Società | 12.02.2019

L’altra faccia (virtuale) del Festival di Sanremo

Si è recentemente concluso il 69° festival di Sanremo e, come da «tradizione», la scelta finale ha sollevato più di una perplessità. La vittoria di Mahmood ha scaldato (eccessivamente) gli animi dentro e soprattutto fuori dal teatro Ariston.
Immagine: Universal Music Italia

Ancora una volta il Festival della canzone italiana si chiude con una nota agrodolce, fatta di polemiche e critiche per una scelta, a detta di molti, incomprensibile. Terminato lo spettacolo sono emersi diversi malumori, che hanno superato le soglie del teatro Ariston e, se una volta riempivano i giornali, ora decidono d’invadere lo spazio virtuale dei social network. Una volta annunciato il nome del vincitore, le canzoni sono passate quasi in sordina e gran parte del pubblico si è lanciata con ardore per contestare (o approvare) quella o quell’altra scelta: dietro questo fermento sociale si nascondono come sempre malumori e desideri che, stranamente ricomposti, trovano in una o l’altra canzone la loro ragione d’esistenza, trasformando l’armonia del Festival (questa era la parola chiave su cui si è retta tutta la 69esima edizione) in uno spazio molto simile a quello dell’arena politica. 

Ariston come nuova arena politica? Foto: Wikimedia

Quest’anno a giocarsi i primi tre posti della graduatoria finale sono arrivati il trio «Il Volo» (già vincitore nel 2015) e due giovani cantanti, entrambi usciti da Sanremo Giovani, che più diversi non si potevano immaginare: Ultimo e Mahmood.  Se il primo era dato già prima del Festival come probabile vincitore, del secondo non si sapeva molto; se il primo ricorda il bravo ragazzo, bello e dai sentimenti puri, Mahmood fa leva sulla sua storia personale, dove la ricerca identitaria si sposa con un passato famigliare difficile e uno stile musicale sicuramente poco tradizionale per il palco dell’Ariston. Il finale però riserva una sorpresa: Mahmood si aggiudica l’ambito premio, ribaltando completamente le aspettative del pubblico, soprattutto quello che da casa si era espresso nettamente in favore di Ultimo, tramite il televoto.          

Una bagarre mediatica

Qui comincia il vero Sanremo e in meno di un’ora i principali social network si tramutano in una vera e propria arena di discussione (anche politica: Salvini, Di Maio e la Boldrini si sentono in dovere di dire la loro), facendo dei due giovani cantanti dei veri emblemi di un pensiero ideologico, che poco c’entra con la musica: se Ultimo è visto da alcuni come la vittima depredata di un premio meritato (è lui il «nuovo fenomeno italiano» che deve rappresentare il paese), Mahmood diventa presto simbolo del pensiero multiculturale e dei grandi discours sull’immigrazione, a immagine di una sinistra alla ricerca di simboli ed exempla da esibire.

I tweet di Laura Boldrini e di Matteo Salvini dopo la vittoria di Mahmood. Foto: redazione

Da questa «bagarre» mediatica si possono dedurre almeno due elementi, su cui è bene riflettere. Il primo tocca l’aspetto della democratizzazione del campo artistico: negli anni si è fatta strada l’idea che chiunque abbia pieno diritto (e dovere!) di esprimersi, e spesso d’infangare, il giudizio della critica, tanto d’arrivare a ipotizzare per l’anno prossimo una kermesse dove il vincitore sarà scelto esclusivamente con il televoto (né più né meno come al Grande Fratello). Il secondo punto è la necessità di portare la politica un po’ dappertutto, anche là dove ci si reca proprio per non sentir parlare di politica. Se esiste un modo per disimpegnare ulteriormente i giovani a riguardo della cosa pubblica– mirabile in tal senso la proposta musicale di Daniele Silvestri –credo che sia a destra sia a sinistra quest’anno si sia partito col piede giusto.