12.03.2018

L’Uruguay leventinese: storia dimenticata

Text by Laura Dick | Photos by Gaia Castelli
Lo spopolamento delle valli ticinesi concerne la regione da tempo. Ma dove andavano i migranti di due secoli fa? Gaia ha viaggiato fino all'America latina per scoprirlo.
Immagine: Gaia Castelli

La RSI La Due ha appena concluso un ciclo di 11 puntate dedicate alle valli ticinesi. Un mondo tutto da (ri)scoprire.  Un tema centrale è sicuramente quello della migrazione. Stagionale in alcuni casi, definitiva in altri, è un fenomeno che interessa questa regione da tempo. Gaia Castelli ha dedicato la sua tesi di Master a un capitolo di questa storia. Ha infatti studiato la migrazione del comune leventinese di Quinto del 1863 diretta a Nueva Helvecia, in Uruguay. Non ha viaggiato solo con i libri. Questa studentessa dell’Università di Friburgo ha seguito le antiche orme fino in America del sud. Ecco cosa ha scoperto.

Gaia, qual era la situazione delle Valli all’epoca?

«Non era facile. Oltre alle epidemie, il Ticino fu colpito da varie catastrofi alluvionali aggravate dall’eccessivo disboscamento. L’indebolimento della selva era stato causato dalla svendita di legname, conseguenza della crisi economica. In aggiunta, ci fu anche la questione del Risorgimento italiano che portò in alcuni periodi alla chiusura della frontiera e in alcuni casi all’espulsione dei ticinesi dalla Lombardia. Per gli abitanti di Quinto fu un duro colpo. Ho infatti riscontrato una grandissima migrazione stagionale di questo comune verso il Nord d’Italia. Queste persone cercavano un’occupazione non potendo lavorare nelle proprie aziende agricole in inverno».  

I migranti che hai deciso di seguire si sono diretti in Uruguay. Perché?

«Il progetto della colonia di Nueva Helvecia è stato incentivato da una banca di Basilea, che ha comprato questo fertile territorio a scopi lucrativi. Al fine di avviare l’attività commerciale, si cercarono potenziali coloni tra i germanofoni. All’inizio la colonia è stata quasi un fallimento: non c’erano abbastanza persone formate nell’ambito agricolo. A quel punto anche la banca fallì. Quando però arrivarono i migranti di Quinto, la colonia si stava riprendendo. Le persone che con l’agricoltura avevano poco a che fare erano ormai partite. Il fatto che ci sia stata una migrazione italofona verso Nueva Helvecia è un fatto intrigante. Non so dire il motivo di fondo. I ticinesi rimangono comunque una grande minoranza nella colonia».

Si tratta di una prima per i migranti di Quinto?

«Sono sorpresa dall’alto tasso di migrazione stagionale nel Comune. Tuttavia, sono quasi sicura che quella del 1863 sia stata la prima migrazione di Quinto verso Nueva Helvecia. Questa migrazione definitiva», aggiunge Gaia, «non è stata così catastrofale come quella, per esempio, della Valle di Muggio».

Quanto è rimasto di ticinese e di svizzero in Nueva Helvecia?

«Oggi è un comune abbastanza grande (di circa 11.000 abitanti, N.d.R.), che contiene anche la parte storica in cui c’era la colonia. Gli abitanti sono molto fieri delle loro origini svizzere. Non ho potuto approfondire la questione identitaria, ma so è che la cultura svizzera tedesca ha cercato di conservarsi. Un caso esemplare è la scuola, dove l’insegnamento era in principio in tedesco. A un certo punto, però, il governo dell’Uruguay ha imposto lo spagnolo. Per quanto riguarda i discendenti dei ticinesi… non ho trovato nessuno che parlasse italiano, la questione resta da approfondire».

Il tuo progetto di ricerca è stato ispirato dal gemellaggio tra Quinto e Nueva Helvecia. Puoi dirci di che si tratta?

«Quando c’è stato il primo contatto tra questi due comuni, la gente è rimasta sorpresa nell’apprendere questo capitolo di storia. C’è stata quindi una riscoperta di questa migrazione e si stanno mettendo in atto alcuni progetti. Per esempio, Nueva Helvecia è conosciuta per la produzione casearia. Questo gemellaggio permetterebbe agli uruguaiani di venire in Ticino per migliorare la tecnica. Altri progetti riguardano piuttosto scambi linguistici e aiuti finanziari».

Tu non sei solo studiosa, ma anche un’abitante del comune di Quinto. Qual è la tua opinione riguardo ai fenomeni di spopolamento?

«È un dato di fatto. Quando ero piccola ricordo molti più bambini iscritti alla scuola. Alcuni ritornano, ma non la maggior parte. Eppure, grazie all’autostrada, non siamo così isolati. Però è una realtà piccola, c’è a chi piace e a chi no. Anche dal punto di vista delle opportunità, una città offre molto di più. Però anche qui abbiamo un cinema, una piscina comunale, una palestra d’arrampicata, …uno skate park! Insomma, non ci si annoia».

Per saperne di più:

Le puntate su Rete Due

Intervista a Gaia nel 2016

Immagine: Gaia Castelli