Politica | 30.05.2017

La Turchia di domani

Text by Giorgia Bazzuri | Photos by Giorgia Bazzuri
In Turchia alla votazione del referendum dello scorso 16 aprile ha vinto il 'sì' ma il risultato è molto contestato per via di schede accettate anche senza il timbro ufficiale. Ho passato quindi un pomeriggio all'Università Bilgi di Istanbul per sentire le opinioni della Turchia di domani: i giovani.
All'Università Bilgi di Istanbul
Immagine: Giorgia Bazzuri

Oggi sono un ragazzo pakistano e studio relazioni internazionali. Un’identità che ho dovuto prendere in prestito per passare i controlli all’ingresso dell’ateneo. Fino a qualche mese fa l’ingresso era infatti libero ai visitatori ma ora, dopo un attacco avvenuto l’8 marzo all’interno del campus, l’ingresso è riservato esclusivamente agli studenti. Nei prati attorno agli edifici l’ambiente è quello di una qualsiasi università: ci sono ragazzi che giocano a calcio, coppie sdraiate all’ombra e gruppetti sparsi qua e là sui tavoli; chi a studiare, chi a sorseggiare un caffè, chi a chiacchierare. Mi avvicino a uno di questi e iniziamo a parlare. “Non penso che questo sia un vero risultato”, comincia un ragazzo di 21 anni, “perché lo scarto è davvero minimo (51.4% di ‘sì’ contro il 48.6% di ‘no’), sono stati contanti anche dei voti senza un timbro ufficiale e gli orari di voto sono stati estesi oltre le 17h. Penso che abbiano visto il vero risultato e non l’abbiano accettato”. Il suo tono di voce è calmo e pacato ma le sue parole molto dirette. In questi giorni tutte le sere i sostenitori del ‘no’ si sono ritrovati nei quartieri di Kadiköy e Beşiktaş, protestando per le stesse ragioni. Durante la giornata di voto di domenica alcuni addetti dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) hanno avuto difficoltà ad accedere ai seggi per supervisionare lo svolgimento della votazione.

Fiducia riposta

Alcuni dei ragazzi annuiscono mentre altri la pensano diversamente: “Secondo me il risultato è regolare e sono felice che abbia vinto il ‘sì’ perché mi fido del presidente”. Quando gli chiedo se non è preoccupato per il fatto che il potere sarà nelle mani di un’unica persona mi dice di no, perché ripone fiducia in Erdogan e nelle promesse che ha fatto ai suoi cittadini. Da dietro la spalla di una sua amica, una ragazza annuncia timidamente che ha in generale paura per il futuro e non necessariamente perché al potere c’è una sola persona. Aggiunge poi che ha votato ‘sì’ perché le sembrava l’opzione migliore ma che non crede che il suo voto possa fare la differenza per il paese. Un’altra ragazza, 21 anni rossetto scuro e occhiali, si dice d’accordo con la sua amica e in un inglese traballante spiega che secondo lei questo risultato porterà stabilità al paese perché con il potere concentrato le decisioni possono essere prese più velocemente.

Città e province

Dal gruppo qualcuno introduce il tema della differenza tra il risultato del voto tra le città e le altre province. In tutti i principali centri urbani del paese (Istanbul, Ankara, Izmir e Adana) ha vinto il ‘no’ e quindi si ritiene convinto che questo possa aiutare a controllare l’evolversi della situazione. “Sono positivo per quanto riguarda il futuro perché ci sono persone che proteggeranno il kemalismo (ovvero i fondamenti della Turchia moderna, ovvero la laicità dello stato e la democrazia). Ci sono persone che da domenica (il giorno della votazione) ogni sera scendono in strada e protestano per il risultato quindi c’è ancora speranza”.

Un mese dopo

Più di un mese dopo questo incontro la Turchia è molto divisa: nel sud del paese sono stati introdotti dei coprifuochi e lo sciopero della fame come forma di protesta e di rifiuto alla sottomissione si sta diffondendo. Due insegnanti sono state arrestate dopo aver rifiutato di mangiare per 75 giorni protestando contro le violazioni dei diritti umani nel paese; il fotografo francese Mathias Depardon ha cominciato il suo sciopero della fame il 21 maggio dopo essere stato arrestato durante un lavoro per il National Geographic; i prigionieri politici smettono di mangiare per protesta. Pagine ritenute scomode sono state oscurate da Wikipedia e nel paese il pensiero critico è sempre più in pericolo. Nonostante questa forte censura e controllo dei media, nonostante le libertà si stiano sempre più concentrando al necessario, nonostante le persone vengano imprigionate per aver mostrato la verità, nonostante tutto ciò  – “non è ancora finita”- unisce sul web un gran numero di persone che crede ancora nel fare sentire la propria voce e le proprie idee, politiche e non. Le parole di uno degli studenti che ho incontrato mi ritorna in mente: “Io credo che possiamo rendere le cose migliori e che il potere è ancora nelle nostre mani: lui è una persona sola noi siamo in tanti”.