Società | 26.04.2017

L’economia virilista dell’amore

Il processo avvenuto a Lugano il 13-14 febbraio 2017 ci permette d'illuminare non solo il legame tra Ticino e turismo sessuale minorile, ma, da questo, anche alcune delle molteplici dimensioni di violenza che caratterizzano la nostra società e s'articolano nell'idea-pratica del "possesso".
Immagine: movieforkids.it

Al separarsi da una prostituta-bambina, l’imputato cerca il suo sguardo mentre lei conta i soldi: “A me dà piacere la relazione sentimentale, stare mano nella mano”. Nonostante il ticinese abbia cercato d’assicurarsi il mito dell’amore romantico, questo continua a essere smentito dal rapporto delle ragazzine al soldo, che gliel’ha reso esperibile. La sua disponibilità economica gli ha concesso di scavalcare la concorrenza virile locale, potendo offrire 40CHF per 15min. di prestazioni sessuali non protette in hotel (baci su tutto il corpo, coiti orali, eiaculazioni in faccia, rapporti multipli commentati dal giudice con “già fa fatica con una, averne lì due!”, due penetrazioni vaginali) sorvegliati da un’adulta e 200CHF per passare la giornata al centro commerciale, in piscina o nei saloni di bellezza, dove le ragazzine potevano accedere all’acqua, mancante nelle favelas, e lavarsi.

L’imputato conosceva le condizioni di vita nelle bidonvilles. Piange al ricordare le bambine esposte a “violenze di tutti i generi, agli spari”, facendo però scomparire la violenza del turismo sessuale minorile nelle sue relazioni, che, indubbiamente sfruttatore, non è stato il solo a generare. In questi rapporti d’oppressione, ne vale ricordarlo, le vittime non sono esseri esclusivamente agiti (soggetti che compaiono unicamente per essere “protetti”), ma agiscono. “Mi dicevo che le stavo ancora aiutando, le faccio lavorare, le do una casa, dei vestiti”. L’imputato acquisisce, lontano da casa, una sensazione di benessere (il “Paradiso” promosso dagli operatori turistici) legata alla virilità: si sente tanto “protettore delle donne” (bambine, sorelle e madri), facendo le veci del capofamiglia, che “uno dei più giovani, belli, attraenti”.

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In aula s’è discusso dell’illusione dell’imputato d’essersi garantito, con lo “scambio economico”, l’affetto del genere femminile: “Qui parliamo di commercio. Aple ha interesse a fidelizzare il cliente”. Ma quest’argomento serve solo a criminalizzare la prostituzione in generale, anche quella legittima, reiterando il mito che l’amore non ha nulla a che fare con l’economia, cioè con le relazioni socio-economiche dove vivono le matrici di genere, classe e razza. Sappiamo bene che non è così. Sappiamo bene, per essere più espliciti ma non esaustivi, che la cellula sulla quale si organizza il “nostro” Stato-Nazione è la famiglia tradizionale (borghese-occidentale) dove la donna è destinata allo sfruttamento del lavoro domestico non-remunerato mentre l’uomo è tale se sviluppa un’indipendenza economica (scarti salariali, segregazione sessuale verticale e orizzontale del lavoro). Tutto ciò è “garantito” dal contratto matrimoniale, coronamento dell’amore, che è allora (anche) economico.

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“Cosa farebbe per non rifare quel che ha fatto?” Il 46enne risponde che penserà al male che ha fatto. Il giudice pretende però una “garanzia che non lo rifaccia”. Allora il ticinese da una parte afferma che s’impegnerà a “star lontano da quei paesi” e da “quelle chat”, e dall’altra riaccende quella che ha definito più volte la “sua speranza” nella forma, ora, dell’”unica cura”: “trovare un vero amore, qualcuno che mi vuole bene. Delle ragazze che vedono oltre quello che ho fatto. Io ho bisogno d’affetto”. Due risposte, quindi, che riproducono la naturalizzazione della violenza del modello relazionale virile, che è radicato nella nostra società. La segregazione sessuale eteronormativa (quella “nostra”, per esempio, delle toilettes pubbliche) non ha mai colto e risolto la violenza di genere, anzi, ha cristallizzato la soggettività femminile nella vulnerabilità: le “donne” sono rappresentate a priori come soggetti passivi, vittime perpetue “da proteggere”… da un istinto penetrativo “naturale” degli “uomini”. E poi c’è questo romanticismo che si reitera verso il garantire i rapporti umani nella forma della “coppia armoniosa, complementare” (da due diventano Uno). Rapporto non pensato in uno schema realmente relazionale e paritario, ma in un modello virilista dove la “parità” si conquista, come le guerre coloniali insegnano, con la penetrazione dei luoghi (terre e corpi) avvalendosi poi d’un diritto di proprietà (e della “garanzia” dopo l’acquisto).

Non siamo neanche estranei alla “fedeltà compulsiva” come “prova d’amore” che s’è espressa nella regolazione sociale espandendosi nella criminalizzazione dell’adulterio, nella valorizzazione della verginità (o oggi della “ragazza difficile”, “quella che dice no, ma vorrebbe dire sì”) o nella dedizione esclusiva al marito, compiacerlo, farsi “complementari” adagiandosi all’unico piacere concesso: la penetrazione procreativa. I femminicidi che in quest’ultimo anno si sono denunciati con veemenza nelle piazze fanno parte di questo stesso filo strutturale: come ultimo atto di possesso su di loro, i mariti (o compagni) uccidono quelle donne che smettono di compiacerli, che “si permettono” di lasciarli, che rompono questo mito dell’amore, “della coppia” (qui l’agognata “girlfriend experience”) dove l’uomo può affermare una forma di mascolinità possessiva.

Pensare a forme libere d’amore, a relazioni libere, come dovrebbe essere anche la prostituzione, è una necessità che esce dai quadri del processo, ma che questo stesso ci permette di riconoscere come nostra responsabilità collettiva.