Società | 13.12.2018

Tokyo 2018, tra immaginario e realtà

Text by Marco Ambrosino | Photos by Elena Laghi
Tokyo, si dice, è una metropoli che nulla ha da invidiare a città come Londra e New York. Abbiamo incontrato Elena, ragazza cresciuta in Ticino e trasferitasi in Giappone in cerca di lavoro, per capire quanto questo immaginario a priori sia una fotografia attendibile della realtà.
Yanaka, il quartiere dei templi di Tokyo.
Immagine: Elena Laghi

Forse più di altri, il Giappone è da sempre un paese che ci affascina, ma non ne capiamo bene il motivo. Si parla spesso di un paese all’avanguardia, più occidentale che orientale, nel quale però sopravvivono tradizioni a noi estranee e, per questo motivo, suggestive. Pure questa forma urbana, dall’aspetto un po’ ibrido, sembra aver risentito degli effetti della Globalizzazione, che col tempo ha prodotto città sempre più simili e omologate, cancellando gran parte dei costumi locali e delle tradizioni secolari. Ne parliamo oggi con Elena, una giovane laureata che per cercare lavoro ha deciso di emigrare in Giappone, stabilendosi a Tokyo.

Ciao Elena, prima di tutto vediamo di conoscerti bene. Cosa ti ha portato a lasciare una piccola realtà come quella ticinese e a scegliere una città come Tokyo?

Questo è il mio terzo viaggio in Giappone. È difficile trovare qualcuno che scelga di vivere qui per un lungo periodo senza averlo prima esplorato almeno una volta, perché, seppur abbia molte affinità con la nostra Svizzera (rigore, ordine, pulizia), il Giappone è davvero un paese molto (ma molto) diverso dal nostro. Ci sono persone che ad esempio non riescono ad abituarsi alla sua cucina, alle sue regole e al suo modo di pensare. Io mi trovo bene seppur a volte, inesorabilmente, senta il «gap» culturale, ma è una cosa totalmente normale. Perché ho lasciato la realtà ticinese? Per un motivo molto semplice: purtroppo in Ticino, dobbiamo ammetterlo, stiamo affrontando una crisi nel settore del lavoro. Quindi, dopo diversi mesi in disoccupazione, ho deciso di dare un taglio netto e di partire. Non è stata una scelta facile, perché porta con sé tante incertezze. Io poi volevo andare a Osaka, ma la mia richiesta è arrivata troppo tardi e le scuole erano già tutte occupate, quindi ho preso il posto di qualcuno a Tokyo che ha rinunciato a partire. Osaka è una realtà molto più piccola, quindi immaginati il terrore che ho provato a sapere che invece sarei andata a vivere proprio in una delle città più grandi al mondo. Devo dire però che non mi pento affatto di questa scelta dettata dal «destino».

Avviciniamoci ora alla scoperta di questo paese: come sono i ritmi di vita? Quanto è simile Tokyo rispetto alle capitali europee e in cosa invece differisce radicalmente?

Prima di venire qui ho viaggiato in molte capitali europee, e devo dire che l’Europa da sempre mi affascina per la sua diversità e unicità. Una cosa però accomuna tutte queste città: i ritmi di vita. Nelle capitali europee siamo molti di meno, e siamo più «tranquilli», ed è una cosa che sia a New York che a Tokyo a mio parere non si prova. Non si può fare un paragone, perché stiamo parlando di città immense, con milioni di persone, lavoratori che ogni giorno per almeno 12 ore vanno e vengono intasando completamente le strade. Sia a New York che a Tokyo ci si sente piccoli, in mezzo alla corrente. Ciò che rende Tokyo speciale però, è che per ogni quartiere con alti palazzi e grattacieli, ci sono anche piccoli agglomerati, costituiti da casine, piccoli negozi e ristoranti anch’essi minuti. Questo ti fa sentire in un paesino, più che in una metropoli. New York, invece, «spaventa» molto di più.

Da quel che hai potuto constatare, Tokyo, oltre che essere la città faro a livello economico, rappresenta davvero l’anima culturale del Giappone?

La risposta è sì, anche se difficile da credere. Durante i miei precedenti viaggi, Tokyo era, devo essere sincera, la città che mi piaceva di meno, perché tutte le altre piccole realtà mi sembravano più «autentiche». Venendo poi invece a vivere a Tokyo dopo queste esperienze, ho trovato nella metropoli tutto ciò che ho visto là fuori. Tantissimi riferimenti, legami, provenienti da tutto il Giappone, in un unico luogo. Bisogna cercarli, scorgerli, accorgersene. E ogni volta è una bellissima sorpresa.

Cosa ti ha colpito in positivo della loro cultura? Che cosa dovremmo imparare dalle loro tradizioni? Riusciresti a sintetizzarla in tre parole?

Prima ho parlato di rigore, ordine, pulizia. Un rigore che però a volte è quasi eccessivo, tanto da sfociare in paradossi abbastanza divertenti. Direi che dobbiamo assolutamente imparare a essere educati con gli altri quanto lo sono loro, a rispettare chi e ciò che ci circonda in modo più consapevole. I ragazzini che tengono la musica a tutto volume sul bus, la signora che parla al telefono ad alta voce sul treno, il signore che ti sorpassa mentre sei in fila, qui non ci sono. È maleducazione. Ogni volta che torno in Europa, queste sono le cose che più mi danno fastidio. Per quanto riguarda la pulizia, la Svizzera, come sappiamo, è impeccabile, è un problema che riguarda maggiormente altre città europee.

