Società | 04.11.2017

Le cicatrici dell’Apartheid

Text by Adarsh Sitapati | Photos by Adarsh Sitapati
Sono interessato alla storia, quella con la 's' minuscola, quella che non è scritta nei libri. Sono interessato ai tanti singoli racconti personali in cui traspare la Storia nei suoi rumori, nei suoi gesti e nei suoi colori.
Dan e la conchiglia che gli ho dedicato. Una stretta di mano tra una persona di colore sanguinante e una persona con la pelle chiara a simboleggiare la pace tra etnie. Un libro che contiene il sapere che farà fiorire il potenziale degli studenti di Dan. Il popolo Sud Africano rappresentato dagli uccelli che volano assieme verso il futuro in un’alba di un sole fantastico. Un nuovo giorno, un nuovo inizio.
Immagine: Adarsh Sitapati

Entro nel bar dell’ostello e mi siedo vicino a una persona robusta di colore che beve da sola una birra scura all’aroma di caffè. Si chiama Dan ed è docente di biologia e di matematica nel liceo di Bergville. Parliamo dell’educazione e dell’insegnamento in Sud Africa. Poi gli pongo una domanda spinto dalla curiosità, dimenticando che facendo ciò potrei riaprire ferite del passato: «Come hai vissuto l’Apartheid?». Dan me lo spiega con la sua prima storia.

A nove anni Dan aiuta la mamma nel suo lavoro di domestica in una famiglia afrikaans. I padroni hanno un bambino di sette anni che prende regolarmente lezioni di equitazione. Un giorno Dan aiuta il bambino a salire sul cavallo e all’improvviso questo gli calpesta il piede provocandogli una ferita con la stessa facilità con cui si sbuccia un’arancia. Il sangue scorre attorno al piede e forma grumi rossi scuri di sabbia, mentre il bambino sul cavallo inizia a ridere ininterrottamente. In lontananza si sentono i passi della mamma di Dan che corre in suo soccorso. Slaccia il suo turbante per fermare l’emorragia.

Un attimo di silenzio e Dan comincia a raccontare la storia successiva. Mi racconta che il bambino bianco riceve sempre grandi tavolate di cibo a ogni pasto. Mangia fino a sazietà e oltre; gli avanzi sono invece presi e buttati a terra per nutrire il cane. Questa scena, compiuta con tanta fierezza, si ripete tre volte al giorno e viene fatta davanti agli sguardi muti e agli stomachi vuoti di Dan e di sua madre.

L’ultima storia invece riguarda il fratello di Dan che, come d’abitudine, porta i loro quattro cani per una passeggiata serale lungo la strada principale. Una sera, dopo qualche chilometro un fuoristrada si avvicina a lui. Si ferma, il finestrino si abbassa e un signore dalla pelle chiara gli chiede: «Dove stai andando? Di chi sono i cani?». Il fratello spiega che sta facendo una passeggiata e che i cani sono del padre. «Non starai mica cercando di invadere la mia fattoria?» rincalza l’uomo nell’auto. Un attimo di silenzio, un rumore metallico, quattro colpi di pistola e il rumore dell’auto che riparte tranquillamente. Il fratello torna a casa da solo. Il padre sconcertato chiede «Dove sono i cani?». Il figlio spiega ciò è accaduto sulla strada principale. Il padre si prende la testa tra le mani, le lacrime e la disperazione di un padrone che ama i suoi cani solcano il suo viso.

Chiedo a Dan come si sente ora riguardo l’Apartheid. «Non ho più rabbia nei confronti dei bianchi» risponde Dan, «oggi il Sud Africa è una nazione di tutti, indipendentemente dal colore e dalla razza. Anzi anche gli estranei sono ben accolti perché ogni scambio con altre culture è un arricchimento enorme».

La Storia del continente africano è stata (ed è tuttora) segnata da un grande sfruttamento diretto o indiretto da altre nazioni. La fine del periodo coloniale e le sue leggi razziali varia da nazione a nazione. In Sud Africa l’Apartheid ha avuto una fine relativamente molto giovane. Le cicatrici lasciate dall’Apartheid sono portate anche dai giovani adulti trentenni. Se avete la possibilità di viaggiare in Sud Africa, fatevi coraggio, parlate con le persone del posto e chiedete «Come hai vissuto l’Apartheid e la sua fine? Che sentimenti provi oggi?». Riceverete delle risposte che vi lasceranno senza fiato.