Società | 13.04.2019

Il giornalismo deve tutelare la democrazia o viceversa?

Il trend degli ultimi anni evidenzia come la libertà d'informazione e di stampa siano in pericolo anche nei paesi occidentali. Dalla recente riforma sul copyright all'arresto di Julian Assange, è ora che il giornalismo venga difeso da colei che ha sempre difeso: la democrazia.
"Se la libertà significa qualcosa, allora significa il diritto di dire alla gente cose che non vogliono sentire", G. Orwell
Immagine: Matt Popovich via Unsplash

In un’intervista il giornalista Mark Bowden, autore di Black Hawk Down, il libro che parla della Battaglia di Mogadiscio – avvenuta nell’ottobre 1993 durante l’operazione UNOSOM II in Somalia – disse una frase che voglio ripetere hic et nunc: «il giornalismo gioca un ruolo importante in una democrazia». Io penso la stessa cosa. Tradotta in termini più generali, questa frase per me significa che, in qualità di giornalista, una persona deve parlare e poter parlare di tutto quanto avviene in una democrazia, o laddove una democrazia sia coinvolta; anche quando va riportato qualcosa di brutale o scomodo. Se ciò non avviene, nasce automaticamente un problema. Le democrazie sono caratterizzate per la separazione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Quando uno dei tre influenza pesantemente l’altro (o addirittura lo controlla), non si può più parlare di democrazia: o nasce un regime autoritario, o peggio ancora una dittatura. Nei regimi autoritari e nelle dittature il quarto potere, quello mediatico (e quindi il giornalismo), viene soffocato completamente: esiste solo la stampa di regime e la censura affossa qualunque voce dissidente. Il giornalismo e la libertà di stampa devono essere liberi in una democrazia, devono essere accessibili e soprattutto venire protetti; certo, naturalmente si parla di giornalismo di qualità. Ciò che viene affermato dev’essere corroborato da fatti, documenti, con trasparenza. In un sistema democratico è attraverso l’attività giornalistica che si può informare un popolo riguardo a una votazione, un’elezione, o più semplicemente una questione, un problema, un fatto.

Recentemente è stata approvata la riforma sul copyright, all’interno della quale sono soprattutto gli articoli 11 e 13 a spaventarci, rei di porre un serio pericolo alla libertà di informazione su internet. Ancora più di recente è stato arrestato Julian Assange, 47 anni, australiano, cypherpunk e programmatore, giornalista e attivista australiano. Può risultare difficile considerarlo un giornalista, ma nel suo essere attivista ha sicuramente fatto attività giornalistica molto più di tanti presunti «giornalisti» che trattano solo temi superflui e marginali. M’interesso del suo caso da anni, e credo sia alquanto emblematico: si può non essere d’accordo con il suo metodo, ma difficilmente si può dissentire con il risultato finale. Assange è la prova più lampante che non è più il giornalismo a dover proteggere la democrazia. Durante il 2010 pubblicò diversi file segreti riguardanti la guerra in Iraq. Il 28 novembre 2010 iniziò la pubblicazione di documenti confidenziali e segreti principalmente appartenenti al Governo degli Stati Uniti d’America, sul sito Wikileaks da lui fondato (che non ha nessun legame con la Wikimedia Foundation che controlla Wikipedia). Dieci giorni prima che pubblicasse i 251’287 documenti non classificati, confidenziali e/o segreti della diplomazia statunitense, venne aperta un’inchiesta per una doppia accusa di stupro, commesso in Svezia (Assange non è mai stato ufficialmente imputato): la tempistica e la dinamica delle accuse possono lasciare qualche perplessità. Ad ogni modo non sono le accuse di stupro il problema, in questo caso – nessuno mette in dubbio che, se Assange avesse stuprato, dovrebbe pagare – anche perché in realtà la vicenda si è poi risolta con la prescrizione e l’archiviazione dell’inchiesta.

Fonte: Anonymous

Assange ha denunciato con la sua attività giornalistica, assieme a Chelsea Manning, la corruzione dei leader e dei governi democratici, i crimini di guerra in Iraq e in Afghanistan, i crimini sui prigionieri di Guantanamo, eccetera. Celebre, ad esempio, è il video Collateral Murder, in cui un elicottero statunitense spara su dei civili inermi (fra cui due giornalisti dell’agenzia Reuters) a Baghdad, uccidendoli, (il tutto mentre l’equipaggio rideva). Ed è qui che sorge il punto centrale di tutto. Ora Assange è sotto custodia e rischia un’estradizione negli Stati Uniti che per le sue attività potrebbe costare lui la pena di morte. Ma Julian Assange e Wikileaks non sono anti-Stati Uniti, anti-Russia o anti-Regno Unito, o anti-Qualsiasi altro paese. Sono anti-censura, per la trasparenza, per la libertà di stampa e informazione. Assange è l’emblema di un trend che si osserva da tempo non solo nei paesi non-democratici, ma anche in quelli democratici: i giornalisti vengono arrestati, estradati, rischiano la pena di morte e vengono pure uccisi, come dimostrano i casi del passato (Ilaria Alpi) e del recente (Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak). Nel 2005 i giornalisti uccisi in tutto il mondo sono stati 65, nel 2007 88, nel 2012 87, nel 2017 54, mentre diverse centinaia vengono imprigionati ogni anno. Dal 1992 solo in Europa ne sono stati uccisi più di 150, uno ogni due mesi: molti di loro avevano chiesto la protezione della polizia, ma la loro richiesta è stata ignorata. La cosa inaccettabile e ingiustificabile è che il (o la) giornalista viene considerato il criminale quando porta alla luce un comportamento scorretto o una barbarie, ma non viene condannato chi ha commesso il comportamento ritenuto illegale o illecito: questa è la fine della democrazia. È la canna della pistola appoggiata sulle tempie delle vittime, è un silenziatore che spara sul giornalista, sui diritti umani, la calata del sipario.

Il giornalismo è sotto attacco anche nel mondo occidentale, probabilmente come mai lo è stato dal dopoguerra. Si dà la caccia e si perseguita chi espone verità scomode (con una condotta che le rinforza, tra l’altro) e si cerca di evitare che ciò riaccada in futuro. Esporre la verità, però, non è mai stato un crimine: è anzi uno degli elementi che più di tutti ha portato le società a progredire e a migliorarsi, è una colonna portante della democrazia, ciò che ci ha permesso di abbandonare uno stato di conflitto continuo. Pensavo che fosse il giornalismo a proteggere la democrazia, con l’informazione, ma ora più che mai temo che sia la democrazia, e quindi il popolo, così come chi lo governa e dovrebbe rappresentarlo, a dover difendere il giornalismo. È ora che i governi occidentali prendano delle serie misure non per zittire, combattere e spedire in prigione i giornalisti, ma per difenderli, e per punire i colpevoli che si macchiano di offese, intimidazioni e attacchi nei loro confronti.