Z e ne sfondano le reti divisorie: scoppiano dei tafferugli e delle risse tra inglesi e italiani. Il settore Z però non contiene il tifo organizzato juventino, che sta invece dall’altra parte dello stadio nei settori M, N e O. I tifosi italiani colpiti non vogliono quindi rispondere agli scontri e alle provocazioni, e cercano di fuggire verso una delle uscite laterali del settore, accalcandosi contro la rete e il muro di protezione. L’incredibile folla umana che si genera dalla fuga dei tifosi juventini comincia a mietere le prime vittime: qualcuno si ferisce con le recinzioni, altra gente si lancia dal settore Z per non rimanere schiacciata. Il muro cede e molti tifosi vengono schiacciati dalla calca umana. I telespettatori e i telecronisti non riescono a capire esattamente cosa stia succedendo: vedono gli scontri sugli spalti, osservano le inutili ronde della polizia a cavallo e si accorgono che molta gente sta scappando. La polizia verrà ricordata per la sua incredibile impreparazione, incompetenza e inefficacia: i battaglioni, durante gli scontri, si trovano a diversi chilometri dallo stadio. I poliziotti presenti prendono a manganellate i tifosi italiani che scappano invece da quelli inglesi, ostacolandone la fuga. Alla fine, più di due ore dopo l’assalto iniziale, viene ristabilito l’ordine. Bruno Pizzul, storico telecronista sportivo italiano, gela tutti i telespettatori italiani in ascolto: “i dati arrivano dalla UEFA e sono ufficiali: ci sono 36 morti, e la partita si giocherà”. Il bilancio verrà poi corretto a 39 morti e oltre 600 feriti.

LA PARTITA CHE (NON) SI DOVEVA GIOCARE

La partita viene giocata comunque, fra la rabbia dei tifosi juventini inferociti, scesi in campo per cercare vendetta, rimessi al loro posto dall’intervento delle autorità e dei giocatori della Juventus. È una partita noiosa e poco spettacolare, che gli stessi giocatori giocano con la coscienza sporca, con la morte nel cuore, senza una vera motivazione. All’inizio del secondo tempo Boniek, attaccante polacco della Juventus, viene steso fuori area. Viene fischiato un rigore inesistente, segnato da Michel Platini, criticato per la sua esultanza dopo il goal. La partita finisce così: Juventus 1 – Liverpool 0. I giocatori fanno il giro del campo con la coppa e le critiche non si placano.

Fonte: Rai

LE CONSEGUENZE

Mentre i giocatori della Juventus nei giorni successivi andranno a recare visita ai feriti negli ospedali e il Re Baldovino riceverà una parte delle vittime, la UEFA  e in particolare il governo inglese decidono di colpire il fenomeno hooligan: le squadre inglesi vengono squalificate dalle coppe europee a tempo indeterminato, anche a seguito di una tragedia avvenuta solo 18 giorni prima dell’Heysel, il disastro di Bradford. La squalifica durerà poi cinque anni, fino al 1990 per le squadre inglesi, e sei per il Liverpool, colpito tragicamente dall’ironia della sorte nella strage di Hillsborough del 1989, quando a soli quattro anni di distanza dagli eventi dell’Heysel 96 tifosi del Liverpool morirono in un incidente logistico  – stavolta imputabile principalmente alle forze dell’ordine – durante una partita in Inghilterra. Poche e flebili invece le condanne per i tifosi del Liverpool responsabili delle cariche contro il settore Z, anche per via del pessimo lavoro svolto dalla polizia durante quel tragico 29 maggio e per le difficoltà nell’identificazione dei colpevoli.

