Cultura | 25.11.2018

L’odierna damnatio memoriae

A un anno circa dalle vicende di Charlottesville, che tanto fecero discutere anche a causa della rimozione di alcune statue, a Los Angeles, in California, le autorità comunali hanno rimosso una statua dedicata a Cristoforo Colombo: ma basta un gesto di questo tipo per riscrivere la storia? Il commento di Norman Lipari.
Immagine: Cristina Gottardi (Unsplash)

«Il tempo ha mitigato le ferite di chi non ha buona memoria», scriveva un giornalista, tempo fa, in un articolo che lessi riguardante Paolo Borsellino. Il problema non è mitigare le ferite con il passare del tempo. Il problema è non voler avere buona memoria: far sparire le ferite e le loro cicatrici, come se non fossero mai esistite. Mitch O’Farrell, consigliere comunale di Los Angeles con origini indo-americane, ha spiegato che la rimozione della statua è stata eseguita con chiare motivazioni: in primo luogo, le azioni di Colombo avrebbero dato il via al più grande genocidio della storia (quello degli indiani d’America). In secondo luogo, secondo O’Farrell Colombo non scoprì l’America perché da migliaia di anni il vasto continente era già popolato dai nativi americani. Entrambe le ragioni sono legittime, ma giustificano la rimozione della statua? A mio parere no.

Il caso Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo sbarcò nelle Bahamas, sull’isola Guanahani, ribattezzata poi San Salvador, nel 1492, il 12 ottobre, dando de facto il via alla colonizzazione delle Americhe da parte dell’uomo bianco. Tuttavia, non scoprì l’America, che era invece un continente già popolato, né fu in grado di chiamarla tale. Il nome «America» proviene infatti da un altro esploratore, Amerigo Vespucci, solo di qualche anno più giovane, che durante una delle prime esplorazioni del Nuovo Mondo, successiva a quella di Colombo, si rese conto dell’errore: Colombo non aveva tracciato una via alternativa per l’Estremo Oriente dall’Europa, ma aveva messo piede in un nuovo, immenso continente. Da storico sono il primo a considerare Colombo un grande esploratore. È evidente che l’impresa della Nina, la Pinta e la Santa Maria cambiò la storia del mondo occidentale – nel bene o nel male – al punto che, in storiografia, il 1492 segna l’inizio dell’Era Moderna (sebbene per certi storici inizi nel 1453, con la caduta dell’Impero romano d’Oriente). Secondo i parametri odierni e fonti storiche certe, però, Colombo non sarebbe stato un “grande uomo” del passato, bensì uno schiavista che alimentò la tratta negriera. Dove sta il problema, quindi, nella rimozione della statua di uno schiavista? Prima di tutto, un fatto storico o un personaggio storico non può essere analizzato senza averlo prima contestualizzato. Quanti furono gli antischiavisti all’epoca di Colombo? Non ci sono fonti certe, ma mi meraviglierei nel leggere numeri esorbitanti, qualora esistano. Questo non giustifica le azioni di Colombo, né di personaggi storici che lo hanno preceduto o succeduto e che si sono macchiati, come lui, di fatti che oggigiorno sarebbero altamente discutibili, per non dire orripilanti. Tuttavia, l’analisi di un fatto storico attraverso un prisma che conta cinque secoli di evoluzione non può che essere anacronistica.

Foto: Luca Ruegg (Unsplash)

Rimuovere la statua o rimuovere il ricordo?

