Cultura | 27.06.2019

Castelporziano 1979, tra democrazia e poesia

Era il 28 giugno di 40 anni fa, quando sulla spiaggia di Castelporziano il primo -e ultimo - Festival internazionale dei poeti andò in scena, portando con sé una sensazione mista di entusiasmo e paura, un evento tanto mitico quanto irripetibile.
Immagine: Wikimedia Commons

Il 28-29-30 giugno 1979 costituiscono una data emblematica per la poesia italiana e internazionale, ma soprattutto per la scena culturale romana, che per tre giorni ospitò la Poesia o quello che di essa era rimasto.  L’ evento accolse quasi 30’000 persone – perlopiù giovani alternativi, studenti, pseudo-poeti, amanti della poesia – che per tre serate «condivisero» il palco con i grandi maestri della poesia moderna. Dall’America arrivarono Allen Ginsberg, Gregory Corso e Burroughs, a fianco di nomi come Erich Fried e Evutsenko, e alle giovani leve della lirica italiana come Milo de Angelis, Dario Bellezza e Amelia Rosselli, giusto per citarne alcuni.

Per capire cosa sia stato Castelporziano bisognerebbe esserci stati, se non proprio in quella spiaggia romana almeno in quell’epoca, in quella seconda parte di anni Settanta in cui il mondo, sulla spinta del Sessantotto, sembrava febbrilmente -pur percependone già il dramma – capovolto. Se a livello politico a farla da padrone erano le stragi di stato e la voglia di cambiare il sistema, nel campo delle arti i protagonisti non furono da meno, convinti di sovvertire tutti i meccanismi del linguaggio e della sociologia artistica, su cui si era basata una tradizione plurisecolare. Sulla spinta proprio dei poeti americani prima citati, l’arte e la poesia cominciò ad allontanarsi dalle sedi e dai comportamenti convenzionali, dando vita così ai primi readings, agli happenings e alla teatralizzazione del verso poetico. Castelporziano rappresenta in questo senso il punto culminante di quest’epoca, nella quale la poesia abbandona il verso lineare, esce fuori dal libro, si reinventa sul palco e, furbescamente, si mescola con altre arti come il teatro (reading) e pure il canto.

Da questo evento è stato tratto anche un libro, Il romanzo di Castelporziano, che riporta la trascrizione dei nastri audio delle tre serate del Festival. (Foto: Marco Ambrosino)

Castelporziano però fu anche assoluto testimone – e vittima – di un’altra barriera che andava a rompersi, quella tra pubblico e poeta; una volta spazzata la tradizione e il suo carattere elitario a farne le spese fu il concetto stesso di poeta, ormai sprovvisto del suo mandato sociale che lo elevava al di sopra della media: anche nel campo delle arti la matrice più anarchica del Sessantotto aveva preso il sopravvento. Quelle tre sere infatti testimoniarono bene questo fermento, questa fame di poesia e autoespressione, tanto che durante il festival il microfono fu più spesso in mano ai giovani che non ai poeti affermati, alcuni dei quali ebbero diverbi con il pubblico e altri si rifiutarono categoricamente di salire sul palco. L’utopia delle masse raggiunse qui il suo apice, dando vita a quella che Renato Nicolini – assessore alla cultura di Roma e sostenitore del Festival – ricorderà come una «messa in scena del conflitto sulla parola poetica».

A 40 anni di distanza, con l’avvento dei social media, che ancor di più si prodigano nell’annullare le distanze tra artisti e pubblico, possiamo avvertire come questa ricerca di legittimità da parte del pubblico sia ancora in corso all’interno di un processo democratico della società più lento e saltellante di quel che ci si aspettava; in questo modo l’arte si trova in mezzo ai due fuochi, quello della libertà – in cui chiunque può (e deve) essere poeta – e quello del valore intrinseco dell’arte – dove la bellezza sembra riservata solamente a un élite di pochi eletti–  riproponendo l’antica dicotomia democrazia vs. arte. Ed è per questo che parlare di Castelporziano è importante, perché ci riporta a chinarci su un paradosso cruciale ai fini della sopravvivenza dell’arte e che, a seguito di Castelporziano, veniva formulato così:  «Si può amare la poesia e nello stesso tempo odiarla fino al punto di impedire ai poeti di recitarla?»