IL SIGNIFICATO APERTO DI UNA TRAGEDIA

Un giorno uno psichiatra, parlando dell’Heysel, disse che tutte le società umane hanno una quota non eliminabile di violenza; che gli umani per essa hanno valvole di sfogo, da qualche parte, per catalizzarla, per farla sgorgare in alcuni momenti catartici. Aggiunse che la cosa importante è chiedersi qual è il significato sociale di questa violenza: se essa aumenta effettivamente la violenza complessiva della società o se, invece, concentrandola in determinati momenti e luoghi la diminuisce. Sembra impossibile morire per una partita di calcio, eppure succede più spesso di quanto si crede, anche se forse troppo spesso ce lo dimentichiamo. Quella calda sera primaverile, a Bruxelles, giornalisti, tifosi, calciatori e telespettatori assistettero a un massacro in diretta: non morirono solo trentadue italiani, quattro belgi, due francesi e un irlandese. Ancora oggi, a distanza di più di trent’anni, chi ha vissuto quei momenti non sa cosa dire. Perché, quando, dove, come sia  potuto succedere. All’Heysel non sono morte solo trentanove persone, è morta per sempre l’innocenza del calcio, che non si è mai completamente redento, che non è stato aiutato da una giustizia pressapochista e inetta, che non ha mai capito veramente il perché di quella sera, di quello stadio fatiscente, il perché di quella partita giocata comunque. Una partita non trasmessa dalla televisione tedesca, trasmessa con immagini mute dalla televisione austriaca con una scritta in sovrimpressione: «Quella che stiamo trasmettendo non è una manifestazione sportiva».

‘Dolor y gloria’ di P. Almodovar: catarsi sul grande schermo

Per chi non conoscesse l’opera cinematografica di Pedro Almodovar il titolo di questo articolo potrebbe apparirgli esagerato, eccessivamente atteggiato. Per chi invece qualche grande pellicola del regista spagnolo l’ha già vista – pensiamo a Todo sobre mi madre (1999) e Volver (2006) giusto per citarne due – sa che un film di Almodovar è sempre un’esperienza artistica, ma soprattutto emotiva e, a tratti, catartica.

Catartica è sicuramente la pellicola, che il regista spagnolo ha portato in questi giorni al Festival di Cannes all’età di 70 anni con l’atteggiamento di chi la vita se l’è masticata a lungo e alla fine ha deciso di assaporarne solo il suo lato migliore. Dolor y gloria non è infatti il titolo di una storia epica, ma racconta una vita vissuta nella sua totalità, passando dagli eventi tristi a quelli felici, provando a sovvertire le crisi in possibilità di sviluppo ulteriore dell’essere, traendo dal proprio dolore la gloria, appunto.

Il film si concentra su un momento delicato della vita del grande regista spagnolo Salvador Mallo (sotto le cui mentite spoglie è evidente la sagoma di Almodovar), che a distanza di anni si trova al centro di un vuoto creativo, di una crisi, che per alcuni versi ricorda la situazione di partenza di quell’ 8 ½ felliniano che tanto ha influenzato il cinema del regista spagnolo. Il momento di crisi diventa qui il movente per ricostruire qualcosa, un tratto di quella singolarissima Weltanschauung mai del tutto messa a fuoco: in questo caso è l’infanzia e il ricordo del suo primo amore giovanile (finito male) ad accendere il genio di Mallo-Almodovar, che si trova costretto a fare pace con il suo passato e la sua sfera più intima. Il film diventa così una testimonianza aperta, sincera e a tratti commovente, che ci porta a riflettere sul nostro percorso, sul nostro dolore e sulla nostra gloria futuribile.

Tutto questo è condensato all’interno di un film dall’estetica semplice e raffinata – memorabili, quasi neorealistiche, le scene pittoresche nella città di Valencia – in cui a dominare è la semplicità, la grazia e la purezza, capace solo ai più grandi maestri. A tutto questo collaborano una scelta scenografica e uno screenplay al limite della perfezione e la sua capacità di esaltare le doti di due delle più grandi star spagnole del nostro tempo: Penelope Cruz (nei panni della madre Jacinta) e Antonio Banderas (nei panni di Mallo-Almdovar), finalmente ritrovato, dopo un periodo di smarrimento attoriale e capace di portare a casa il premio per la migliore interpretazione maschile. Ed è forse anche qui che Almodovar crea il capolavoro: questo non è solo il prodotto di una lunga vita, ma quella di una grande stagione cinematografica che, a discapito dei giudizi spesso troppo capricciosi di Hollywood, ha mostrato come il cinema spagnolo ed europeo non deve temere il confronto con l’industria cinematografica americana.

All’azione dei supereroi – oggi sempre più in voga ad Hollywood – Almodovar ha sempre scelto l’azione avulsa dei sentimenti – oggi sempre più nascosti nel marasma dei social e della cultura dell’istantaneità – e anche questa volta ha deciso di non tirarsi indietro. Niente gloria senza dolore, sembra suggerirci il regista spagnolo. La catarsi sul grande schermo è servita. (Buona visione!)

