Politica | 11.04.2019

De Rosa, ma non dei giovani ?

Text by Omar Cartulano | Photos by Redazione
Le elezioni cantonali, in barba ai pronostici, ci hanno regalato diverse facce nuove. Profili rosa e giovani sembrano conquistare spazio, ma «c´è da fare»
Immagine: Redazione

Campagna fiacca, governo fotocopia, sinistra a rischio di estinzione. Alla vigilia del voto di domenica 7 aprile, sondaggi e commentatori erano concordi nel profetizzare un’elezione cantonale pronta a seguire le tendenze delle ultime tornate elettorali. Invece, le sorprese non sono mancate: la Lega si è scoperta un po’ più lontana dalla sua gente, la sinistra non è ancora tra le specie monitorate dal WWF, ma soprattutto anche in casa dello storicamente conservatore PPD si sa dare una bella mano di vernice fresca, utile per coprire delle spiacevoli macchie che nemmeno il Pardo locarnese avrebbe gradito.

Più lontani di tutti dal «rosacrociato»?

A Palazzo delle Orsoline giunge Raffaele De Rosa al posto di Paolo Beltraminelli, ma dell’omonimo colore nemmeno traccia: anche nella legislatura 2019-2023, nel Consiglio di stato ticinese non siederà nemmeno una donna. Un dato in netta controtendenza con la maggioranza dei governi cantonali e con il Consiglio federale, che proprio pochi mesi fa ha guadagnato un profilo femminile in più. I partiti in gioco per le poltrone hanno provato a inserire almeno una candidatura rosa in lista, ma la sensazione è che, con tutta la massima stima per la grande competenza delle candidate, il tutto si sia talvolta dimostrato un’operazione tattica. Prova ne è che solo in casa socialista Amalia Mirante ha cullato qualche ambizione di spodestare il ministro uscente, mentre, un po’ a sorpresa, nel PPD Alessandra Zumthor non è finita poi così lontana dal suo ex ministro, ma con un riscontro comunque lontano dal risultato di De Rosa. La visibilità mediatica offerta dalla lotta per un posto nell’Esecutivo ha d’altronde permesso a una giovane come Laura Riget (GISO) di mettere in mostra le sue qualità, valsele una brillante elezione in Gran Consiglio da debuttante.

Anche nella legislatura 2019-2023, nel Consiglio di stato ticinese non siederà nemmeno una donna. Foto: via Unplash


Proprio nel Legislativo troviamo però la nota positiva: la socialista sarà accompagnata da una delegazione rosa più ampia che mai, forte di 31 deputate, nove in più della precedente legislatura.  Da nomi di ritorno della vecchia guardia come Maddalena Ermotti-Lepori (PPD) e Anna Biscossa (PS), passando per – citiamo le più votate delle rispettive liste – le brillanti conferme di Natalia Ferrara (PLR), Amanda Rückert (Lega), Nadia Ghisolfi (PPD), Lara Filippini (UDC), fino a giungere a delle neoarrivate come Samantha Bourgoin (Verdi) e Angelica Lepori Sergi (MPS). Con loro, proprio il neonato movimento «Più donne», autore di un rimarchevole exploit con due seggi conquistati (Tamara Merlo e Maristella Patuzzi), ma già sotto accusa. Se sia stato solo un titolo accattivante, che ha innegabilmente fatto presa senza bisogno di una grande campagna, sarà il prossimo quadriennio a raccontarcelo. Per il momento i numeri ci dicono che l’aumento della rappresentanza rosa è senz’altro d’accogliere in modo positivo, ma d’altronde 31 su 90 è ancora uno score ben lontano da quanto si potrebbe lecitamente auspicare. Per formare delle nuove Masoni-Pesenti-Sadis (scegliete la vostra preferita) servirà comunque tempo, ma la sensazione è che qualcosa si stia muovendo. Tuttavia restano emblematici alcuni preoccupanti esempi, come il fatto che al dibattito post votazioni andato in onda lunedì sera alla RSI vi fosse un consesso di uomini in giacca e cravatta: dai rappresentanti dei sei principali partiti ticinesi, ai moderatori. Insomma, come ci dice il gongolante neoministro popolare-democratico, «c’è da fare».

