Società | 29.05.2019

Il significato aperto di una tragedia

Text by Norman Lipari | Photos by Wikimedia Commons
Ricorre il 34esimo anniversario della strage dell'Heysel, una delle più nefaste pagine della storia dello sport. Una partita su cui ancora oggi rimangono domande, dubbi, dolori e ricordi; un evento in cui non sono morti solo dei tifosi, ma anche i sentimenti di quello che è lo sport più popolare del mondo, uno dei più belli ed entusiasmanti.
Immagine: Wikimedia Commons

Quella sera si gioca la finale di Coppa dei Campioni, Juventus – Liverpool, allo stadio Heysel di Bruxelles. È il 29 maggio del 1985, mercoledì. La città belga è un brulicare di maglie colorate rosse, bianche e nere:  i colori ufficiali di quelle che sono all’epoca due delle superpotenze del calcio europeo. La Juventus di Platini non ha rivali in Italia, neanche il Napoli di Maradona. Il Liverpool è una squadra vincente in patria e all’estero, ed è campione europeo in carica dopo avere vinto la Coppa dei Campioni  anche nel 1984, sconfiggendo un’altra italiana in finale, la Roma. Sullo stadio scelto viene sollevato qualche dubbio già prima della partita, dato che non sembra in grado di ospitare una finale così importante. Prima dell’incontro, poco dopo le sette di sera, la furia dei tifosi del Liverpool si abbatte sul settore Z, in cui sono invece presenti i tifosi italiani della Juventus e una parte di tifosi curiosi accorsi per vedere la sfida. Gli hooligan inglesi, forse per cercare una reazione dei tifosi italiani dati gli incidenti di Roma avvenuti l’anno prima, iniziano a caricare il settore Z e ne sfondano le reti divisorie: scoppiano dei tafferugli e delle risse tra inglesi e italiani. Il settore Z però non contiene il tifo organizzato juventino, che sta invece dall’altra parte dello stadio nei settori M, N e O. I tifosi italiani colpiti non vogliono quindi rispondere agli scontri e alle provocazioni, e cercano di fuggire verso una delle uscite laterali del settore, accalcandosi contro la rete e il muro di protezione. L’incredibile folla umana che si genera dalla fuga dei tifosi juventini comincia a mietere le prime vittime: qualcuno si ferisce con le recinzioni, altra gente si lancia dal settore Z per non rimanere schiacciata. Il muro cede e molti tifosi vengono schiacciati dalla calca umana. I telespettatori e i telecronisti non riescono a capire esattamente cosa stia succedendo: vedono gli scontri sugli spalti, osservano le inutili ronde della polizia a cavallo e si accorgono che molta gente sta scappando. La polizia verrà ricordata per la sua incredibile impreparazione, incompetenza e inefficacia: i battaglioni, durante gli scontri, si trovano a diversi chilometri dallo stadio. I poliziotti presenti prendono a manganellate i tifosi italiani che scappano invece da quelli inglesi, ostacolandone la fuga. Alla fine, più di due ore dopo l’assalto iniziale, viene ristabilito l’ordine. Bruno Pizzul, storico telecronista sportivo italiano, gela tutti i telespettatori italiani in ascolto: “i dati arrivano dalla UEFA e sono ufficiali: ci sono 36 morti, e la partita si giocherà”. Il bilancio verrà poi corretto a 39 morti e oltre 600 feriti.

LA PARTITA CHE (NON) SI DOVEVA GIOCARE

La partita viene giocata comunque, fra la rabbia dei tifosi juventini inferociti, scesi in campo per cercare vendetta, rimessi al loro posto dall’intervento delle autorità e dei giocatori della Juventus. È una partita noiosa e poco spettacolare, che gli stessi giocatori giocano con la coscienza sporca, con la morte nel cuore, senza una vera motivazione. All’inizio del secondo tempo Boniek, attaccante polacco della Juventus, viene steso fuori area. Viene fischiato un rigore inesistente, segnato da Michel Platini, criticato per la sua esultanza dopo il goal. La partita finisce così: Juventus 1 – Liverpool 0. I giocatori fanno il giro del campo con la coppa e le critiche non si placano.

Fonte: Rai

LE CONSEGUENZE

Mentre i giocatori della Juventus nei giorni successivi andranno a recare visita ai feriti negli ospedali e il Re Baldovino riceverà una parte delle vittime, la UEFA  e in particolare il governo inglese decidono di colpire il fenomeno hooligan: le squadre inglesi vengono squalificate dalle coppe europee a tempo indeterminato, anche a seguito di una tragedia avvenuta solo 18 giorni prima dell’Heysel, il disastro di Bradford. La squalifica durerà poi cinque anni, fino al 1990 per le squadre inglesi, e sei per il Liverpool, colpito tragicamente dall’ironia della sorte nella strage di Hillsborough del 1989, quando a soli quattro anni di distanza dagli eventi dell’Heysel 96 tifosi del Liverpool morirono in un incidente logistico  – stavolta imputabile principalmente alle forze dell’ordine – durante una partita in Inghilterra. Poche e flebili invece le condanne per i tifosi del Liverpool responsabili delle cariche contro il settore Z, anche per via del pessimo lavoro svolto dalla polizia durante quel tragico 29 maggio e per le difficoltà nell’identificazione dei colpevoli.

IL SIGNIFICATO APERTO DI UNA TRAGEDIA

Un giorno uno psichiatra, parlando dell’Heysel, disse che tutte le società umane hanno una quota non eliminabile di violenza; che gli umani per essa hanno valvole di sfogo, da qualche parte, per catalizzarla, per farla sgorgare in alcuni momenti catartici. Aggiunse che la cosa importante è chiedersi qual è il significato sociale di questa violenza: se essa aumenta effettivamente la violenza complessiva della società o se, invece, concentrandola in determinati momenti e luoghi la diminuisce. Sembra impossibile morire per una partita di calcio, eppure succede più spesso di quanto si crede, anche se forse troppo spesso ce lo dimentichiamo. Quella calda sera primaverile, a Bruxelles, giornalisti, tifosi, calciatori e telespettatori assistettero a un massacro in diretta: non morirono solo trentadue italiani, quattro belgi, due francesi e un irlandese. Ancora oggi, a distanza di più di trent’anni, chi ha vissuto quei momenti non sa cosa dire. Perché, quando, dove, come sia  potuto succedere. All’Heysel non sono morte solo trentanove persone, è morta per sempre l’innocenza del calcio, che non si è mai completamente redento, che non è stato aiutato da una giustizia pressapochista e inetta, che non ha mai capito veramente il perché di quella sera, di quello stadio fatiscente, il perché di quella partita giocata comunque. Una partita non trasmessa dalla televisione tedesca, trasmessa con immagini mute dalla televisione austriaca con una scritta in sovrimpressione: «Quella che stiamo trasmettendo non è una manifestazione sportiva».