Società | 08.05.2018

QUANTO COSTA DAVVERO IL BITCOIN… AL PIANETA?

Text by Laura Dick | Photos by coindesk.com
I più si stanno chiedendo quanto sia sicura questa moneta virtuale. Tink.ch ha voluto toccare un tema diverso: il suo contributo al riscaldamento globale.
Immagine: coindesk.com

Internet inquina. Non lo sapevate? Ebbene sì, spedire otto email corrisponde a percorrere un chilometro con l’auto . Il Cloud Computing, che sta conquistando il mondo del lavoro, è uno dei tanti servizi virtuali che da anni si trova nel mirino degli ecologisti. Il nostro mondo si sta pian piano trasformando, ma lo spettro dell’inquinamento “invisibile”, quello dei server, è in agguato. Ci si pensa solo saltuariamente. Nel corso della nostra rubrica “green” ci siamo chiesti: qual è il costo ecologico dei Bitcoin invece? Si può comparare al costo di produzione di una moneta “normale”?

Che cos’è una moneta virtuale?

Nato nel 2009, il Bitcoin, come altri suoi fratelli (i Litecoin, Namecoin, Peercoin, Primecoin, Ripple…), è una valuta immateriale che utilizza il blockchain. Di che cosa si tratta? La Stampa.it ha ripreso, nel suo articolo del 2016, questa definizione: il blockchain è un registro transnazionale sicuro, condiviso da tutte le parti che operano all’interno di una data rete distribuita di computer; registra e archivia tutte le transazioni che avvengono all’interno della rete, eliminando in definitiva la necessità di terze parti. Il valore della moneta virtuale dipende dai suoi investitori, ovvero dalla domanda, e non dalle banche centrali o dai governi. Non essendo monete materiali, il Bitcoin e i suoi fratelli non hanno un valore reale, ma ne acquistano attraverso gli scambi crittografati. Attualmente, un bitcoin corrisponde all’incirca a 7.700 euro e ci sono più di 17.000.000 di bitcoin in circolazione. Un valore altissimo, raggiunto a velocità sorprendente solo nel corso dell’ultimo anno.

Insomma, il bitcoin, più delle altre monete virtuali sul mercato, sembra fiorire come la possibile valuta del futuro, ma molti sono ancora i quesiti che solleva. Noi abbiamo deciso di addentrarci nel tema dell’ecologia, vista la nostra rubrica in atto: T(h)inkGreen.

Il Bitcoin nel mirino degli ecologisti

L’anno scorso, Focus.it aveva pubblicato un articolo sul costo energetico di questa moneta virtuale. Il media riportava i numeri pubblicati dalla piattaforma britannica PowerCompare e stimava a 30,14 terawattora (TWh) il costo energetico per il 2017 della generazione di Bitcoin. A titolo comparativo, la Svizzera ha consumato circa 250 TWh nel 2015, mentre l’Irlanda, secondo Focus, appena 25 TWh.

Perché il virtuale risucchia così tante energie?

La necessità di elettricità è così alta a causa della complessa crittografia che determina la sicurezza della valuta. Questo processo, denominato mining, necessita quindi una costante crescita nella quantità e qualità di computer, affinché si possa creare una moneta sempre più sicura.

Un punto cruciale del dibattito attorno all’utilizzo delle monete virtuali è infatti la probabilità di attacchi da parte degli hacker. In concreto, Forbesitalia ci presenta questa equazione: con un computer attivo si può creare un bitcoin al mese. Fate voi il calcolo di quanti computer attivi ci siano oggi.

