Cultura | 26.08.2018

“In tempi di crisi la cultura è la prima a tremare”

Text by Laura Dick | Photos by Laura Dick
Il 2018 è l'Anno europeo del patrimonio culturale e anche la Svizzera ha preso parte all'iniziativa. Di che cosa si tratta?
Immagine: Laura Dick

Stiamo per inoltrarci nella fase autunnale di quest’anno, eppure la notizia è stata poco percepita: il 2018 è stato (e lo sarà ancora per i prossimi quattro mesi) l’Anno europeo del patrimonio culturale. Anche la Svizzera ha voluto contribuire ai festeggiamenti. Ma quali sono i numeri di questo «mercato» e quali le opinioni dei giovani ticinesi?

Un 2018 significativo

Dal 1985 in Europa, ogni anno, due città vengono elette «Capitali della cultura» (per il 2018 erano Leeuwarden , nei Paesi Bassi e La Valletta a Malta). Il patrimonio culturale, però, non è solo una questione di brand. Oggi oltre 300’000 persone sono impiegate nel settore culturale dell’Unione europea, altri 7.8 milioni posti di lavoro ne sono indirettamente collegati. Tutto questo mondo, fatto di libri, di quadri, di canti e molto altro ancora, è una vera e propria branca dell’economia e non è una novità. Per fare un esempio, il progetto «Europa creativa» che aiuta il cinema, le arti e altri settori, ha avuto un bilancio di 1,46 miliardi di euro nel periodo tra il 2014 e il 2020; altri 6 miliardi sono stati messi a disposizione tramite il Fondo di Coesione in occasione dell’Anno europeo del patrimonio culturale. Accessibili attraverso i Programmi regionali, sostengono diversi progetti come scuole di musica o restauri di opere d’arte.

La Commissione europea riconosce quindi questa importanza economica e identitaria del patrimonio europeo e, soprattutto in un contesto in cui i beni culturali vengono minacciati e distrutti dai conflitti, ha deciso di eleggere il 2018 come Anno europeo del patrimonio culturale. È così stato dato il via ai festeggiamenti il dicembre scorso al Forum europeo della cultura di Milano, dove Tibor Navracsics, Commissario per l’Istruzione, la cultura, la gioventù e lo sport ha dichiarato: “Il patrimonio culturale è al centro del modello di vita europeo. Definisce chi siamo e crea un senso di appartenenza. Il patrimonio culturale non è fatto solo di letteratura, arte e oggetti, ma anche dei saperi artigianali tramandatici, delle storie che raccontiamo, del cibo che mangiamo e dei film che vediamo. È necessario preservare il nostro patrimonio culturale e farne tesoro per le generazioni future.”

Immagine: Laura Dick

L’Anno europeo in Svizzera

Quasi la metà dei beni culturali sotto protezione dell’UNESCO è ubicata in Europa, di cui dodici si trovano in Svizzera e ben due in Ticino (i Castelli di Bellinzona e il Monte San Giorgio). Nel 2015, secondo le ultime statistiche pubblicate dall’Ufficio federale della cultura, si sono spesi 2,88 miliardi di franchi (1,7% della spesa totale) per il settore culturale. I musei svizzeri hanno registrato nel 2016 13,2 milioni di visite, mentre le biblioteche hanno messo a disposizione 87 milioni di media fisici. L’anno scorso i cinema hanno proiettato 1917 film e la stagione teatrale 2016-2017 ha accolto 1,5 milioni di spettatori. Anche nel nostro Paese si legge, si ascolta e si vive la cultura in maniera cospicua. L’Anno europeo del patrimonio ha dunque trovato spazio anche qui ed è peraltro patrocinato dal consigliere federale Alain Berset che l’ha inaugurato con una conferenza sul tema della cultura della costruzione alla vigilia del WEF di Davos. Il Consiglio Federale ha inoltre proposto la ratifica di due convenzioni internazionali (la Convenzione di Faro del 2005 e la Convenzione UNESCO del 2011) in occasione dell’iniziativa europea.

L’opinione di alcuni giovani ticinesi

Molte sono le iniziative inaugurate e raccolte nel portale patrimonio2018.ch. A questo proposito qual è la percezione e l’opinione della cultura tra i giovani ticinesi?

«Purtroppo penso che siano pochi, ormai, i giovani ticinesi che conoscono il patrimonio culturale presente sul nostro territorio» commenta Ada, 23 anni, del Mendrisiotto. «A scuola trovo che non si parli abbastanza delle personalità svizzere, ma vengono piuttosto messe in luce quelle estere.» Anche Fabio, 23 anni, del Luganese la pensa allo stesso modo: «So che la cultura è importante per non dimenticaare la nostra storia, ma sì, sono d’accordo sul fatto che la stiamo trascurando. Io quest’anno non sono andato in nessun museo. Penso che a scuola abbiamo trattato qualcosa alle medie, ma era solo accennato.»

Martina, 27 anni, del Bellinzonese è più ottimista: «Non credo che i giovani stiano trascurando la cultura», ci dice. «Magari visitano meno musei, ma vivono l’arte e la cultura in un altro modo, partecipando e sostenendo il rinnovo del patrimonio con nuovi scrittori, nuove feste, nuove opere d’arte, nuove usanze, nuovi stili musicali». E aggiunge: «A me, ad esempio, piace ascoltare musica di gruppi ticinesi, leggere libri di autori svizzeri o andare alle feste di paese». C’è invece chi la situazione la vede più complessa. Gaia, 28 anni, dell’Alto Ticino spiega che per lei ci sono due tendenze: «Ci sono cose che si stanno perdendo mentre altre no: penso ai giovani che riscoprono la montagna, ad esempio», ci spiega. «Non penso che a scuola si parli abbastanza di scrittori, pittori, registi ticinesi o svizzeri. E soprattutto quando lo si fa ci vorrebbe un po’ di svecchiamento. Ho l’impressione che tutti pensino che la storia Svizzera sia noiosa perché non succede mai niente». Anche per i musei Gaia sembra avere un’impressione simile: «La maggior parte del tempo quest’anno l’ho passata a Berlino dove ne ho visitati parecchi, in pochi mesi credo attorno alla ventina. Qui hanno un altro twist, una ventata fresca e giovane».

Dal punto di vista professionale, come è messa la situazione del settore culturale? «La cultura offre diverse possibilità di lavoro anche se a volte non ci ne rendiamo conto», risponde Ada. Tuttavia ci sono anche opinioni agrodolci al riguardo. Secondo i giovani intervistati, il settore è fragile e spesso messo in secondo piano. «La cultura può dare lavoro, però è certo che in tempi di crisi è quella che trema per prima», riflette Gaia, mentre Martina risponde: «Non sempre questo settore viene riconosciuto o gli viene attribuito il giusto valore».