28.03.2018

“Loro”: prime proiezioni sull’effetto-Sorrentino

"Loro", l'ottava fatica cinematografica del regista napoletano Paolo Sorrentino, pare destinata a infiammare dibattiti molto accesi. A destare però maggiori preoccupazioni non è (ancora) il prodotto cinematografico in sé, ma le conseguenze, soprattutto politiche, in seguito all'uscita del teaser.
Toni Servillo interpreta Silvio Berlusconi in "Loro". Fonte: repubblica.it

Il soggetto scelto da Sorrentino è tra i più scottanti che un regista italiano potesse scegliere, perché il significante Berlusconi può essere portatore di significati profondi e di giudizi definitivi sulla classe dirigente che ha governato l’Italia per circa due decenni, nel periodo della cosiddetta “Seconda Repubblica”: è questa la verità che ci hanno involontariamente consegnato i detrattori della sua nuova pellicola. Il recente successo ottenuto dal Movimento 5 Stelle ha di fatto confermato la crisi di questa tradizione politica, che per anni ha visto in Silvio Berlusconi il suo rappresentate più “illustre”.

A incrementare la tensione hanno concorso altri fattori, come ad esempio la strategia comunicativa: il teaser del film, che sarà probabilmente presentato al Festival di Cannes (8-19 maggio), è uscito a 7 giorni dalle concitate elezioni del 4 marzo. La scelta tempistica è stata particolarmente azzeccata, tanto che sono bastati trenta secondi per far immaginare i potenziali «pericoli mediatici» derivanti dalla pellicola. Il timore principale è che il film possa suscitare un sentimento ormai diffuso nell’opinione pubblica, che per troppo tempo si è voluto tacere: la classe dirigente degli ultimi vent’anni ha deluso gli elettori, tanto che un divertissement, come può essere il cinema, dimostra d’interpretare meglio le contraddizioni di questo periodo storico e pure di prevederne gli sviluppi, riuscendo là dove la politica, ancora incatenata alle proprie sclerotiche (il)logiche, ha fallito. È la sconsacrazione non solo della classe dirigente, ma della politica tutta, che negli ultimi tempi ha perso progressivamente il mandato sociale che tradizionalmente le era indiscutibilmente garantito.

Il film, come forse il titolo sembra preannunciare, non intende scadere in una semplice e fin troppo scontata critica al berlusconismo, ma intende delineare gli oscuri contorni della politica italiana degli ultimi venticinque anni. Il regista napoletano ci aveva già abituati a un film bifocale, in cui la descrizione di un personaggio emblematico – in quell’occasione si trattava di Giulio Andreotti, già magistralmente interpretato da Toni Servillo – diventava materia di riflessione per indagare le sorti e i contorni di una prassi politica consolidata. Il Divo, uscito nel 2008, terminava il suo racconto con l’anno 1993 e il maxiprocesso di Palermo. La nuova pellicola di Sorrentino rappresenta idealmente il seguito, poiché proprio a cavallo tra il 1993 e il 1994 si registrerà un altro evento decisivo della storia politica italiana: la “discesa in campo” dell’industriale Silvio Berlusconi.

Partendo dalle basi concettuali del film politico targato Elio Petri e, in alcuni tratti, dialogando con le modalità del cinema d’inchiesta inaugurato da Francesco Rosi e ultimamente rispolverato da Marco Tullio Giordana, la pellicola non intende limitarsi a una pura e semplice analisi politica, ma offre l’occasione per una riflessione più intima e profonda sulla condizione umana. La domanda centrale, a cui il film proverà a dare una risposta, è probabilmente quella che, sullo sfondo d’immagini dissacranti e sinistre, risuona nei primi secondi del teaser:

Ma te che cosa ti aspettavi? Di poter essere l’uomo più ricco del paese, fare il premier e che anche tutti ti amassero alla follia?

Paolo Sorrentino, dopo l’attacco all’ipocrisia dell’élite culturale, ripropone un altro tema a lui caro, quello dell’élite politica, prima responsabile di questa crisi.