Società | 28.04.2017

Piaceri che (non-)contano: la virilità alla sbarra

Accusa e difesa, nel processo di Lugano concernente il turismo sessuale minorile, trovano consenso nell'idea che "ha prevalso il principio del piacere sul principio della realtà". Hanno, però, entrambe dimenticato di processare "realmente il piacere" che schiaccia le realtà d'altri piaceri "in gioco" nel mercato del turismo sessuale.
Immagine: lesinrocks.com

La procuratrice Chiara Borelli ha fatto notare che in questo processo manca una parte, delle voci, manca il riconoscimento del trauma dell’ “altro” nella “girlfriend experience”: le vittime silenziose. Alla domanda “Chi sono le vittime?”, Borelli risponde che “questo vuoto, questo silenzio, lascia un sentimento d’impotenza”.

E forse è quello che dobbiamo cogliere e far fruttare per pensare un’etica in grado di trovare cammini diversi da quello del(lo s-)possesso, della potenza predatrice. Bisogna darsi la possibilità di mostrare l’impotenza sessuale dell’imputato: se è vero che s’è “costruito il proprio parco-giochi” (Borelli) e quindi è responsabile di quello che ha fatto individualmente, non è vero che ha potuto farlo da solo, con la sua sola potenza. Infatti, non tutti possono crearsi il proprio parco-giochi dal nulla, in ogni tempo e in ogni luogo: c’è in gioco, in questo processo, qualcosa che il Diritto non è solito affrontare, la responsabilità collettiva. Il caso del turismo sessuale (e non solo minorile) ci porta a riflettere sulla maniera in cui noi del Nord del mondo facciamo esistere geografie del desiderio e del piacere, mescolando erotico ed esotico, come ha ricordato l’imputato parlando dell’International Sex Guide e delle “chat room”, consumabili da tutti quelli che hanno abbastanza capitale economico e culturale d’accedere a internet, come quei saperi che “dividono le pratiche sessuali per paese” e li definiscono come “Paradisi”, nonostante in aula siano emersi Inferni. Se è vero, come ha affermato prima l’accusa e poi la difesa che “ha prevalso il principio del piacere sul principio della realtà”, bisogna però sottolineare che il “piacere” dominante è quello machista (la “maschera” e non la “mancanza di libido” testimoniata dall’imputato, il segno dell’impotenza della potenza) e che esistono (anzi, dovrebbero poter esistere) diversi piaceri (e pratiche connesse) che non ne escludono (o opprimono) altri. In questo senso, il “piacere” non dovrebbe avere un referente sano come misura (o “normalità”), ma dovrebbe essere ammesso in quanto eticamente relazionale, ovvero in grado di far coesistere nei soggetti della relazione tanto il loro bisogno d’amore (dell’altro) che il loro bisogno d’autonomia.

La collaborazione dell’imputato, che certamente non lo redime dai suoi crimini, nello svelare parte del sistema organizzativo della prostituzione minorile ha permesso di creare un vuoto, la presenza che si manifesta con l’assenza, il rendersi conto che manca qualcun* quando si pensa al “piacere”, ma che esiste ed è attiv*. Sono bambine e bambini che cercano clienti per avere rapporti sessuali in cambio di soldi, regali, medicamenti, perché vivono nella miseria e lo “straniero”, che siamo “noi”, si presenta come la sua unica fonte di sostentamento. E di fronte alla miseria, se il sistema non ti prende in considerazione, non ti sostiene, allora ci si organizza: e sono spesso le donne, le madri, a farlo. Viviamo in un mondo dove il piacere è sistematicamente differenziato, dove le ragazzine filippine non hanno spazio per il loro desiderio, la loro esistenza, e questo non è solo “tristezza”, come ci verrebbe da dire, ma un giro d’affari multimiliardario interno al sistema globale del turismo. E il turismo appartiene al Nord del mondo, a quelli che praticano la libertà di movimento.