Società | 28.09.2017

È violenza se non c’è libertà di scelta

28 settembre, Giornata internazionale per l'aborto libero. Nel mondo ancora oggi sono circa 50mila le donne che muoiono a causa di un aborto non legale e quindi non sicuro.
Libertà di scelta
Immagine: Blog Ogólnopolski Strajk Kobiet

Quando si parla di violenza sulle donne si pensa a stupri, omicidi di ex fidanzati, violenza domestica, aggressioni. In tutti questi reati è il corpo femminile a essere attaccato, con l’aggressore che ne prende possesso privando la donna del controllo e della sua libertà.

Non è allora quello che avviene anche quando a decidere se fare diventare madre una donna sono i medici che le impediscono di compiere una scelta? Quando un legislatore rende illegale l’interruzione volontaria di gravidanza?

Anche impedire a una donna di abortire è da considerare una violenza dal momento in cui le vengono negati dei diritti e il controllo sulle scelte che riguardano il proprio corpo e la propria vita. Nel mondo le conseguenze di questi divieti e difficoltà nell’attuazione dell’ interruzione volontaria di gravidanza (IVG) portano a pratiche clandestine che causano all’anno ancora circa 50mila vittime su un numero stimato di 21.6 milioni di donne che sperimentano un aborto illegale e quindi non sicuro.

 

EUROPA

Ciò non avviene come si pensa solo nei paesi in via di sviluppo: 18.5 di quei 21 milioni di casi avvengono in paesi considerati sviluppati.

Basti infatti pensare che alcuni stati europei come San Marino, Liechtenstein, Andorra, Irlanda e Irlanda del Nord – esplicitamente esclusa dall’Abortion act del 1967 che invece riguarda Inghilterra, Scozia e Galles – hanno severe limitazioni al diritto di interruzione di gravidanza, consentito solo nei casi in cui la vita della donna è in pericolo o la gravidanza è frutto di una violenza sessuale. A Malta l’aborto è tuttora illegale in qualsiasi circostanza. Contrariamente a quanto si possa pensare negli ultimi anni non si registra una tendenza al progresso e al miglioramento di queste condizioni all’interno dell’Unione Europea: un anno fa la Polonia, in cui le leggi in vigore in materia di aborto sono tutt’altro che liberali, voleva introdurre un emendamento (poi ritirato di fronte alle massicce proteste) che di fatto avrebbe reso illegale l’interruzione di gravidanza anche in casi di violenza. Due anni prima anche la Spagna aveva tentato, fallendo, una riforma che avrebbe fatto marcia indietro sull’aborto libero.

Illustrazione: Blog Ogólnopolski Strajk Kobiet

SVIZZERA E ITALIA

In Svizzera non troviamo nessuna difficoltà e le nostre scelte sono rispettate ma basta uscire dal confine, a sud, per trovare una realtà ben diversa. In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza è legale. Di fatto però il 70% circa dei ginecologi è obiettore di coscienza, ovvero si rifiuta per motivi che dovrebbero essere morali di praticare un IVG. Come ho appreso all’Ospedale San Carlo di Milano, in realtà il diritto di obiezione viene sfruttato come un pretesto per avere meno carico di lavoro. Questo comporta che il 40% degli ospedali italiani non ha un servizio per l’interruzione volontaria di gravidanza (in Lombardia sono 6 gli ospedali in cui la totalità di ginecologi e ginecologhe è obiettrice, 10 quelli con percentuale di obiezione tra l’80 e il 90% e 5 con una percentuale inferiore al 50%) rendendo di fatto molto complicato per una donna mettere in atto il suo diritto a un aborto legale e sicuro.

Garantire un diritto non significa imporlo, ma lasciare a tutte la possibilità di decidere se, come e quando usufruirne.

 

(Fonte dati: WHO World Health Organization, Istat)