Cultura | 21.06.2019

Takeover di Risotto5fr

Text by Risotto5fr | Photos by Risotto5fr
Tink.ch offre la possibilità a giovani ticinesi di mostrare le proprie illustrazioni, immagini, fotografie e/o opere attraverso un takeover.
Immagine: Risotto5fr

Ciao! Mi chiamo @risotto5fr e faccio disegni da un po’. Poi ho scoperto che in realtà si chiamano illustrazioni e che sono una cosa seria. Non ho la pretesa di essere serio, ma provo a fare del mio meglio in questo ambito. Queste illustrazioni sono il frutto di 3 mesi vissuti nei territori palestinesi della West Bank, occupati dalle autorità israeliane dal 1967. Buona visione, buona lettura.

«Nessuna cosa esiste dalla cui natura non segua qualche effetto»

(Spinoza, Etica, Prima Parte, Prop. 36)

Nel giugno di cinquantadue anni fa un’offensiva militare israeliana contro l’Egitto sancisce l’inizio della guerra dei sei giorni. Per la prima volta dal 1948, l’esercito israeliano entra nella Cisgiordania. Nel settembre dello stesso anno, il governo israeliano stabilisce Kfar Etzion, la prima colonia in quel territorio. Negli anni a seguire, vari altri terreni verranno confiscati per importanza strategica o storico-religiosa ed in seguito occupati da colonie. Tutto ciò è stato definito contrario al diritto internazionale dalla Corte Internazionale di giustizia e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, poiché viola l’articolo 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra [1]. Quest’ultimo articolo afferma che «La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato». Alla fine del 2017, B’tselem contava 413’400 coloni israeliani abitanti dei 131 settlements approvati dal governo israeliano (escludendo Gerusalemme est) o dei circa 100 outposts, non ancora approvati dal governo. A questi, si aggiungono altri 209’270 coloni israeliani abitanti a Gerusalemme est [2].

Quali sono le conseguenze della presenza e della continua espansione delle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati? Queste illustrazioni vogliono mostrare come, una volta operata la scelta di occupare e trasferire parte della propria popolazione in un territorio terzo, ogni conseguenza si sussegue in una lunga catena di cause ed effetti.

«You show them that you’re the boss, you show that you control the place»

(Lieutenant, Armored Corps Reconnaissance Unit, 401st Brigade, Nablus Area, 2011)

«It’s to show that we aren’t going to let this pass quietly» (Nachal Special Forces, Nablus Area, 2014) [1]

Occupare e trasferire parte della propria popolazione in un territorio terzo, oltre che violare il diritto internazionale, non è un’operazione priva di rischi e resistenze. La popolazione locale agirà in modi differenti – violenti e non – contro i rappresentanti dell’autorità occupante e contro i cittadini appartenenti all’autorità occupante. Diverse sono le obbligazioni che l’autorità occupante deve seguire secondo il diritto internazionale [2]. Dal punto di vista dell’autorità occupante gli obiettivi sono due: garantire la sicurezza dei propri cittadini e disincentivare qualsiasi tentativo di resistenza della popolazione locale. Per perseguire questi obiettivi il diritto militare è applicato, da giugno 1967, alla popolazione palestinese dei territori occupati. Quali le conseguenze dunque del progetto di colonizzazione, dell’occupazione militare e dell’applicazione a del diritto militare unicamente alla popolazione palestinese residente su questi territori?

Secondo Military Court Watch, fino al 2016, sono almeno 760’000 i cittadini palestinesi (uomini, donne e bambini) che son stati detenuti dall’esercito israeliano e in alcuni casi perseguiti dal diritto militare. Molti di questi vengono arrestati in zone adiacenti alle colonie israeliane e talvolta detenuti all’interno delle stesse [3]. Secondo OCHAopt – unicamente a partire dal 2008 e nella sola West Bank – i morti civili palestinesi sarebbero 515, i feriti 50’778. I morti civili israeliani sarebbero 64 e i feriti invece 753 [4]. Queste sono le conseguenze civili dell’occupare e trasferire parte della propria popolazione in un territorio terzo.

«Thus with every breath they take, Palestinians breath in occupation»

(Hagai El-Ad, B’tselem executive director, remarks delivered to UN Security Council in New York on October 14, 2016).

Leggendo dell’occupazione immaginavo un’autorità, rappresentata dal suo esercito, che occupava una popolazione terza. Quest’immagine corrisponde alla realtà, ma non è la sola. C’è tutta una parte di occupazione che può risultare meno evidente ma non meno importante: l’occupazione economica.

