Società | 02.12.2018

Storie dimenticate

Text by Giacomo Müller | Photos by Wikimedia
Una canzone di Alessio Mariani, in arte Murubutu, mi ha dato uno spunto molto interessante per riflettere, da una prospettiva storica, su un tema di cui si sente parlare tutti i giorni, ma che praticamente mai viene esposto con uno sguardo d'insieme che tenga conto del nostro passato: l'emigrazione. Il commento di Giacomo.
Immagine: Wikimedia

«Una storia d’altri tempi, una storia di ‘sti tempi»

Sono queste le prime battute di «Sull’atlantico», un brano del rapper Murubutu con il quale, trovo, cerca di trasmettere un messaggio molto potente in maniera davvero originale. Il tema principale è quello della spinosa questione dell’emigrazione, tanto deformata e amplificata, direi ben oltre la sua reale entità, soprattutto da una certa area politica, così come da quasi tutti i mass media. Murubutu ci fa subito capire che ci racconterà una storia del passato, ma strettamente legata al nostro presente, considerando come la condizione di migrante sia simile in ogni epoca e tocchi ognuno di noi. Esordisce infatti parlandoci di Gianni, un giovane ragazzo italiano che, come molti suoi compaesani, è costretto a partire per l’America in cerca di fortuna lasciandosi alle spalle le persone più care, le quali, quasi sicuramente, non rivedrà mai più.

L’ambientazione vuole ricordare il periodo della Grande Emigrazione, quando tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX, milioni di persone partirono dall’Italia in cerca di una vita migliore. Ci richiama alla mente, visto quanto spesso lo dimentichiamo, che anche noi siamo stati migranti economici, come oggi si definisce – con tanto disprezzo – chi decide di lasciare la propria casa in cerca di maggiore fortuna. Si tratta di una condizione che ha da sempre contraddistinto la nostra storia e soprattutto la nostra specie. Molto iconico in questo senso è un passaggio che ci fa correre col pensiero alle migliaia di individui che oggi cercano di raggiungere l’Europa: «non era ancora un uomo ma aveva braccia e polpacci forti, e il sogno del nuovo mondo come altri compatrioti, che vedevano nell’America una vita senza fame e bastavano due settimane per raggiungerne i porti». Non mancano poi i riferimenti alle pessime condizioni di viaggio, così come al fatto che in molti trovavano la morte durante lo stesso: tutte situazioni strettamente attuali.

“Gli emigranti che percorrono la passerella dalla chiatta, che li ha portati fuori dal porto della compagnia a vapore, e li ha trasportati a Ellis Island. Il grande edificio sullo sfondo è il nuovo ospedale. Il traghetto nel mezzo della foto, viaggia da New York a Ellis Island”. Fonte: Wikimedia

«Zio Sam attento alla nuova orda dei ratti italiani sul suolo!»

Con questa frase sprezzante nei confronti dei nuovi arrivati, e il cui richiamo ai roditori ricorda in particolare a noi ticinesi una campagna politica ben poco dignitosa, si apre quello che credo essere il secondo grande tema trattato nella canzone. Forse ce lo siamo dimenticati, ma l’America non era per tutti il paradiso che si pensava, esattamente così come non lo è oggi l’Europa. La xenofobia e il razzismo verso i migranti erano, e sono, all’ordine del giorno e le tematiche sfruttate da una certa frangia di politici erano più o meno le stesse di oggi: «vengono a rubare il lavoro», «a fregare le nostre donne», «ad approfittarsene del nostro benessere» e «portano malattie».

Ancora una volta, Murubutu sembra volerci rigettare nel passato ormai scordato, considerando come oggi, in molti paesi il cui popolo anni addietro ha vissuto sulla propria pelle queste esperienze, vengono fatte subire ai migranti le stesse pene. Se dobbiamo parlare del caso specifico italiano, ci troviamo confrontati a un governo che non si fa problemi a bloccare navi nei porti o a impedirne l’attracco a mero scopo di propaganda e di ricatto verso istituzioni come l’Unione Europea. Mi fa poi rabbrividire il modo in cui una grande parte della popolazione accetti questo genere di vigliaccherie. Sicuramente esiste un problema e sicuramente la questione della spartizione delle persone nei vari paesi deve essere affrontata, ma non credo che prendersela con i più deboli e indifesi sia la soluzione. Anzi, la trovo un’azione deplorevole, soprattutto se attuata da un paese dove coloro che se ne sono dovuti andare, e tutt’ora se ne vanno, sono stati accolti alla stessa maniera. Servirebbero certamente più onestà intellettuale e maggiore sensibilità, oltre che coscienza storica. Ecco perché non posso astenermi dal citare una frase di Aldous Huxley che riassume anche quanto questa canzone vuole trasmetterci: «il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna».

Gli immigrati appena arrivati dall’estero – Edificio per immigrati, Ellis Island, New York Harbor. Fonte: Library of Congress Prints and Photographs Division, Wikimedia.

«30 anni sono molti e pensare a casa lo fa stare male»

Il brano si conclude con il ritorno di Gianni in Italia, dopo trent’anni di duro lavoro, visto che andarsene dal proprio paese natale comporta sempre un certo grado di sofferenza: sono dell’opinione che ben pochi, se non fossero costretti, sceglierebbero di lasciare la propria casa. Murubutu con l’ultimo passaggio della canzone si riallaccia alla questione del passato oggi dimenticato, quando non strumentalizzato. Dopo il racconto della storia ipotetica di un italiano partito in cerca di fortuna, vuole in qualche modo riportarci al presente, facendoci solidarizzare con quelle persone che quotidianamente mettono in pericolo la propria vita con la speranza di un futuro migliore. Ecco perché il messaggio principale credo sia quello di cercare di essere più empatici e soprattutto di ricordarci, quando giudichiamo il nostro tempo, da dove veniamo: nella storia di ognuno di noi, a ben vedere, c’è indubbiamente un trascorso di migrazione segnato da sofferenze. Quando le cose vanno male, è facile reagire «di pancia» e incolpare coloro che stanno ancora peggio di noi, gli ultimi tra gli ultimi, ma forse dovremmo impegnarci di più a guardare la situazione con altri occhi: «Gianni sulla spiaggia di casa, sotto il sole che scalpita, guarda il mare che guarda la costa che guarda l’Africa, poi all’orizzonte scorge un barcone, è fitto di corpi e dolore, Gianni rivede sé stesso: il migrante ha un solo colore, un solo nome».