Cultura | 03.05.2017

Essere felici con Alessandro Mannarino

Text by Marco Ambrosino | Photos by Marco Ambrosino
Dal grigiore di Roma al sole del Brasile: un racconto emozionato della première milanese di Alessandro Mannarino, seguita dal vivo una settimana fa.
Il biglietto del concerto
Immagine: Marco Ambrosino

Il nuovo album di Alessandro Mannarino Apriti Cielo, oltre a finire in cima alla classifica del FIMI (la classifica ufficiale degli album più venduti in Italia), sembra avere mantenuto la promessa insita nel suo titolo: nella sua prima esibizione milanese dell’omonimo Tour, il cantautore romano è riuscito davvero ad aprire un nuovo cielo, un nuovo orizzonte tramite una performance emozionante e molto spettacolare, durata quasi tre ore.

Apriti Cielo

Il nuovo disco sembra segnalare un punto di discontinuità con i tre album precedenti, anche se con un ascolto più attento si arriva a capire l’evoluzione del cantautore romano. Apriti Cielo è forse l’album che più si distanzia dalle “storie de’ Roma” di Bar della Rabbia (2009), la sua prima produzione musicale indipendente. L’aria che si respira in quest’ultimo CD ha un orizzonte geografico e culturale più esteso: si parte sempre da Roma (il primo amore non si scorda mai) per poi perdersi– volontariamente – in atmosfere più esotiche, toccando i limiti del mappamondo evocando realtà come il Brasile, l’Africa e l’India. Alessandro Mannarino abbandona i panni del cantastorie romano e ambisce a cieli più vasti e universali, la canzone è diretta a tutti gli abitanti del mondo, a tutti coloro che smarriscono la strada. Questo stravolgimento dell’orizzonte ha un suo correlativo oggettivo anche sotto l’aspetto musicale: se Mannarino ha spesso rappresentato la moderna figura del cantautore armato di chitarra, voce, impegno e introspezione ( i suoi riferimenti sono sempre stati Tom Waits e Fabrizio De André), adesso ha deciso di lasciare molto più spazio alla musica, a melodie piene di colori e di luce, che non sono puro decoro, ma parte centrale del suo messaggio poetico, in quanto musicista:

«La musica brasiliana è questo, ha fatto incontrare ciò che era scontro e l’ha fatto diventare incontro. I bianchi e i neri, i padroni e gli schiavi. A un certo punto si è unita l’armonia della musica classica con i ritmi tribali africani ed è nata la musica più felice del mondo che è il samba, la musica che celebra la vita (…) Per me, cercare la gioia adesso, in questo paese, è fare politica. Dare un peso all’idea di possibilità e di colore. Perché altrimenti se ci facciamo andare bene questa realtà, così com’è, non andiamo da nessuna parte».

Una musica dell’esistenza

Il nuovo sound di questo disco, che a ben guardare segue la stessa impronta ideologica dell’album precedente Al Monte (2014), non è quindi un elemento di discontinuità ma di affermazione del suo pensiero. Da sempre, ma in maniera più cosciente dal terzo album via, Mannarino ha deciso di celebrare la vita, anche nei suoi momenti più oscuri e difficili, ed è forse qui che nasce tutta la sua musica. Le sue canzoni riflettono sempre sull’esistenza, sulla sua difficoltà e sul coraggio di affrontarla: il cantautore romano ci offre un bell’esempio d’impegno civile ed esistenziale, senza entrare nelle complesse e talvolta contradditorie strutture della politica. Capace di portare sul palco tutto questo bagaglio emotivo, culturale e musicale, Mannarino è riuscito a creare un’esibizione al limite del catartico, dove la sofferenza porta alla ricerca di sé stessi, dove le difficoltà lasciano spazio alla voglia di resistere, un’overdose di bontà che a fine concerto è difficile scrollarsi di dosso: il cielo si è aperto.