Società | 29.05.2018

« 3% » di noia – recensione della serie brasiliana

Text by Laura Dick | Photos by Optclean.com
Dopo la prima stagione della serie brasiliana rilasciata su Netflix nel 2016, la seconda stagione è stata resa disponibile da aprile. Intrigante, intelligente, piena di colpi di scena, aggiunge uno nuovo titolo al mondo delle utopie e delle distopie.
“L’uguaglianza è un’illusione convincente”
Immagine: Optclean.com

Immaginate un mondo diviso in due parti: una povera, l’altra ricca. A 20 anni, ogni persona dell’Entroterra (Continente in portoghese), la parte meno agiata, ha una sola ed unica chance per dimostrare di essere meritevole di quel mondo idilliaco chiamato Offshore (Maralto). Solo il 3% dei candidati supera il Processo di selezione.

La realtà è inizialmente molto «bianca o nera». Tutti nascono nel Continente, i virtuosi vanno a vivere nel Maralto. È una società apparentemente «giusta»: solo chi detiene il merito può accedere ad una vita migliore. Tutti hanno una possibilità, nessuno è escluso a priori. Le persone reggono il proprio destino nelle loro mani. O vai dall’altro lato, o resti in quest’altro.

Questa la sinopsi intrigante presentata da Pedro Aguilera (diretta da César Charlone) che ci propone come ambientazione una realtà post-apocalittica brasiliana.

Iniziata con tre episodi «pilota» nel 2009 su Youtube, la storia si è consolidata in una vera e propria serie TV. Ad oggi sono state realizzate due stagioni, divise in una decina di capitoli ognuna. Nel 2017, la serie è nominata per il Premio messicano Ibero-americano de Cinema Fenix (con lo scopo di promuovere i film in lingua spagnola e portoghese) nella categoria serie televisive drammatiche, vinta infine da Narcos.

Dall’utopia alla distopia e ritorno

Non si può ancora tirare le somme sulla storia scritta da Aguilera, ma di certo le due prime stagioni presentano diverse caratteristiche dei mondi utopici e distopici. La prima stagione si concentra molto sul Processo di selezione stesso ed i suoi protagonisti. Non capiamo né cosa sia né come si presenta l’Offshore. Il Processo di selezione si svolge in un edificio posto ai margini dell’Entroterra, quest’ultima rappresentata come una gigantesca città polverosa e decadente. Un luogo pullulante di gente dai vestiti sporchi e laceri che cerca di sopravvivere tra violenze e precarietà. Un luogo anche questo poco esplorato nella prima stagione, se non in periodici flash-back dei personaggi. Una cosa è sicura: l’Offshore è un posto perfetto, dove non esistono malattie, la tecnologia è molto avanzata, le risorse non scarseggiano mai e non esiste la violenza. Là, tutti sono felici.

Mentre lo spettatore comincia a sollevare qualche dubbio sul sistema, ecco che si scopre la Causa, un gruppo organizzato che vuole giustizia per il 97% degli eliminati. Crede che il Processo sia ingiusto e vuole distruggerlo. Così ci ritroviamo nel classico bene contro il male. Un lato contro l’altro. La Causa contro l’Offshore. Un gruppo contro il Sistema. Sembra un déjà vu della trilogia di Hunger Games, eppure… Eppure i colpi di scena non mancano. Si arriva a credere ad un certo punto anche a un finale distopico, per poi invece soccombere alla sensazione di non sapere più da che parte si stia.

Questa serie Tv non apporta niente di nuovo al dibattito sulla complessità della vita, ma gioca molto bene sulla natura imprevedibile dell’essere umano. I sentimenti, la devozione ad una causa, la pazienza, la vera natura di ognuno viene testata da incessanti prove. Non solo quelle del Processo, ma anche quelle delle situazioni della vita reale. Lo spettatore viene pian piano introdotto al grande gioco dietro la divisione del mondo. Nella seconda stagione, disponibile da aprile di quest’anno, si esplora molto di più la creazione dell’Offshore, datata più di cento anni prima. Aguilera ci rende consapevoli di alcuni eventi del passato e ci fa conoscere, senza svelare troppo, i Fondatori di quel mondo.

Foto di gruppo. Fonte: Fotogramas.com

La realtà politica brasiliana e il successo americano

Il successo è stato globale soprattutto grazie alla diffusione su Netflix, ma alcuni elementi sono espressione diretta della società brasiliana, al momento colpita da una profonda crisi economica e da una forte divisione razziale. In un’intervista sul giornale online Super, Pedro Aguilera afferma : «Secondo me, i brasiliani si identificano con la serie, però i temi trattati sono inoltre universali». Nel 2016, il Senato aveva convocato un impeachement per Dilma Rousseff, accusata di aver mentito sul deficit di bilancio del 2014. Da questo momento, la situazione in Brasile è stata periodicamente oggetto di scontri. La politica brasiliana, però, sottolinea l’autore, è comunque cambiata nel corso del montaggio di «3%» e non c’è sempre un collegamento esplicito.

I temi della serie restano comunque variati: l’evoluzione tecnologica, la natura animale dell’essere umano, la scarsità delle risorse e il consumismo sono solo alcuni delle grandi tematiche proposte. La maestria, trovo, in questa serie, è quella di restare ad ogni modo avvincente. Lascia allo spettatore, tra un momento di suspense e un altro di stupore, la decisione di etichettare lui stesso cosa sia buono o cattivo o ibrido. L’autore non impone un lato sbagliato e uno giusto. Nella seconda parte della serie spesso si sente comparare la Causa e l’Hoffshore come detentori della stessa ingiustizia. La via di mezzo sembrerebbe essere il leit motiv presente in questo finale di stagione.

Consiglio questa serie per vari motivi: perché è una produzione brasiliana (finalmente diversa dal tartassamento americano), perché ha ingredienti fantascientifici, drammatici e misteriosi che si mescolano per generare un prodotto di riflessione sulla società, e perché cinematograficamente è molto piacevole da vedere. Naturalmente da vedere in lingua originale!