Società | 05.06.2017

Uniti contro la paura

Ariana Grande ambasciatrice d'unità dopo una Londra scossa dagli attentati terroristici. 'Non cederemo al terrore', ma sarà davvero così? Intanto il concerto riempie lo stadio Old Trafford Cricket Ground di Manchester con 50'000 spettatori e viene trasmetto live in più di 40 nazioni.
One love Manchester
Immagine: One love Manchester

Ieri sera a Manchester si è tenuto il concerto ‘One Love Manchester’ capitanato dalla giovane cantante americana ventitreenne Ariana Grande. Tanti gli artisti famosi presenti in scaletta che prontamente hanno risposto alla chiamata per unirsi ad un solo ed unico coro: noi non abbiamo paura. Manifestazione in risposta all’attentato della notte del 22 maggio, al quale si è poi aggiunto quello del 3 giugno a Londra, creata con lo scopo di unificare e di raccogliere fondi, quasi dieci milioni di dollari, per le vittime degli attentati di Manchester.

Mentre seguivo l’evento  mi sono fermato a riflettere sullo slogan che lentamente si delineava durante la serata: noi non abbiamo paura. La verità, per quanto brutta sia, è che noi abbiamo una paura matta. Da qualche anno a questa parte abbiamo iniziato a porci domande come: “Sarà sicuro andare in vacanza a …”, “Se vado a questa manifestazione piena di gente, sarà pericoloso?”, eccetera, eccetera. La nostra vita sta venendo condizionata, in un modo o nell’altro. Gridiamo a gran voce di non avere paura e di essere forti ma quando una ringhiera cade sferragliando in piazza, tutti fuggiamo esclamando il meno cavalleresco motto di “Si salvi chi può” ferendo nella calca creata dal panico 1’300 persone. L’episodio di Torino mi sembra quindi un chiaro segnale d’allarme. Abbiamo paura e ne abbiamo tanta.

Queste ondate di attentai terroristici che intaccano la nostra quotidianità, facendoci sentire vulnerabili nei posti che abitualmente frequentiamo e che mai ci saremmo sognati di etichettare come luoghi potenzialmente pericolosi, ci rendono instabili. Il diverso ci fa paura più che mai. Diventiamo sempre più diffidenti verso l’esterno e ci chiudiamo sempre più nelle nostre quattro mura. Ecco quindi che pensieri che credevamo di aver debellato dalla società ritornano in pompa magna anche nel nostro ventunesimo secolo. Tutto ad un tratto ci sentiamo meno in colpa ad additare gli immigrati alle frontiere, ci sentiamo meno in colpa a cambiare lato della strada quando incrociamo una donna con il velo, ci sentiamo del tutto giustificati nel definire la nostra cara Svizzera ‘povera’ quando sui giornali leggiamo della naturalizzazione di una decina di eritrei ortodossi, ma che per noi sono comunque mussulmani terroristi; tanto fare di tutta l’erba un fascio è una comodità, meno viaggi in cascina.

È proprio da quella bella cascina in montagna che dobbiamo diffidare. La paura ci rende pericolosi. La paura non ci spinge a conoscere il diverso, ma bensì a scappare da tutto quello che non conosciamo. ‘Sono tutti delinquenti’, ‘devono tornarsene tutti a casa loro’, ‘guai a chi sale ai monti’, ‘guai a chi osa raggiungerci al grotto’, ‘lasciate stare questo povero Ticino che siamo messi tutti male’. La paura ci rende malleabili, diventiamo inclini ad accettare soluzioni che in situazioni normali non considereremmo nemmeno. Nella Germania nazista, Hitler salì al potere perché fu in grado di soggiogare un intero popolo alla paura.

Il nostro comportamento è determinato non dalla conoscenza e dalla ragione, ma da sentimenti e da impulsi inconsci. La paura è fonte di numerosi mali sociali. Essa dà origine alle superstizioni e alle religioni, ai sentimenti di odio razziale e al conservatorismo.

Non riesco altrimenti a spiegarmi perché riteniamo che esistano persone più degne di altre di condividere la fortuna e la ricchezza del nostro paese. Se ci rifacciamo alla conoscenza citata sopra, tuttavia la paura diminuisce. La paura del diverso si affievolisce perché tutte quelle persone e culture di vita che prima rimanevano all’oscuro vengono illuminate dalla nostra voglia di capire. Questo è un processo collettivo nel quale il singolo ha ben poco potere, ma come ogni processo collettivo inizia da una persona sola che riesce ad influenzare le altre. Allora magari arriverà un giorno in cui sarà ritenuto normale vedere persone provenienti da nazioni lontane sedute al grotto a vincere una partita di scopa con quel maledetto ‘Settebello’ tenuto fino alla fine in mano, che quando viene calato sul tavolo crea scompiglio nel mondo dei santi.

Il concerto di ieri sera a Manchester era un segno di unificazione, alla violenza si risponde con la gioia. Dobbiamo imparare a gestire queste situazioni di crisi dalle quali non possiamo più fuggire, ma dobbiamo farlo nel modo giusto. Quindi cantiamo e divertiamoci ma facciamolo uniti.