Cultura | 26.05.2019

‘Dolor y gloria’ di P. Almodovar: catarsi sul grande schermo

Text by Marco Ambrosino | Photos by El Deseo
Da giorni si vociferava che al Festival di Cannes c'era già un vincitore annunciato: Pedro Almodovar. La Palma d'Oro alla fine è andata al film coreano «Parasite», ma una cosa è certa, anche senza il premio, l'ultima pellicola del regista spagnolo non passerà inosservata.
Immagine: El Deseo

Per chi non conoscesse l’opera cinematografica di Pedro Almodovar il titolo di questo articolo potrebbe apparirgli esagerato, eccessivamente atteggiato. Per chi invece qualche grande pellicola del regista spagnolo l’ha già vista – pensiamo a Todo sobre mi madre (1999) e Volver (2006) giusto per citarne due – sa che un film di Almodovar è sempre un’esperienza artistica, ma soprattutto emotiva e, a tratti, catartica.

Catartica è sicuramente la pellicola, che il regista spagnolo ha portato in questi giorni al Festival di Cannes all’età di 70 anni con l’atteggiamento di chi la vita se l’è masticata a lungo e alla fine ha deciso di assaporarne solo il suo lato migliore. Dolor y gloria non è infatti il titolo di una storia epica, ma racconta una vita vissuta nella sua totalità, passando dagli eventi tristi a quelli felici, provando a sovvertire le crisi in possibilità di sviluppo ulteriore dell’essere, traendo dal proprio dolore la gloria, appunto.

Il film si concentra su un momento delicato della vita del grande regista spagnolo Salvador Mallo (sotto le cui mentite spoglie è evidente la sagoma di Almodovar), che a distanza di anni si trova al centro di un vuoto creativo, di una crisi, che per alcuni versi ricorda la situazione di partenza di quell’ 8 ½ felliniano che tanto ha influenzato il cinema del regista spagnolo. Il momento di crisi diventa qui il movente per ricostruire qualcosa, un tratto di quella singolarissima Weltanschauung mai del tutto messa a fuoco: in questo caso è l’infanzia e il ricordo del suo primo amore giovanile (finito male) ad accendere il genio di Mallo-Almodovar, che si trova costretto a fare pace con il suo passato e la sua sfera più intima. Il film diventa così una testimonianza aperta, sincera e a tratti commovente, che ci porta a riflettere sul nostro percorso, sul nostro dolore e sulla nostra gloria futuribile.

Tutto questo è condensato all’interno di un film dall’estetica semplice e raffinata – memorabili, quasi neorealistiche, le scene pittoresche nella città di Valencia – in cui a dominare è la semplicità, la grazia e la purezza, capace solo ai più grandi maestri. A tutto questo collaborano una scelta scenografica e uno screenplay al limite della perfezione e la sua capacità di esaltare le doti di due delle più grandi star spagnole del nostro tempo: Penelope Cruz (nei panni della madre Jacinta) e Antonio Banderas (nei panni di Mallo-Almdovar), finalmente ritrovato, dopo un periodo di smarrimento attoriale e capace di portare a casa il premio per la migliore interpretazione maschile. Ed è forse anche qui che Almodovar crea il capolavoro: questo non è solo il prodotto di una lunga vita, ma quella di una grande stagione cinematografica che, a discapito dei giudizi spesso troppo capricciosi di Hollywood, ha mostrato come il cinema spagnolo ed europeo non deve temere il confronto con l’industria cinematografica americana.

All’azione dei supereroi – oggi sempre più in voga ad Hollywood – Almodovar ha sempre scelto l’azione avulsa dei sentimenti – oggi sempre più nascosti nel marasma dei social e della cultura dell’istantaneità – e anche questa volta ha deciso di non tirarsi indietro. Niente gloria senza dolore, sembra suggerirci il regista spagnolo. La catarsi sul grande schermo è servita. (Buona visione!)