I figli della notte, un passo verso l’età adulta

Nell’ambito del cineforum «Zéro de conduite», organizzato in collaborazione col SEM Formation (Service Ecoles-Médias, DIP) al cinema del Grütli di Ginevra, è stato proiettato il lungometraggio “I figli della notte” di Andrea De Sica uscito nel 2016. Il film è stato seguito da una discussione sul tema della trasgressione, probabilmente uno degli aspetti centrali di questa pellicola.

L’azione si svolge in un collegio isolato in montagna in cui la figura degli educatori è un po’ ambigua e misteriosa: figure professionali di facciata ma nella realtà non aiutano veramente gli allievi. È in quest’ambiente di reclusione e ansia che Giulio e Edoardo, due studenti del collegio, sentendosi entrambi abbandonati, continuano a fuggire e a perseguire comportamenti ribelli. Una complicità nasce allora tra loro attraverso questi atti trasgressivi.

La questione della trasgressione si trova dunque al centro del film. I protagonisti scappano infatti  ogni notte per andare in una casa che hanno scoperto nella foresta. L’atto trasgressivo però si fa anche all’interno del collegio quando, ad esempio, i due giovani protagonisti esplorano luoghi e stanze proibite. Tuttavia, non è una trasgressione solo nel senso di contravvenire a un ordine o a una regola (dal momento in cui, almeno all’inizio, nemmeno gli educatori proibiscono queste “avventure”). Si tratta piuttosto di uscire da un certo quadro, di andare oltre i limiti di un luogo soffocante, ma anche di sé stessi.

Infatti, come l’ha indicato Olivier Rossi, responsabile pedagogico dell’insegnamento specializzato a Ginevra, “l’esplorazione dell’esterno è un’esplorazione di sé stessi”. Una scoperta che, sempre secondo lui, serve a diventare adulti. Per questa ragione occorre separarsi da un luogo che, in un certo senso, ci protegge dal resto del mondo per al contrario scoprirlo, affrontarlo e crescere. Trasgredire in questo senso significa quindi superare l’età dell’infanzia.

Questa definizione ci aiuta anche a capire perché l’adolescenza è l’età in cui si trasgredisce di più. È una fase di fragilità: quando non si conosce ancora sé stessi, non si sono stabiliti i propri valori ma si vuole già camminare con le proprie gambe. Allora si parte alla scoperta del mondo e alla ricerca di sé stessi attraverso le proprie esperienze, fuori da un luogo restrittivo. 

Tuttavia, possiamo chiederci se nella società attuale, che offre tantissimi divertimenti, un adolescente non potrebbe al contrario perdersi completamente. Una ricerca di evoluzione personale pare difficile a concepire in un mondo paradossale che instaura regole e che, nello stesso tempo, spinge sempre di più alla tentazione. La trasgressione degli adolescenti sembra dunque a doppio taglio, sopratutto oggi.

L’autore

Andrea De Sica è un realizzatore, uno sceneggiatore, ma anche compositore italiano, nipote del realizzatore Vittorio De Sica e figlio del compositore Manuel De Sica. Nonostante sia stato immerso nel mondo del cinema fin da giovane è comunque riuscito a sviluppare un proprio stile cinematografico. Vince il Nastro d’argento al miglior regista esordiente nel 2017 con I figli della notte.

Takeover di Arunà Canevascini

Ciao! Mi chiamo Arunà e sono una giovane fotografa ticinese. Questa fotografia fa parte della mie serie “Villa Argentina”.Questo lavoro è un’esplorazione visiva del rapporto che ho con mia madre, realizzato a casa nostra in Ticino.

Mia madre è un artista iraniana. Ha passato la sua infanzia a Teheran come una bambina solitaria; una condizione di isolamento e estraniazione che in un qualche modo si riflette anche nella sua vita da adulta.

Questo lavoro rappresenta la casa di Villa Argentina come il palco dell’ universo poetico di mia madre e come lo sfondo della disposizione poetico degli oggetti che ho creato per la macchina fotografica.

In questa solitudine creativa à deux, il progetto è il tentativo di esplorare temi come la vita domestica, la relazione con la femminilità e la questione della migrazione.

Dal momento che sono cresciuta in Svizzera, la cultura iraniana mi raggiunge solo come un’eco lontana.

