11.04.2018

Ethical Fashion: la nuova frontiera della moda?

Text by Laura Dick | Photos by Giorgia Bazzuri
È abbastanza semplice mangiare locale o fabbricare i propri cosmetici. Per l'abbigliamento la faccenda è diversa. Facciamo il punto della situazione.
Immagine: Giorgia Bazzuri

Sviluppo sociale e sostenibilità ambientale: questi i due fattori chiave dell’Ethical Fashion, la nuova impostazione del settore dell’abbigliamento. Due nuovi concetti contro la ormai nota fast fashion, che ingloba le marche dei prodotti a basso costo. La moda etica s’impegna dunque contro la povertà, lo sfruttamento e promuove anche la diminuzione dell’inquinamento. Nella slow fashion, termine inventato nel 2007, si predilige ad esempio l’uso di materiali riciclati o a basso impatto ambientale. L’aggettivo slow deriva dalla denominazione di altre pratiche green che oggi vanno molto di moda, come lo slow cosmetic o lo slow food. Tutte idee nate per offrire al consumatore un’alternativa alla produzione di massa.

Un’idea antica, una presa di coscienza recente

L’idea del riciclo di abiti esiste da molto tempo. Non sono nuovi i negozi di seconda mano sparsi nelle nostre città. Eppure, il concetto di moda etica nasce poco tempo fa. Secondo l’Enciclopedia Treccani, il termine di sostenibilità entra ufficialmente a far parte del vocabolario economico negli anni 80 su impulso del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. Negli stessi anni, alcune marche mondiali cominciano a produrre ambiti eco-compatibili. Solo 30 anni più tardi, però, l’iniziativa Ethical Fashion viene considerata il bastione del programma dell’International Trade Center (la joint agency dell’ONU e del WTO). Fondata da Simone Cipriani, l’iniziativa veicola il commercio della moda, soprattutto in Africa, verso progetti di sviluppo sociale.

Nel 2013 un terribile evento ribadisce l’esigenza di un cambiamento nel mondo della produzione di vestiti. Stiamo parlando del crollo dell’edificio di otto piani in Bangladesh in cui morirono più di 1.100 lavoratori. Il movimento denominato Fashion Revolution si ispirò a questo evento per lanciare la sua battaglia. Basata in Gran Bretagna, la comunità si ingaggia per una più completa informazione sulle condizioni di lavoro degli operai dei paesi in via di sviluppo. Come riporta infatti nel suo sito internet, la maggior parte dei lavoratori nel settore della moda non può procurarsi i beni di prima necessità per assicurarsi una vita degna. L’80% di queste persone, si sottolinea, sono donne tra i 18 e i 35 anni.

Immagine: prestodetto (Flickr)

Un americano getta 36 kg di vestiti all’anno

Secondo il rapporto del WWF sull’industria tessile e dell’abbigliamento del 2017, il settore immette 1.7 milioni di tonnellate di Co2 ogni anno. Genera inoltre un importante consumo idrico e produce quasi 2.1 miliardi di tonnellate di rifiuti l’anno. Cifre esorbitanti, soprattutto se si guarda all’evoluzione del consumo. Tra il 2000 e il 2014, la vendita mondiale di vestiti è raddoppiata (fino a 5 kg vestiti l’anno pro capite). In Europa la cifra raggiunge addirittura i 16 kg pro capite. Preoccupante è il fatto che gran parte di questi acquisti resta abbandonato negli armadi. Il rapporto del WWF segnala un solo, ma eclatante, esempio concreto: in Gran Bretagna 3.6 miliardi di capi restano inutilizzati (57 a persona). Mentre l’agenzia della protezione ambientale statunitense stima che nel 2012, ben l’84% dei vestiti inutilizzati (36kg a persona) è finito nell’inceneritore.

In Svizzera: come informarsi?

L’ONG Public Eye controlla da anni l’impatto che le imprese svizzere hanno nei paesi in via di sviluppo. Uno dei suoi «occhi» è puntato anche sul settore della moda. Public Eye sostiene la campagna mondiale Clean Clothes, che s’impegna a migliorare le condizioni di lavoro nell’industria tessile. Le conclusioni della ONG sono tiepide: ad oggi, nessuna marca garantisce un impatto sia sociale che ambientale sostenibile, malgrado ciò i loghi restano un punto di riferimento per il consumatore, orientandolo verso i prodotti migliori. A questo proposito, nel 2016 ha proposto una guida gratuita per capire il significato dei vari simboli. Mentre per chi è affezionato a un negozio specifico, l’ONG mette a disposizione una lista di risultati di un’inchiesta sul salario dei lavoratori di diverse marche.

Siamo dunque all’inizio di una svolta per il business della moda? La soluzione perfetta rimane ancora nelle mani delle aziende, ma i consumatori possono sicuramente iniziare questa rivoluzione. Per chi fosse interessato a saperne di più, tra il 22 e il 29 aprile a Berna ci saranno vari eventi e attività organizzati da Fashion Revolution. Più informazioni sul sito fashionrevolution.org.

A proposito di moda etica non perdetevi il prossimo scambio d’abiti che si terrà sabato 14 aprile tra le 10h30 e le 17h30, a Bellinzona, in oratorio, salita alla Motta 12 dietro la Colleggiata.