Società | 11.07.2018

Provocazioni: scosse ai processi di riconciliazione

Text by Laura Dick | Photos by Wikimedia
Quanto ne sappiamo davvero della cultura albanese e della storia del Kosovo? Ne parliamo con la dottoranda Cecile Blaser in Studi Europei dell'Università di Friburgo.
Immagine: Wikimedia

Il passato ci rincorre sempre. Certi più di altri, come quello della memoria (storica e personale) albanese. Sull’onda della polemica generata durante la partita dei mondiali, il Segretario della Federeazione di Calcio Svizzera, Alex Miescher, ha già dichiarato di voler togliere la doppia nazionalità agli sportivi d’élite. Nazionalità. Nazionalismo. Nazione. È il vocabolario in gioco in questo momento. Dopo anni di riconciliazione (soprattutto guidate a livello giuridico dall’Europa, con ad esempio il Tribunale penale internazionale per l’Ex-Jugoslavia, chiuso nel 2017, o il programma Eulex, quale memoria resta della guerra in Kosovo? Abbiamo cercato di fare il punto della situazione con Cecile Blaser, dottoranda presso la cattedra di Studi europei all’Università di Friburgo, che attualmente studia la nozione di riconciliazione in questa regione su esempio dell’Ufficio franco-tedesco della gioventù.

Perché il gesto di Shaqiri è stato un insulto nei confronti della squadra serba ?

«È stato un gesto nazionalista. Shaqiri, Xhaka e Lichtsteiner hanno mostrato l’aquila bicipite, l’animale araldico per gli albanesi così come per i kosovari-albanesi. A causa del conflitto tra Serbia e Kosovo, dove anche una parte del Kosovo è popolata dai serbi e una parte della Serbia da una minoranza albanese, ogni gesto di provocazione conduce ad una escalation del diverbio politico/etnico/nazionalista non ancora conclusosi. Perciò, dal punto di vista dei serbi, il gesto del giocatore della Nazionale svizzera è stata un provocazione inaccettabile, che non doveva avvenire sul terreno calcistico. Che i giocatori abbiano fatto questo gesto in un momento di felicità e di trionfo è comunque comprensibile, soprattutto se consapevoli della forza della cultura e dell’orgoglio albanese. Il gesto è tuttavia da condannare anche dal punto di vista della Svizzera: la nazionale e i suoi fan, così come il popolo svizzero, comprendono persone di origini serbe. La Svizzera non rappresenta quindi il Kosovo, ma molto di più», risponde Cecile.

Questo non è il primo episodio d’attrito che riprende la memoria storica dolorosa tra questi paesi. Cecile ci spiega che anche nel 2014, durante una partita di qualificazione tra la Serbia e l’Albania per gli Europei del 2016, al 42esimo minuto un drone aveva fatto volare una bandiera albanese sopra lo stadio di calcio di Belgrado. Anche questo evento aveva sollevato forti proteste. «La nazionale di calcio svizzera non dovrebbe diventare la piattaforma per questi conflitti», conclude l’assistente diplomata.

Pensi che la comunità internazionale dovrebbe bandire questi gesti identitari in relazione a un passato conflittuale, di guerre e di crimini contro l’umanità?

«Si vorrebbe rispondere di sì. Tuttavia, è importante chiedersi chi sia esattamente la comunità internazionale. Chi dovrebbe vietarlo? Da quale istanza? Con quale mezzo di pressione? Non ci sono risposte chiare a queste domande».

Attualmente quale tipo di memoria della guerra in Kosovo esiste in Europa?

«Dipende molto dai rispettivi paesi. In Svizzera, ad esempio, la si collega all’immigrazione di molti albanesi del Kosovo, motivo per cui questo paese è molto vicino alla storia della sua indipendenza. Si ricorda a questo proposito il ruolo pionieristico dell’ex capo dell’EDA, Micheline Calmy-Rey. In Germania, invece, si associa al governo dell’epoca, costituito da partiti socialisti e dai Verdi, e a quando quest’ultimo, tradizionalmente pacifista, con il suo ministro degli Esteri Joschka Fischer prese la storica decisione di appoggiare il bombardamento degli obiettivi militari serbi. In altri paesi europei, la memoria della guerra in Kosovo è meno presente rispetto a quella delle guerre della Jugoslavia nel 1992-1995».

E per quanto riguarda la memoria nei paesi coinvolti direttamente ?

«Le ferite non sono ancora guarite. La Serbia resta davanti alla porta dell’Europa (le trattative per l’adesione sono iniziate nel 2014, N.D.A) e l’Albania è stata accettata poche settimane fa come candidato per l’adesione all’Unione europea, contemporaneamente alla Macedonia. Il problema principale risiede nell’irrisolta e delicata questione della creazione di una Grande Albania, che non è solo considerata indesiderabile dal solo punto di vista serbo, ma che potrebbe sconvolgere il fragile equilibrio della regione».

A che punto sono i lavori di riconciliazione nella regione ?

«Una volontà politica nei processi di riconciliazione esiste, ma dipende da molte componenti ed eventi. Ad esempio basta una provocazione nazionalista e questi processi, dall’impalcatura poco solida, vengono scossi profondamente. Pertanto, si dovrebbe prestare attenzione a questa domanda per non trarre conclusioni troppo ottimistiche». Il programma EU Eulex, ad esempio, fu un programma europeo con l’obiettivo di aiutare il neo-autoproclamatosi indipendente stato del Kosovo a costruire uno stato di diritto. «Non voglio esprimermi molto al riguardo, poiché questa missione è appena finita e le conclusioni ancora aperte», spiega Cecile. «Eulex doveva essere una garanzia per l’istaurazione di un sistema giuridico al fine di assicurare la sicurezza del popolo e del territorio. Fu pensato come uno strumento e non come un fine: dovrebbe servire alla pace già esistente e non essere un modello per instaurarla».

Cosa ne pensi, personalmente, della presa di coscienza del conflitto?

«In generale, la storia del conflitto non si insegna nelle scuole serbe, ma soprattutto kosovare. La memoria di quanto successo si tramanda di generazione in generazione attraverso i legami familiari. L’Europa, dal canto suo, continua a dimenticare che dopo il 1945 nel suo continente sono scoppiate numerose guerre sanguinose, sebbene negli ultimi cinque anni la ricerca si è concentrata sempre più sulle guerre in Jugoslavia. Mi stupisco sempre della scarsa conoscenza della cultura serbo-croata o albanese dato che ciò che è accaduto è fortemente presente in Svizzera, infatti siamo legati alla gente di questa regione nella nostra vita quotidiana».

Per approfondire:

Kosovo, un cantone svizzero

Uno sguardo alla ferita aperta fra Serbia e Kosovo