Meno plastica è possibile

Mentre la plastica e gli imballaggi sono parte integrante dell’economia globale e offrono molti vantaggi, combinando ineguagliabili proprietà funzionali al basso costo, la loro catena del valore, basata sull’usa e getta, ne causa parallelamente notevoli svantaggi; sia in termini economici che ambientali.  Il nostro sistema economico segue, nei confronti delle materie prime, quattro redditizie e nocive regole: estrazione, lavorazione, utilizzo e scarto. Il tutto in tempi e costi stracciati. Le conseguenze sono note e nefaste: dall’esaurimento delle risorse naturali alla creazione di vere e proprie isole di rifiuti. Una catena di devastazione che si è massicciamente consolidata negli ultimi 50 anni, periodo in cui la produzione scellerata ha contributo all’ineluttabile deterioramento del nostro ecosistema.  Soprattutto nel caso della plastica, negli ultimi anni, è emersa con chiarezza la reale portata degli inconvenienti, ma ancora oggi sappiamo che in Svizzera solo il 25% della plastica viene riciclata.  Il resto o è incenerito oppure esportato. La colpa? Secondo i produttori è dei consumatori viziati, secondo i consumatori è dei produttori scorretti. Chi è senza peccato scagli la prima bottiglia in mare, diremo forse un giorno.

Oggi comunque, sempre più imprese e governi stanno riconoscendo la necessità di ripensare il sistema delle materie plastiche. Da una parte, alcuni interventi politici mirano a creare o inasprire le normative in materia; si pensi alla decisione dell’UE di vietare la produzione di plastica monouso. Dall’altra, anche alcune imprese si stanno mettendo in moto, transitando verso tecnologie più appropriate e conformi a un’economia del recupero (come Fater Spa, che possiede il primo impianto in grado di riciclare al 100% assorbenti e pannolini usati). I primi tentativi di transizione possono apparire modesti nel loro impatto e giocare in mercati di nicchia; nonostante ciò nei prossimi 15 anni la tendenza acquisterà un crescente vantaggio competitivo, e sarà accompagnata da un migliore consenso da parte dei consumatori e da costi (ambientali) sostenibili. In un mondo che sta raggiungendo i 9 miliardi di persone e in cui la concorrenza per impadronirsi delle ultime risorse sarà sempre più spietata, la selezione naturale favorirà chi sarà capace di adattarsi al cambiamento. Un cambiamento che oggi è ancora una scelta, ma domani diventerà una necessità.

In questo senso la petizione di WWF Youth sembrerebbe essere un intervento concreto e fattibile. Secondo i proponenti della petizione “il divertimento può essere ecosostenibile” e pertanto chiedono al Cantone e ai Comuni ticinesi di incentivare l’utilizzo di stoviglie riutilizzabili durante sagre, open-air, concerti e carnevali. Lo scopo, oltre a ridurre lo spreco di plastica, è quello di dare agli eventi un’impronta più ecologica e diminuire i costi per lo smaltimento dei rifiuti. Un sistema che funziona. Per esempio, l’edizione 2019 del Carnevale Nebbiopoli (Chiasso), ha già implementato il sistema riutilizzabile diminuendo dell’80% i rifiuti, così come i costi per la gestione degli spazi pubblici e la relativa pulizia.

Il giornalismo deve tutelare la democrazia o viceversa?

In un’intervista il giornalista Mark Bowden, autore di Black Hawk Down, il libro che parla della Battaglia di Mogadiscio – avvenuta nell’ottobre 1993 durante l’operazione UNOSOM II in Somalia – disse una frase che voglio ripetere hic et nunc: “il giornalismo gioca un ruolo importante in una democrazia”. Io penso la stessa cosa. Tradotta in termini più generali, questa frase per me significa che, in qualità di giornalista, una persona deve parlare e poter parlare di tutto quanto avviene in una democrazia, o laddove una democrazia sia coinvolta; anche quando va riportato qualcosa di brutale o scomodo. Se ciò non avviene, nasce automaticamente un problema. Le democrazie sono caratterizzate per la separazione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Quando uno dei tre influenza pesantemente l’altro (o addirittura lo controlla), non si può più parlare di democrazia: o nasce un regime autoritario, o peggio ancora una dittatura. Nei regimi autoritari e nelle dittature il quarto potere, quello mediatico (e quindi il giornalismo), viene soffocato completamente: esiste solo la stampa di regime e la censura affossa qualunque voce dissidente. Il giornalismo e la libertà di stampa devono essere liberi in una democrazia, devono essere accessibili e soprattutto venire protetti; certo, naturalmente si parla di giornalismo di qualità. Ciò che viene affermato dev’essere corroborato da fatti, documenti, con trasparenza. In un sistema democratico è attraverso l’attività giornalistica che si può informare un popolo riguardo a una votazione, un’elezione, o più semplicemente una questione, un problema, un fatto.