Elena nella colorata Kabukicho (Shinkjuku). Foto: Elena Laghi
Cambiamo argomento ora, so che stai anche imparando la lingua giapponese: come mai questa scelta? Hai notato delle somiglianze tra il loro modo di esprimersi e il loro modo di comportarsi?

Mentre lavoravo a VF International, una mia collega innamorata del Giappone e della Corea, mi invitò a studiare la lingua insieme a lei. Accettai non solo perché amo imparare nuove lingue, ma perché ero profondamente innamorata del Paese del Sol Levante grazie al mio primo viaggio fatto nei mesi precedenti. Il giapponese è una lingua molto interessante sotto diversi aspetti: prima di tutto ha tre alfabeti, tre sistemi di scrittura differenti, l’hiragana, il katakana e i kanji. Il suo studio è per questo un ottimo esercizio per il cervello e aiuta senza dubbio a mantenersi in forma. In secondo luogo la lingua giapponese ha delle sillabe e suoni molto simili all’italiano, quindi è davvero un piacere parlarlo. Non è una lingua difficile a livello grammaticale, una volta che si è compresa la base. La difficoltà sta proprio in quello che tu chiami «modo di esprimersi e di comportarsi»: il giapponese varia, anche di molto, a seconda della situazione e della persona con cui si sta parlando. C’è il giapponese degli «amici», che si parla in izakaya, con le persone a te vicine, poi c’è il giapponese «formale», per le persone che non si conoscono, per i colleghi al lavoro, poi vi è il giapponese ancora più formale, che si può sentire quotidianamente da chi lavora nei «servizi» come camerieri, addetti agli sportelli, il personale della stazione, e credo che esista anche un altro giapponese, il più formale di tutti, che si usa ad esempio in presenza dell’imperatore. In ogni situazione cambiano le forme verbali, gli aggettivi, le parole. Noi che lo stiamo studiando spesso quando parliamo utilizziamo più registri linguistici, formali e informali, e deve essere veramente divertente per un giapponese ascoltarci.

Un altro aspetto interessante è indubbiamente il cibo. Ti manca tanto la nostra cucina?

Questa è una bellissima domanda, non penso spesso al cibo, ma se mi ci fanno ragionare ho diverse cose da dire. Della nostra cucina (e di quella italiana) mi mancano soprattutto i salumi, come il prosciutto crudo, la mortadella, il salame. E i formaggi come l’Emmental, la ricotta, pecorino e caprino. Qui non si trovano o se ci sono costano un occhio della testa, ma resisto bene dato che nemmeno a casa ne mangiavo troppi. Di frutta e verdura mi mancano invece le albicocche, le pesche, il melone, l’anguria, i carciofi e le bietole, che fanno la stessa fine dei cibi sopracitati. Di tutto quello che qui riesco a trovare però, la qualità è davvero alta e ne sono felice. Per il resto, si mangia fuori, ed è una goduria per il palato perché tutto ciò che è sushi, tonkatsu, curry, ramen, udon, yakitori e yakiniku mi piacciono un sacco. E non riesco proprio a stancarmi. Ultimamente, anche in Ticino cucinavo molto giapponese e andavo spesso a mangiare sushi, sapori che però non hanno nulla da spartire con quelli originali. Qui poi si scoprono cose per noi stranissime, come spiedini di pelle e di cuore di pollo, cartilagine fritta (deliziosa), parti indefinite del maiale, o il famoso natto (fagioli fermentati) e il riccio di mare. Alcune cose mi piacciono, altre mi sono cominciate a piacere con il tempo, altre non riesco ancora a mangiarle.

Ramen a Ikebukuro. Foto: Elena Laghi
Terminiamo questa breve intervista con due domande più personali, Cosa vorresti portarti a casa dal Giappone e cosa lasceresti lì?

Lasciare qui? Come ho detto in precedenza, un’esperienza all’estero arricchisce (quasi) sempre l’anima, soprattutto se si tratta di un paese interessante e particolare come il Giappone. Probabilmente lascerei qui i salaryman ubriachi delle dieci di sera (o forse no, perché sono divertenti da vedere), ma mi porterei a casa di tutto, dalla sicurezza e l’ordine all’educazione, dalla cucina, ai negozi di cose utili e meno utili, dalle pubblicità per strada e in televisione, alle ‘musichette’ e le voci delle stazioni, dalle mascotte, ‘disegnini’ di ogni tipo e deliri cittadini, alla calma e alla pace che si trovano nei templi, dalle comodità dei konbini e dei distributori automatici al nulla cosmico delle zone rurali. In Giappone c’è veramente, ma veramente di tutto, dall’immaginabile all’inimmaginabile. E ora che inesorabilmente mi ci sto abituando, mi chiedo cosa accadrà quando tornerò nella calma e tranquilla Europa.

Per saperne di più su Elena e la sua avventura potete curiosare nel suo blog, la pagina facebook, il suo profilo instagram o il suo canale youtube.