Società | 21.06.2018

Non è una “Patria” per tutti

Text by Laura Dick | Photos by Laura Dick
L'ETA si è dissolta. L'annuncio, un mese fa, pare un ricordo sbiadito. Di questo capitolo, Fernando Aramburu ne dipinge la complessità nel suo romanzo intitolato 'Patria': da leggere tutto d'un fiato, ma con le dovute attenzioni.
Immagine: Laura Dick

«Txato, Txatito. Bittori glielo diceva anche quando c’entrava poco o nulla, con più pena che affetto. La verità è questa: sei rimasto solo come un cane. Gli amici? Non li cercava, non lo cercavano. Lo isolarono nel momento stesso in cui lui si isolò. Non andava a giocare a carte al Pagoeta né a cena il sabato al circolo gastronomico. Una volta, per caso, incrociò Joxian per strada. Si guardarono, Joxian fugacemente, lui fissandolo, con aspettativa, in attesa di chissà che segno a mo’ di saluto, come a dire: no, io mi fermerei a parlare con te, ma è che.» –  estratto da ‘Patria’ di Fernando Aramburu.

È che ormai lo avevano preso di mira, il Txato. È che ormai gli avevano chiesto l’ennesima somma di denaro esorbitante, che, seppur benestante, non poteva pagare. È che ormai era diventato un nemico della nazione. Questo il linguaggio scelto da Fernando Aramburu per narrare la storia intrecciata di due famiglie basche, separate bruscamente dall’operato di Euzkadi Ta Askatasuna (Euskadi e Libertà), l’ETA. Uno scritto colloquiale, nel quale pensieri e parole dei personaggi s’intrecciano per dar forma a un racconto denso e accattivante.

Nato a San Sébastian/Donostia nel 1959, un anno dopo la fondazione del gruppo l’ETA, Aramburu ha studiato filologia ispanica all’Università di Saragozza per poi insegnare a Berlino. Il suo ultimo scritto, Patria (2015), ha ricevuto il Premio de la Critica (2016) e il Premio Strega Europeo (2018). In questo romanzo di circa 500 pagine, Aramburu descrive la storia di due famiglie basche unite da un’amicizia datata, distrutta dall’uccisione del Txato (uno dei capifamiglia) dall’ETA. «Fa male che in nome dei simboli che fanno parte dell’identità delle persone sono state commesse atrocità, a nome della patria basca, e contro di ciò mi sono ribellato attraverso la letteratura», ha dichiarato l’autore. Aggiunge poi che questo è un discorso universale, non solo basco.

L’organizzazione armata ha cessato ogni attività terroristica nel 2011, lasciandosi alle spalle 845 morti, migliaia di vittime e una memoria dolorosa. Poche settimane fa, la notizia della sua dissoluzione ha chiuso definitivamente il capitolo delle violenze, lasciando però ancora aperto quello della riconciliazione. Un percorso che Fernando Aramburu raccoglie interamente nel suo romanzo.

‘Patria’. Foto di Laura Dick

Le origini

Il nazionalismo basco non nasce con l’ETA negli anni 50. Il sentimento di comunità distinta ha origini antiche, risalenti ai fueros medievali. Questo passato, riletto in chiave nazionalista, ha dato origine alle varie rivendicazioni identitarie. Il padre fondatore del nazionalismo inteso come corrente di pensiero politica è Sabino Arana, morto nel 1903, lasciando la sua eredità al Partido nacionalista vasco (PNV), di cui lui stesso ne fu artefice. La dittatura di Franco e le relazioni internazionali durante la Guerra fredda hanno però inferto una grande ferita intergenerazionale. Il PNV non è stato più in grado di raccogliere sostegno tra i giovani, che si staccano pian piano dal partito. L’ETA nasce quindi in un contesto di rottura interna al nazionalismo basco. Non è un partito, ma un’organizzazione radicalizzata. Nonostante il suo programma non prevedesse all’inizio la lotta armata, il primo attacco mortale non si farà attedere: è il 7 giugno del 1968, quando Javier Etxebarrieta, leader storico dell’organizzazione uccide la guardia civil José Antonio Pardines durante un controllo stradale.