Quindi: per creare bitcoin ci vuole molta energia. Secondo Forbesitalia, il problema è l’inevitabile crescita della domanda di risorse energetiche necessarie per il mining. L’elettricità, però, può anche essere creata dall’acqua, dal vento dai pannelli solari…e questo non pregiudica in modo così grave l’impatto ambientale. Il punto è proprio questo. Anche l’industria del bitcoin si è trasferita dove la materia prima costa poco. La maggior parte dei server per i Bitcoin si trovano in Cina (secondo Forbesitalia ben il 58%), dove il costo dell’elettricità è bassissimo rispetto alle altre parti del mondo. Se si conta che la produzione di Bitcoin può arrivare ad una cifra di 39.000 dollari di spese energetiche al giorno in un paese dal basso costo elettrico, allora ci si può ben immaginare la quantità di energia utilizzata. Sono cifre enormi. Questo è il problema principale che lega i Bitcoin al riscaldamento globale. Secondo la Deutsche Welle, la Cina è il maggior consumatore al mondo di carbone per le sue risorse energetiche. Nonostante ciò, il paese si è impegnato molto nella lotta contro l’inquinamento e sta puntando molto sulle energie rinnovabili. Greenpeace stessa ha riconosciuto un cambio decisivo. Un discorso simile tocca il 16% degli altri server, che si trova invece negli USA. Anche qui il 73% dell’energia è ancora di natura fossile. La differenza con la Cina è che negli States, a causa della nuova politica di Trump, l’evoluzione del settore energetico è ancora incerto.

Un cambio positivo potrebbe comunque arrivare nel futuro. Alcune strategie per migliorare l’efficacia nella risoluzione dei calcoli e ridurre tempo ed energia sono in atto. Tuttavia la strada da percorrere è ancora molto lunga.

Bitcoin vs. Moneta “reale”

La domanda è legittima: produrre monete “normali” non è altrettanto anti-ecologico? Prendiamo il caso del denaro svizzero. Quanta energia ci è voluta per produrre le nuove (e anche vincitrici di premi) banconote svizzere? Nel nostro paese, l’erogazione del denaro è sotto la giurisdizione della Confederazione e compito della Banca Nazionale Svizzera. Nel 2017 c’erano in media 449,2 milioni di banconote in circolazione. Il costo di produzione è di circa 40 centesimi per ogni banconota. La durata media della vita di una banconota da 1000 franchi è di dieci anni. Più piccole sono, meno vita hanno. Come per i Bitcoin, anche le banconote reali devono aggiornare la loro sicurezza affinché non cadano nei tranelli della contraffazione. Questo comporta una produzione periodica di nuove banconote. Per le monete il discorso è diverso, testimoni le differite date incise nel metallo. Per semplificare, ci focalizzeremo solo sulle banconote, anche perché, essendo quelle cambiate più spesso, dovrebbero avere un maggior impatto ambientale.

È la ditta svizzera Landquart che si occupa della nuova produzione, di cui possiamo osservare oggi le banconote da 10, da 20 e da 50 franchi. Sul suo sito ritroviamo la seguente dichiarazione: “Non usiamo alcun petrolio grezzo per mantenere un bilancio favorevole di CO2 nell’ambiente e la fonte di calore necessaria per la fabbricazione della carta viene prelevato attraverso una tubazione collegata all’impianto locale di incenerimento dei rifiuti. La maggior parte del nostro fabbisogno energetico è soddisfatto da un impianto di idro-generazione locale e disponiamo del nostro impianto di riciclaggio delle acque reflue. Questi elevati standard che manteniamo sono ufficialmente certificati ISO14001”. Rispetto alla creazione dei Bitcoin c’è una grande differenza. Tuttavia, la grande diversità dell’ubicazione delle catene di produzione di questi due prodotti è essenziale: quelle del Bitcoin si situano soprattutto in Cina e negli USA, due paesi che seguono una linea ben diversa dalla Svizzera per quanto riguarda l’energia.

I fattori chiave per rivoluzionare ecologicamente la creazione delle monete virtuali sono quindi, come spesso accade, sia politici che economici. Bisogna però notare che il cambio di fonte di produzione dell’energia di queste monete virtuali, ad oggi chiaramente legate al carbone, è in fase di miglioramento. È giusto comunque rimanere vigili sul consumo energetico delle proprie azioni, soprattutto per quanto riguarda l’inquinamento “invisibile”.

Più informazioni sull’impatto ambientale delle banconote svizzere possono essere trovati a questo link.