Dopo la guerra dei sei giorni, l’autorità israeliana prese controllo – e lo fa tutt’ora – dei confini esterni dei territori palestinesi occupati. Una serie di politiche economiche vennero unilateralmente imposte nei territori per soddisfare gli interessi politici, militari ed economici dell’epoca del governo israeliano. La conseguenza dell’occupazione militare ha portato a quella che può essere descritta come un’integrazione economica imposta e incompleta dell’economia palestinese a quella israeliana [1]. La parte economica degli accordi di Oslo – ossia il protocollo economico di Parigi – non ha cambiato la relazione impari che vi è tra governo israeliano e autorità palestinese. L’autorità palestinese tutt’ora non ha alcun controllo sulle frontiere, sui porti aerei o marittimi, sulle licenze di importazione ed esportazione, sulla distribuzione d’acqua o di energia elettrica [2].

L’autorità palestinese e molti paesi o organizzazioni internazionali – fornitori di ingenti aiuti all’autorità palestinese stessa – sostengono che lo sviluppo dell’economia palestinese porterà alla risoluzione politica della questione palestinese. Per l’Institute for Palestine Studies quest’approccio mette il carro davanti ai buoi: non c’è indipendenza economica senza sovranità politica [2].

La conseguenza è che dopo 52 anni d’occupazione, economicamente parlando, i territori palestinesi dipendono interamente dalle volontà economica dell’autorità occupante [3].

«If the sky is clean, I can see the sea from where I live, but I can’t go there»

(cameriere al Adam 1890, Beit Jala)

Occupazione significa limitazione del movimento, a diverse gradi di intensità, per ogni cittadino palestinese. Le autorità israeliane controllano e limitano i movimenti di quest’ultimi fra i territori occupati, all’interno dei territori stessi, in Israele e all’estero. È importante rendersi conto che altri civili – coloni, cittadini israeliani o stranieri – abitanti degli stessi territori, non subiscono eguali limitazioni, hanno infatti piena libertà di movimento.

Secondo B’tselem, dopo l’inizio dell’occupazione i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza potevano viaggiare quasi liberamente, mantenendo più facilmente legami familiari, sociali ed economici, come pure legami religiosi o culturali con le bellezze del proprio paese. Dopo la prima Intifada, un cambiamento di politica venne effettuato dalle autorità israeliane, fu l’inizio di una politica restrittiva dettata da «permessi». Per entrare a Gerusalemme Est o in Israele, come pure per muoversi fra Gaza e la Cisgiordania è necessario richiedere ed ottenere un permesso. Riducendo gradualmente questi permessi, le autorità israeliane limitarono sempre più il movimento della popolazione palestinese. Durante la seconda Intifada le restrizioni si fecero più severe e decine di checkpoint e centinaia di ostacoli vennero installati nei territori occupati. Al giorno d’oggi, B’tselem conta 98 checkpoints nella Cisgiordania. 59 di essi si trovano all’interno della West Bank, mentre che i restanti 39 – considerati essere punti di accesso a Israele – si trovano in realtà svariati chilometri all’interno dei territori palestinesi. A questi vanno aggiunti ostacoli fisici (come cumuli di terra, blocchi di cemento e segmenti recintati), i cancelli installati all’entrata dei villaggi, come pure checkpoint temporanei [1]. Infine, nel 2002, venne iniziata la costruzione della barriera di separazione: 712 km di rete metallica e muro, costruiti per l’85% all’interno dei territori palestinesi e considerati illegali dalla Corte Internazionale di Giustizia [2].

L’occupazione israeliana rende il movimento dei cittadini palestinesi e delle merci all’interno dei territori, fra i territori e all’esterno dei territori sgradevole, complicato, imprevedibile, e talvolta impossibile.

«It is indispensable for a fighting system to deny the humanity of the other side, otherwise how can you possibly kill somebody? He has family, he has hopes, he has fears, he has dreams… no, he has to remain vague – a target – not a person, not a human being»

(Avner, former IDF soldier, member of Combatants for Peace).

«Not rockets from Gaza, not ‘Iron Dome’, not F-16s, not tanks – will bring peace. Peace should mean security and independence for both countries. Let us live in peace and dignity, two peoples on this land» (Jamel, former Palestinian fighter, member of Combatants for Peace). [1]

Con queste illustrazioni ho cercato di mostrare alcune delle conseguenze dell’occupazione israeliana sui territori palestinesi. Senza pretese di essere esaustivo, ho voluto mostrare come una volta presa la decisione di occupare militarmente un territorio – trasferendovi parte della propria popolazione – le conseguenze illustrate si susseguono in una lunga catena di cause ed effetti. Un domino infinito che continua da 52 anni. Una volta spinta la prima pedina si può presupporre come si muoveranno tutte le altre. L’occupazione determina occupante e occupato a ruoli predefiniti, ripetibili all’infinito. L’occupazione deve giungere al termine. In primo luogo per il diritto dell’occupato a recitare il ruolo di una vita ordinaria. In secondo luogo per gli occupanti, quelli costretti ad applicare ordini, che questi ruoli non li vogliono più recitare. L’occupazione viola il diritto internazionale. L’occupazione è illegale. L’occupazione deve finire.