20.03.2018

Le false notizie avanzano, lo Stato fermo al palo

È un dato di fatto e forse non tutti ancora lo sanno, ma viviamo in quella che è già stata definita «l'era della post-verità», ossia un periodo storico caratterizzato dalla condivisione e trasmissione di informazioni indipendentemente dalla veridicità dei contenuti che trasmettono.
Immagine: The Public Domain Review (Flickr)

Viviamo ormai in un periodo storico caratterizzato da informazioni che fanno leva sulle sensazioni e sulle emozioni dei lettori per catturare l’attenzione e fare in modo che vengano a loro volta condivise, indipendentemente dalla loro veridicità. Si capisce come questo tipo di «notizie» possano far gola ai vari social network e alle varie entità che su di essi pubblicizzano i propri prodotti (siano essi beni, servizi, articoli, notizie, ecc.), visto che ciò che conta sono nient’altro che i click, le condivisioni e dunque la visibilità del marchio. È poi notizia della settimana scorsa di come le notizie false abbiano il 70% di possibilità in più rispetto a quelle vere di essere ritwittate, oltre che circolare a una velocità sei volte superiore rispetto a quelle fondate.

Sembra che mai come prima e con così tanta facilità le false notizie circolino e soprattutto vengano lette e condivise con questa insistenza. Non si deve infatti urlare al complotto se diverse persone, partiti, giornali, ecc. cavalchino la situazione a proprio vantaggio, ma forse piuttosto cercare di capire come si potrebbe fare per migliorare quella che è ormai una questione seria e preoccupante.

Il problema centrale sembra essere che, in generale, la maggior parte dei lettori e di coloro che usufruiscono dei social network non dispongano di sufficienti strumenti per capire se potersi fidare o meno di quello che leggono. Le generazioni più giovani, quelle che ormai sono nate e cresciute utilizzando telefonini e computer, non hanno nessuna difficoltà nell’utilizzare questi dispositivi: li sfruttano anche più degli adulti. Di quali competenze dispongono però per esempio per capire come si cerchi un articolo serio nei motori di ricerca?

A questo punto sorge subito un’ulteriore problematica. Sarebbero infatti in parte i genitori a doversi occupare di insegnare e trasmettere tali strumenti, cosa spesso impossibile visto che a loro volta, non essendo nati con queste tecnologie e avendole anzi conosciute solo negli ultimi decenni, nemmeno loro dispongono di strumenti adatti per capire di quali siti o informazioni fidarsi. Si capisce come la questione sia allora epocale e non generazionale, colpendo quasi tutte le fasce d’età del nostro tempo.

SE INTERVENTO DELLO STATO DEVE ESSERCI, È IMPORTANTE CHE NON SI TRADUCA IN CENSURA, PERCHÉ ALTRIMENTI SI RISCHIA, TENDANDO DI RISOLVERE UN PROBLEMA, DI CREARNE UN ALTRO ANCORA PIÙ GRAVE: LA LIMITAZIONE ALLA LIBERTÀ D’ESPRESSIONE.

Cosa sarebbe dunque consigliabile fare? Se si guarda la questione dal punto di vista delle istituzioni e della politica, è chiaro: l’ultima strada da intraprendere sarebbe quella della censura, che metterebbe a rischio la libertà d’espressione. Ci si potrebbe poi trovare confrontati a governi che cadono nella tentazione di nascondere le notizie a lui meno congegnali, segnalandole come false. Ma il problema è serio, perché la tutela della libera formazione delle opinioni nelle persone è un diritto fondamentale da tutelare e sul quale lo Stato dovrebbe chinarsi in modo serio.

Una possibilità potrebbe essere aumentare la pressione – come per altro hanno iniziato a fare negli Stati Uniti – sui vari social network, affinché trovino il modo di ridurre questo fenomeno. Così come incentivare pratiche, quali quelle messe in atto dal più grande quotidiano brasiliano a partire da quest’anno, ossia la scelta di non più aggiornare il proprio profilo su Facebook. A parere del direttore, infatti, il nuovo algoritmo del sito, criticato da più parti ha aumentato la portata delle notizie false a discapito di quelle professionali, favorendo inoltre chi paga per pubblicizzare i propri contenuti, indipendentemente dalla loro fondatezza.

Lo strumento principale del quale dispone lo Stato, che dovrebbe sempre essere complementare alla famiglia, è però sicuramente la scuola. I nostri ragazzi raramente discutono in aula di problematiche simili. Sarebbe auspicabile creare degli spazi in cui si mostri loro cosa significhi fare una ricerca per esempio su Google, quali risultati si possono ottenere, quali siti sono affidabili e quali meno (esistono pagine che raccolgono liste di siti non affidabili e spargi bufale), come comportarsi prima di condividere un articolo, ecc. È certo che di materiale di discussione se ne possa trovare molto.

È chiaro però, infine, che una grande responsabilità l’abbiamo anche tutti noi in quanto individui. I social sono chiaramente studiati per fare in modo che si possa dire qualsiasi cosa in qualsiasi momento e dove la corsa a pubblicare novità è sentita quasi come un dovere. Ecco, capiamo forse che spendere dieci-quindici minuti per riflettere su quello che stiamo leggendo, per cercare dei riscontri su altri siti di quello che si è letto, per verificare l’affidabilità della fonte e dell’autore, diventa un atto assolutamente necessario. Oltre al fatto che, per quanto possa essere appagante ricevere delle notifiche e dei «mi piace», forse a contare davvero dovrebbe essere la verità.