Il semaforo progressista torna ad accendersi?

Dopo una serie di votazioni in cui il rosso a Palazzo delle Orsoline sembrava ridursi a lembo sgualcito di una bandiera ticinese lasciata troppo al sole (delle Isole di Brissago?), il colore caro ai socialisti pare riacquisire forza, ma declinato sotto varie sfumature. Lasciamo alla direzione del PS, raggiante per le tranquille e non scontate conferme di risultati, ragionare sull’inaspettato balzo in avanti dell’MPS e del Partito comunista, e ragioniamo sul fatto che, sommando i voti dell’area progressista, si arriva a una ragguardevole percentuale, capace di sopravanzare gli altri partiti. Chiaramente, lo stesso giochino si potrebbe anche fare al centro o sulla destra del parlamento, ma il 7 aprile ci racconta che i colori del semaforo, malgrado le polemiche sul Piano di Magadino, piacciono ancora ai ticinesi (e aggiungiamoci pure l’arancione del logo PPD, che ha perso un solo seggio). Parliamo però del colore verde: l’attesa onda di consensi non si è profilata su nessun lago ticinese, ma forse il risultato andrebbe letto comunque positivamente. Nel 2015 a trainare i Verdi del Ticino vi fu infatti una locomotiva come Sergio Savoia, mentre attualmente non vi è nessun profilo così noto e profilato e i consensi ottenuti sono da leggere come un incoraggiante sostegno alle sensibilità e idee del movimento ecologista. In fin dei conti nell’area rosso-verde, in vista delle federali del prossimo autunno, occorrerà solo prendere insieme il Tilo giusto, magari un bel RegioExpress.

Foto: Wikimedia Commons



«Faccio io, faccia lei, chi lo fa?»

Qualche considerazione va indubbiamente spesa per i due partiti al comando delle preferenze dei ticinesi. Alla luce dei voti per il Gran Consiglio, il PLR si scopre con agio il partito di riferimento. Nonostante la perdita di un deputato, complice il tonfo leghista, la squadra di Bixio Caprara occupa infatti 23 seggi, 5 in più della Lega dei Ticinesi. Certo, il proclama liberal-radicale per l’esecutivo era #facciamolo, ma la realtà dei fatti racconta che al confermatissimo Norman Gobbi non la si fa. La cura dimagrante del ministro leghista non ha toccato il barometro del suo gradimento, che salva la Lega malgrado il suo compagno di lista Claudio Zali sia forse incappato in qualche radar di troppo (LIA? Tassa di collegamento?). Dalle parti di via Monte Boglia ci si lecca le piccole ferite, mentre in casa PLR c’è comunque di che rallegrarsi per il successo del «giovane» rampante Alex Farinelli. Chissà che non sia in grado di togliere da solo le castagne dal fuoco ben presto. Non ci resta che augurarci che qualche buona castagna resti a disposizione di tutti i ticinesi, contenti o scontenti dell’esito delle urne.

E i giovani?

In parlamento siederanno in totale nove giovani. In questa categoria, con buona pace delle definizioni molto allargate di alcuni partiti, includiamo gli Under-30 e quindi, detto della più giovane neo-granconsigliera Laura Riget (’95), a Bellinzona rimarcheremo con curiosità la presenza di Andrea Censi (’92, Lega), Lea Ferrari (’91, PC), Sebastiano Gaffuri (’90, PLR), Cristina Gardenghi (’95, Verdi), Alessio Ghisla (’91, PPD), del confermato Fabio Käppeli (’94, PLR), Fabrizio Sirica (’89, PS) e Stefano Tonini (’91, Lega). Nulla da fare per l’uscente Nicholas Marioli (Lega), ma in Gran Consiglio ne avremo comunque per tutti i gusti. I numeri, un decimo del totale di posti a disposizione, non sono certamente da capogiro considerata l’ottima preparazione dimostrata da altri giovani candidati rimasti a secco, ma i riscontri ottenuti nella corsa al Governo da Gaffuri, Sirica, Riget lasciano ben sperare. Bocciata invece la lista «Spazio ai giovani». A loro, il nome non è evidentemente bastato a fare da traino elettorale. Il politico piace un po’ più rosa forse, ma deve ancora essere di grande esperienza.