Le mille sfaccettature del nazionalismo basco

Parlare di nazionalismo in Euskadi non è semplice. Non solo nell’attuale comunità autonoma Pais Vasco, ma anche in Francia e nella Navarra alcune persone si identificano con la cultura e la lingua basca. Bisogna inoltre distinguere i partiti nazionalisti di destra (come PNV) da quelli di sinistra (come Herri Batasuna o l’attuale EHBildu), come anche distinguere l’ETA (un’organizzazione armata dalla complessa struttura) da un partito politico. Soprattutto, non bisogna immaginare il popolo basco come complessivamente nazionalista. Esiste in questa regione anche quello che viene chiamato dai sociologi «doble patriotismo» che posiziona le persone in una doppia identità, quella basca e quella spagnola/francese.

Il nazionalismo basco non è dunque riassumibile nelle 500 pagine di un romanzo. Non si può inscatolare in un riassunto apatico, come non si può veramente dire di aver chiuso il capitolo di questa storia basca/spagnola/francese/europea con la fine dell’ETA. Ciò nonostante, per chi non avesse ancora avuto occasione di approfondire le varie visioni scientifiche sulla faccenda, il romanzo di Amramburu si predispone come una buona anticamera all’analisi. L’autore dipinge la difficile, contraddittoria, umana relazione di due famiglie, nelle quali il nazionalismo basco non si manifesta in una sola forma, come lo testimonia questo estratto di discorso:

«Gli tremava tanto la mano che non era in grado di reggere il cucchiaio e questo infastidì Miren.

-Ehi, non mi diventerai mica triste? –

Porca puttana eccetera. E anche:

-Un basco, uno del paese come te e me. Cazzo, se sarebbe un poliziotto, ma il Txato!Per me non è una cattiva persona.-

-Non si tratta di buone o cattive persone. È in gioco la vita di un popolo. Siamo aberzale o cosa siamo? E non ti dimenticare che hai un figlio nella lotta.» – estratto da’Patria’ di Fernando Aramburu.

Ci sono delle persone e le loro scelte, i loro dolori e le loro gioie. È un libro scorrevole, ma complesso. Intriso di elementi e spunti da approfondire, come la vita del paese rispetto alla città, le feste popolari, la fuga in Francia dei membri dell’ETA, la ricerca di finanziamento sotto forma di pizzo, la detenzione in prigione e le torture da parte dello Stato spagnolo.

Bandiera basca. Foto: Laura Dick

Critiche all’opera

Come già citato all’inizio, il romanzo di Aramburu ha riscosso generalmente un grande successo (venti ristampe, 400 mila copie vendute, undici traduzioni secondo i dati di Repubblica. Tuttavia un punto è stato criticato: gli stereotipi. Secondo il periodico spagnolo El Pais, l’autore ha ritratto le due facce di una società arcaica e patriarcale che ha preservato i valori di unità familiare, dove la cuadrilla (il gruppo di amici in cui cresci N.D.A) è lo strumento di socializzazione di adolescenti e giovani. Questa stessa mentalità, si legge ne El Pais, è all’origine della giustificazione della violenza. Questa visione semplificata della società e soprattutto delle persone abertzali (nazionaliste) ha sollevato qualche sopracciglio. Jon Iñarritu, senatore del partito nazionalista Bildu, ha commentato che il romanzo è ben strutturato interessante e avvincente, ma i dialoghi abusano in alcune occasioni di stereotipi. «È una storia di storie successe in Euskadi, rimane però ben lontana dalla storia di quello che è realmente successo. Il dramma vissuto è poliedrico e complesso», ha detto Iñarritu in un’intervista riportata ne El Pais.

Una critica ripresa molto più aspramente dall’autore basco Ander Zurimendi, che non le manda a dire all’opera dal successo mondiale. «Patria è un romanzo interessante in cui l’autore cerca di influenzare l’opinione pubblica e ottenere la sconfitta letteraria dell’ETA», dichiara Zurimendi in un’intervista in Naiz . «Perfetto. È legittimo. È la tua scommessa. Ma dillo chiaramente.» Non è quindi un romanzo universale, non è la storia per intero ed è fatta da personaggi stereotipati, conclude l’autore.

Per saperne di più: rsi