Recentemente è stata approvata la riforma sul copyright, all’interno della quale sono soprattutto gli articoli 11 e 13 a spaventarci, rei di porre un serio pericolo alla libertà di informazione su internet. Ancora più di recente è stato arrestato Julian Assange, 47 anni, australiano, cypherpunk e programmatore, giornalista e attivista australiano. Può risultare difficile considerarlo un giornalista, ma nel suo essere attivista ha sicuramente fatto attività giornalistica molto più di tanti presunti “giornalisti” che trattano solo temi superflui e marginali. M’interesso del suo caso da anni, e credo sia alquanto emblematico: si può non essere d’accordo con il suo metodo, ma difficilmente si può dissentire con il risultato finale. Assange è la prova più lampante che non è più il giornalismo a dover proteggere la democrazia. Durante il 2010 pubblicò diversi file segreti riguardanti la guerra in Iraq. Il 28 novembre 2010 iniziò la pubblicazione di documenti confidenziali e segreti principalmente appartenenti al Governo degli Stati Uniti d’America, sul sito Wikileaks da lui fondato (che non ha nessun legame con la Wikimedia Foundation che controlla Wikipedia). Dieci giorni prima che pubblicasse i 251’287 documenti non classificati, confidenziali e/o segreti della diplomazia statunitense, venne aperta un’inchiesta per una doppia accusa di stupro, commesso in Svezia (Assange non è mai stato ufficialmente imputato): la tempistica e la dinamica delle accuse possono lasciare qualche perplessità. Ad ogni modo non sono le accuse di stupro il problema, in questo caso – nessuno mette in dubbio che, se Assange avesse stuprato, dovrebbe pagare – anche perché in realtà la vicenda si è poi risolta con la prescrizione e l’archiviazione dell’inchiesta.

Fonte: Anonymous

Assange ha denunciato con la sua attività giornalistica, assieme a Chelsea Manning, la corruzione dei leader e dei governi democratici, i crimini di guerra in Iraq e in Afghanistan, i crimini sui prigionieri di Guantanamo, eccetera. Celebre, ad esempio, è il video Collateral Murder, in cui un elicottero statunitense spara su dei civili inermi (fra cui due giornalisti dell’agenzia Reuters) a Baghdad, uccidendoli, (il tutto mentre l’equipaggio rideva). Ed è qui che sorge il punto centrale di tutto. Ora Assange è sotto custodia e rischia un’estradizione negli Stati Uniti che per le sue attività potrebbe costare lui la pena di morte. Ma Julian Assange e Wikileaks non sono anti-Stati Uniti, anti-Russia o anti-Regno Unito, o anti-Qualsiasi altro paese. Sono anti-censura, per la trasparenza, per la libertà di stampa e informazione. Assange è l’emblema di un trend che si osserva da tempo non solo nei paesi non-democratici, ma anche in quelli democratici: i giornalisti vengono arrestati, estradati, rischiano la pena di morte e vengono pure uccisi, come dimostrano i casi del passato (Ilaria Alpi) e del recente (Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak). Nel 2005 i giornalisti uccisi in tutto il mondo sono stati 65, nel 2007 88, nel 2012 87, nel 2017 54, mentre diverse centinaia vengono imprigionati ogni anno. Dal 1992 solo in Europa ne sono stati uccisi più di 150, uno ogni due mesi: molti di loro avevano chiesto la protezione della polizia, ma la loro richiesta è stata ignorata. La cosa inaccettabile e ingiustificabile è che il (o la) giornalista viene considerato il criminale quando porta alla luce un comportamento scorretto o una barbarie, ma non viene condannato chi ha commesso il comportamento ritenuto illegale o illecito: questa è la fine della democrazia. È la canna della pistola appoggiata sulle tempie delle vittime, è un silenziatore che spara sul giornalista, sui diritti umani, la calata del sipario.