Esiste qualcosa di ancora più grave, capzioso, per non dire pericoloso e azzardato, in questo comportamento. Pensate a cosa succederebbe se ogni simbolo, ogni mezzo busto, ogni statua, ogni palazzo legato al passato doloroso di qualcuno venissero rimossi. Sarebbe come rimuovere i campi di concentramento di Dachau, Sachsenhausen o Auschwitz. Con la rimozione dei simboli di un’azione sbagliata, di un regime sanguinario o di un personaggio discutibile, come poteva essere Colombo, il rischio è che ne verrà rimosso anche il ricordo. In questo modo, si ricrea il pericolo che si riproducano certe malvagità in futuro. Certo, non bisogna nemmeno issare nuove statue o creare nuovi simboli. A maggior ragione, però, se una statua è stata issata nel passato, la sua rimozione, oggi, è pericolosa. Va lasciata dov’è; non è rimuovendola che si riporteranno in vita 80 milioni di nativi americani uccisi nelle Americhe. Anzi, è rimuovendo i simboli che si rimuove il ricordo. In Turchia, Erdogan e il suo governo hanno tolto di mezzo qualunque cosa potesse ricordare il genocidio degli armeni (che tra l’altro nelle scuole turche non viene insegnato durante le regolari lezioni di storia). In Russia hanno fatto sparire i gulag, come se le purghe staliniane non fossero mai esistite. In Germania e in Polonia abbiamo avuto la fortuna che le potenze vincitrici, pur con i loro difetti, hanno mantenuto i campi di concentramento rendendoli dei musei. Non c’è niente di peggio, non c’è niente di più pericoloso, di un popolo che dimentica la storia. Essa è la memoria della società e dimenticarla, per i popoli, è proprio come per una singola persona dimenticare tutte le esperienze e i momenti difficili vissuti nella propria vita: sono quelli che ci hanno reso ciò che siamo oggi, che ci hanno fatto andare avanti, su cui abbiamo costruito il progresso. Nascondere, peggio ancora rimuovere il passato, rischierebbe di ricrearlo nel giro di qualche generazione: ci vogliamo evolvere come umanità o vogliamo fare un passo indietro? Io sono il primo a ritenere sbagliate le azioni di Colombo, ma ritengo sbagliata anche la rimozione di una statua che ne mantiene vivo il ricordo. Oltre a ciò, bisognerebbe rimuovere una quantità impressionante di statue e di mezzi busti in qualunque parte del mondo: perché Cristoforo Colombo sì, ma Thomas Jefferson no?

Il celebre Monte Rushmore, nel Sud Dakota. Da fonti certe sappiamo che George Washington e Thomas Jefferson possedevano schiavi. Foto: May (Unsplash)

Un museo all’aperto

A mio avviso una soluzione potrebbe essere quella di affiggere una targhetta vicino ai simboli storici, con una spiegazione contestualizzata dell’oggetto in questione. Siete mai entrati in un museo? In un museo mancano forse mezzi busti di Hitler, Stalin, Pol Pot, Giulio Cesare, Carlo Magno o altri personaggi storici che si sono macchiati di azioni che ieri, e a maggior ragione oggi, definiremmo orribili? A me non risulta. In un museo si conserva tutto. Vogliamo lasciare la memoria storica solo alle persone che si ricordano, a volte per caso, a volte per interesse personale, di entrare in un museo? Qual è la differenza tra questa soluzione – quella di affiggere una targhetta laddove abbiamo una statua centenaria – e  quella che abbiamo nei musei? Nessuna. Nei musei sono presenti delle targhette che spiegano l’oggetto ai visitatori, nonché il suo contesto e, se necessario, le sue conseguenze. Io propongo la stessa cosa. E qualora ci fossero errori sulle targhette vanno rettificate quelle. Lasciate all’umanità la sua memoria. Lasciate al progresso i gradini sopra i quali è stato costruito. Lasciate che il tempo mitighi le ferite di chi ha buona memoria, ma che il vostro dolore non vi spinga a cancellare le ferite e le cicatrici che sono lì presenti per ricordarvelo. Lasciate la statua di Colombo e affiggete una targhetta di fianco a essa: “Mezzo busto di Cristoforo Colombo, all’epoca un grande navigatore ed esploratore. Oggi sappiamo, grazie agli storici, che Colombo alimentò la tratta degli schiavi e che non fu il primo europeo a mettere piede sul continente americano, dato che Leif Erikson, come risale dai resti dell’antico insediamento di L’Anse aux Meadows, ci giunse quasi cinque secoli prima”.