Società | 30.07.2018

Androidi: fantascienza o realtà?

Dagli aerei ai telefonini, passando per armi, elettrodomestici e altro ancora: la fantascienza ha anticipato i progressi della tecnologia creando su carta e pellicola ciò che gli innovatori non riuscivano neppure a immaginare, aprendo uno scorcio sul futuro. A che punto siamo oggi?
Scena Deus Ex Machina
Immagine: Bago Games (Flickr)

Sebbene riconoscere l’influenza della fiction del passato sul mondo attuale sia facile, un esercizio ben più arduo è quello di domandarsi che parte della fiction odierna diverrà la realtà di domani.

Un elemento ricorrente all’interno del genere sono gli androidi, ossia macchine con sembianze umane. Il loro grado di somiglianza può variare molto: da C-3PO di Star Wars – un insieme di ingranaggi che parla con voce metallica e si muove a scatti – ad altri più sofisticati che sono indistinguibili da un essere umano, come David 8, l’androide di Prometheus (film di Ridley Scott).

Ma gli androidi sono fantascienza o realtà?

La risposta, chiaramente, dipende dal tipo di androide del quale parliamo.

Per quanto riguarda un androide «alla C-3PO», ossia una macchina perfettamente riconoscibile come tale, che cammina con un’andatura meccanica ed è programmata per svolgere una determinata funzione, ci siamo già arrivati. La tecnologia necessaria per costruire il «corpo» di C-3PO infatti è già disponibile: la Boston Dynamics per esempio ha sviluppato Atlas, robot con sembianze vagamente umane (due braccia e due gambe) capace di correre, saltare e rialzarsi una volta caduto a terra. Dotate Atlas dello stesso computer di Nadine, androide della Nanyang Technological University capace di ricordare le conversazioni passate, e vi ritroverete con una macchina che cammina capace di parlare e rispondere alle domande concernenti quegli ambiti per i quali è programmata, proprio come il celebre droide protocollare di Star Wars.

Se invece per «androide» intendiamo una macchina intelligente quanto e forse più che un essere umano, visivamente indistinguibile da una persona fatta di ossa, carne e sangue, allora è tutto un altro discorso. Le tecnologie per realizzare una simile opera non sono ancora state sviluppate, ma coloro che credono che un simile androide possa esistere solo nella fantascienza si devono ricredere: nonostante ci sia ancora tanta strada da fare, ogni anno i ricercatori vi si avvicinano di più.

Per essere a prima vista indistinguibile da un umano, un robot ha bisogno essenzialmente di quattro «ingredienti»: sembianze umane, le movenze fluide del nostro corpo, voce umana e un’intelligenza che vada oltre delle risposte preconfezionate che si attivano tramite specifiche domande.

Sull’aspetto si sono concentrati per esempio i creatori di Harmony, una bambola del sesso tecnologica prodotta negli Stati Uniti; i risultati sono impressionanti: la pelle, gli occhi, le mani sono a prima vista identici a quelli di una persona in carne ed ossa. Il robot Abraham Lincoln di Garner Holt Productions lascia invece a bocca aperta per la mobilità del volto, che gli permette di contrarre «muscoli» meccanici e così facendo fare smorfie o sorridere con naturalezza.

Per sviluppare la fluidità dei movimenti, ci vorrà più tempo: Atlas della Boston Dynamics si muove meccanicamente ed in un numero limitato di direzioni, ha dunque bisogno di fare parecchia strada prima di poter ingannare chicchessia sulle sue origini artificiali. Un passo oltre potrebbe essere stato compiuto dalla Disney, che ha costruito un robot con le sembianze di un Na’vi, un nativo di Pandora, il pianeta al centro del celebre film «Avatar». Sebbene sia limitata alla metà superiore del corpo, la mobilità della macchina è impressionante: le spalle, le braccia e le mani si muovono fluidamente, tanto che si potrebbe credere di trovarsi sul serio di fronte alla sciamana della leggendaria tribù.

Per quanto riguarda la voce umana, se ne occupa l’impressionante Google Duplex, un assistente virtuale capace di effettuare semplici chiamate (ad esempio ordinare una pizza o fissare un appuntamento dal parrucchiere) indistinguibile da un essere umano. La scioltezza e dinamicità con la quale Google Duplex risponde alle domande che gli vengono poste è sbalorditiva, anche se il programma funziona solo per determinate conversazioni… per ora.

L’ultimo «ingrediente», quello più importante, controverso e per certi versi inquietante, è quello dell’intelligenza artificiale («AI» dall’inglese). Non è chiaro, al giorno d’oggi, se parlare di AI sia già appropriato, anche a causa della difficoltà di determinare cosa «intelligenza» significhi esattamente. Ad ogni modo, i progressi fatti sono strabilianti e l’esempio perfetto è Sophia, robot della Hanson Robotics che vi lascerà a bocca aperta grazie alle sue risposte schiette, ironiche e talvolta incredibilmente umane.

Gli androidi fino ad oggi sono rimasti confinati al mondo della fantasia, ma quanto resisterà ancora questa divisione? Ciò che appare evidente è che essa sia destinata a terminare.