Il giornalismo è sotto attacco anche nel mondo occidentale, probabilmente come mai lo è stato dal dopoguerra. Si dà la caccia e si perseguita chi espone verità scomode (con una condotta che le rinforza, tra l’altro) e si cerca di evitare che ciò riaccada in futuro. Esporre la verità, però, non è mai stato un crimine: è anzi uno degli elementi che più di tutti ha portato le società a progredire e a migliorarsi, è una colonna portante della democrazia, ciò che ci ha permesso di abbandonare uno stato di conflitto continuo. Pensavo che fosse il giornalismo a proteggere la democrazia, con l’informazione, ma ora più che mai temo che sia la democrazia, e quindi il popolo, così come chi lo governa e dovrebbe rappresentarlo, a dover difendere il giornalismo. È ora che i governi occidentali prendano delle serie misure non per zittire, combattere e spedire in prigione i giornalisti, ma per difenderli, e per punire i colpevoli che si macchiano di offese, intimidazioni e attacchi nei loro confronti.

De Rosa, ma non dei giovani ?

Campagna fiacca, governo fotocopia, sinistra a rischio di estinzione. Alla vigilia del voto di domenica 7 aprile, sondaggi e commentatori erano concordi nel profetizzare un’elezione cantonale pronta a seguire le tendenze delle ultime tornate elettorali. Invece, le sorprese non sono mancate: la Lega si è scoperta un po’ più lontana dalla sua gente, la sinistra non è ancora tra le specie monitorate dal WWF, ma soprattutto anche in casa dello storicamente conservatore PPD si sa dare una bella mano di vernice fresca, utile per coprire delle spiacevoli macchie che nemmeno il Pardo locarnese avrebbe gradito.

Più lontani di tutti dal “rosacrociato”?

A Palazzo delle Orsoline giunge Raffaele De Rosa al posto di Paolo Beltraminelli, ma dell’omonimo colore nemmeno traccia: anche nella legislatura 2019-2023, nel Consiglio di stato ticinese non siederà nemmeno una donna. Un dato in netta controtendenza con la maggioranza dei governi cantonali e con il Consiglio federale, che proprio pochi mesi fa ha guadagnato un profilo femminile in più. I partiti in gioco per le poltrone hanno provato a inserire almeno una candidatura rosa in lista, ma la sensazione è che, con tutta la massima stima per la grande competenza delle candidate, il tutto si sia talvolta dimostrato un’operazione tattica. Prova ne è che solo in casa socialista Amalia Mirante ha cullato qualche ambizione di spodestare il ministro uscente, mentre, un po’ a sorpresa, nel PPD Alessandra Zumthor non è finita poi così lontana dal suo ex ministro, ma con un riscontro comunque lontano dal risultato di De Rosa. La visibilità mediatica offerta dalla lotta per un posto nell’Esecutivo ha d’altronde permesso a una giovane come Laura Riget (GISO) di mettere in mostra le sue qualità, valsele una brillante elezione in Gran Consiglio da debuttante.

Anche nella legislatura 2019-2023, nel Consiglio di stato ticinese non siederà nemmeno una donna. Foto: via Unplash


Proprio nel Legislativo troviamo però la nota positiva: la socialista sarà accompagnata da una delegazione rosa più ampia che mai, forte di 31 deputate, nove in più della precedente legislatura.  Da nomi di ritorno della vecchia guardia come Maddalena Ermotti-Lepori (PPD) e Anna Biscossa (PS), passando per – citiamo le più votate delle rispettive liste – le brillanti conferme di Natalia Ferrara (PLR), Amanda Rückert (Lega), Nadia Ghisolfi (PPD), Lara Filippini (UDC), fino a giungere a delle neoarrivate come Samantha Bourgoin (Verdi) e Angelica Lepori Sergi (MPS). Con loro, proprio il neonato movimento “Più donne”, autore di un rimarchevole exploit con due seggi conquistati (Tamara Merlo e Maristella Patuzzi), ma già sotto accusa. Se sia stato solo un titolo accattivante, che ha innegabilmente fatto presa senza bisogno di una grande campagna, sarà il prossimo quadriennio a raccontarcelo. Per il momento i numeri ci dicono che l’aumento della rappresentanza rosa è senz’altro d’accogliere in modo positivo, ma d’altronde 31 su 90 è ancora uno score ben lontano da quanto si potrebbe lecitamente auspicare. Per formare delle nuove Masoni-Pesenti-Sadis (scegliete la vostra preferita) servirà comunque tempo, ma la sensazione è che qualcosa si stia muovendo. Tuttavia restano emblematici alcuni preoccupanti esempi, come il fatto che al dibattito post votazioni andato in onda lunedì sera alla RSI vi fosse un consesso di uomini in giacca e cravatta: dai rappresentanti dei sei principali partiti ticinesi, ai moderatori. Insomma, come ci dice il gongolante neoministro popolare-democratico, “c’è da fare”.

