Società | 04.10.2018

Tassare le multinazionali: una sfida globale

Text by Leandro De Angelis | Photos by Pexels
La globalizzazione ha risolto vecchi problemi e ne ha creati di nuovi. Oggi si pone il dilemma di come far pagare a multinazionali esageratamente ricche e potenti dei contributi equi per finanziare gli stati sociali. Ma nessun paese può farcela da solo.
Immagine: Pexels

Lo spiegava abilmente qualche giorno fa Ferruccio de Bortoli in un articolo sul Corriere, come il mondo internazionale e le grandi organizzazioni tra cui l’UE o la OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) da un decennio ormai soffrono di scarsa popolarità, ma che di tanto in tanto un avvenimento ci ricorda la loro importanza. È stato il caso di qualche settimane fa, quando il Parlamento europeo è riuscito ad approvare una nuova regolamentazione per il copyright, una lotta che nessun paese europeo, da solo, sarebbe riuscito a vincere.

Si può fare lo stesso ragionamento se si osserva cosa succede in Svizzera, ma non solo, a livello di imposizione fiscale delle imprese: dagli Stati Uniti passando per Italia e Francia fino al nostro paese, la parola d’ordine è alleggerire il carico fiscale, ridare alle imprese libertà di movimento. Se questo cambiamento è sano e necessario per le Piccole e Medie Imprese (PMI) che sono state stritolate dalla crisi, esso è al contrario estremamente nocivo quando si parla di enormi multinazionali – dai giganti alimentari a quelli farmaceutici e digitali – che realizzano guadagni da capogiro e ora si vedono pure alleggerire il carico fiscale, impedendo la ridistribuzione dei redditi e aumentando le diseguaglianze.

«Race to the bottom»

Già vent’anni or sono la politologa Susan Strange avvertiva di un pericolo in agguato dietro la globalizzazione che lei chiamava «race to the bottom», in italiano «corsa verso il basso». Secondo Strange la globalizzazione permetterebbe ai capitali di muoversi liberamente e alle imprese di spostarsi da un paese all’altro in cerca di condizioni più vantaggiose. Ne consegue che gli Stati abbassano le imposte e deregolamentano (in ambiti come clima, sicurezza sociale e sicurezza sul lavoro) per attrarre le multinazionali e far sì che esse si installino sul loro territorio. La concorrenza però è durissima, perché i concorrenti sono numerosi ed agguerriti. Così si innesca la cosiddetta «race to the bottom», che consentirà alle imprese di realizzare guadagni stratosferici, privando tutti gli Stati partecipanti alla «corsa» di risorse necessarie per finanziare pensioni, assistenza sociale, educazione ed infrastrutture pubbliche. Il risultato? Impoverimento e precarizzazione di un’ampia fascia della popolazione e aumento delle diseguaglianze.

Foto: Samuel Zeller on Unsplash

Sfide future

Una delle sfide maggiori che attendono l’umanità nei prossimi anni, sarà quella di riuscire ad imbrigliare di nuovo quelle enormi imprese che hanno cavalcato l’onda della globalizzazione riuscendo ad assumere dimensioni colossali. A livello internazionale ci si è organizzati per permettere all’economia di essere più dinamica, ma non si è provveduto ad aggiornare anche le contromisure sociali, cosicché il costo della globalizzazione è ricaduto sulle spalle della popolazione. Apple, Nike e migliaia di altre multinazionali hanno approfittato della mancanza di cooperazione internazionale per smettere di pagare dei contributi sufficienti a controbilanciare i costi sociali o ambientali che generano. La «corsa verso il basso» ha favorito queste ditte gigantesche, a danno del ceto medio e delle fasce sociali deboli di tutto il mondo.

Ne sono ben consapevoli i paesi membri dell’OCSE, che stanno lavorando ad un progetto chiamato BEPS (Base Erosion and Profit Shifting) che si prefigge di tassare le imprese transnazionali là dove esse producono un valore, in modo da impedire che sfuggano all’imposizione fiscale nascondendo la reale provenienza dei prodotti e delle componenti.

La globalizzazione è un fenomeno con conseguenze mondiali e se ha un pregio, esso è quello di farci capire che sotto sempre più aspetti navighiamo tutti sulla stessa barca e che per affrontare le sfide di oggi e domani nessun paese può giocare da solo, pena la sconfitta.