Il semaforo progressista torna ad accendersi?

Dopo una serie di votazioni in cui il rosso a Palazzo delle Orsoline sembrava ridursi a lembo sgualcito di una bandiera ticinese lasciata troppo al sole (delle Isole di Brissago?), il colore caro ai socialisti pare riacquisire forza, ma declinato sotto varie sfumature. Lasciamo alla direzione del PS, raggiante per le tranquille e non scontate conferme di risultati, ragionare sull’inaspettato balzo in avanti dell’MPS e del Partito comunista, e ragioniamo sul fatto che, sommando i voti dell’area progressista, si arriva a una ragguardevole percentuale, capace di sopravanzare gli altri partiti. Chiaramente, lo stesso giochino si potrebbe anche fare al centro o sulla destra del parlamento, ma il 7 aprile ci racconta che i colori del semaforo, malgrado le polemiche sul Piano di Magadino, piacciono ancora ai ticinesi (e aggiungiamoci pure l’arancione del logo PPD, che ha perso un solo seggio). Parliamo però del colore verde: l’attesa onda di consensi non si è profilata su nessun lago ticinese, ma forse il risultato andrebbe letto comunque positivamente. Nel 2015 a trainare i Verdi del Ticino vi fu infatti una locomotiva come Sergio Savoia, mentre attualmente non vi è nessun profilo così noto e profilato e i consensi ottenuti sono da leggere come un incoraggiante sostegno alle sensibilità e idee del movimento ecologista. In fin dei conti nell’area rosso-verde, in vista delle federali del prossimo autunno, occorrerà solo prendere insieme il Tilo giusto, magari un bel RegioExpress.

Foto: Wikimedia Commons



“Faccio io, faccia lei, chi lo fa?”

Qualche considerazione va indubbiamente spesa per i due partiti al comando delle preferenze dei ticinesi. Alla luce dei voti per il Gran Consiglio, il PLR si scopre con agio il partito di riferimento. Nonostante la perdita di un deputato, complice il tonfo leghista, la squadra di Bixio Caprara occupa infatti 23 seggi, 5 in più della Lega dei Ticinesi. Certo, il proclama liberal-radicale per l’esecutivo era #facciamolo, ma la realtà dei fatti racconta che al confermatissimo Norman Gobbi non la si fa. La cura dimagrante del ministro leghista non ha toccato il barometro del suo gradimento, che salva la Lega malgrado il suo compagno di lista Claudio Zali sia forse incappato in qualche radar di troppo (LIA? Tassa di collegamento?). Dalle parti di via Monte Boglia ci si lecca le piccole ferite, mentre in casa PLR c’è comunque di che rallegrarsi per il successo del “giovane” rampante Alex Farinelli. Chissà che non sia in grado di togliere da solo le castagne dal fuoco ben presto. Non ci resta che augurarci che qualche buona castagna resti a disposizione di tutti i ticinesi, contenti o scontenti dell’esito delle urne.

E i giovani?

In parlamento siederanno in totale nove giovani. In questa categoria, con buona pace delle definizioni molto allargate di alcuni partiti, includiamo gli Under-30 e quindi, detto della più giovane neo-granconsigliera Laura Riget (’95), a Bellinzona rimarcheremo con curiosità la presenza di Andrea Censi (’92, Lega), Lea Ferrari (’91, PC), Sebastiano Gaffuri (’90, PLR), Cristina Gardenghi (’95, Verdi), Alessio Ghisla (’91, PPD), del confermato Fabio Käppeli (’94, PLR), Fabrizio Sirica (’89, PS) e Stefano Tonini (’91, Lega). Nulla da fare per l’uscente Nicholas Marioli (Lega), ma in Gran Consiglio ne avremo comunque per tutti i gusti. I numeri, un decimo del totale di posti a disposizione, non sono certamente da capogiro considerata l’ottima preparazione dimostrata da altri giovani candidati rimasti a secco, ma i riscontri ottenuti nella corsa al Governo da Gaffuri, Sirica, Riget lasciano ben sperare. Bocciata invece la lista “Spazio ai giovani”. A loro, il nome non è evidentemente bastato a fare da traino elettorale. Il politico piace un po’ più rosa forse, ma deve ancora essere di grande esperienza.