Società | 27.04.2017

La libertà di muoversi su altri piani

«...e siccome sono sempre giorno e notte impastoiati nel loro codice, non hanno la giusta sensibilità per i rapporti umani, ed è una deficienza grave.» Il processo svoltosi a Lugano concernente il turismo sessuale minorile, slegato dal Diritto, c'inclina e c'espone all'altro che è in noi, che potremmo essere noi.
Immagine: Blog Sentieri Selvaggi: Cent'anni di... metamorfosi

Il filo narrativo in aula è stato tessuto per corroborare la colpa oggettiva del reo confesso, l’entità del bene giuridico, e, soprattutto, quella soggettiva: moventi, le possibilità dell’imputato di non passare all’atto criminale e la sua vita anteriore. Tuttavia, alla fine del processo il dubbio è rimasto: l’imputato è un “mostro indegno” (arringa dell’accusa) o un “uomo” (arringa della difesa)? Chi è? Che “uomo” è? La risposta “valida” è stata data dal perito Calanchini: è un “immaturo”; il grado di scemata imputabilità è stato decretato lieve-medio. Il giudice Ermani non è convinto: le pratiche sessuali (in particolare l’eiaculazione in faccia, che ritiene incompatibile a priori con la ricerca d’affetto, di piacere) e la capacità organizzativa dimostrata nella pianificazione dei viaggi rendono l’imputato una persona in grado d’”intendere e di volere”. Questi “non sono atti da adolescente”, dice il giudice, mentre Calanchini ribatte che la “maturità è compromessa in altri aspetti”. S’istaura una divisione cartesiana tra mente e corpo del ticinese: “meccanicamente” è “uomo”; “psicologicamente” presenta un “disturbo della personalità grave e permanente”, più specificamente: “immaturità affettiva” e dunque “instabilità relazionale”. Dal processo s’è capito che questa “incapacità a relazionarsi” dovrà essere cor-retta con una “pena” e una “misura”, come giustamente succede nell’ambito della Giurisprudenza.

I processi cercano di distinguere chiaramente vittime e colpevoli assoluti: angeli e demoni. Ma fuori dall’aula questa dicotomia è più opaca, perché non possiamo evitare d’inserire i fatti nel mondo reale, nel contesto neoliberale nel quale viviamo, marcato da gerarchie di genere, classe e razza. Sappiamo, infatti, che incidono sulle nostre (im-)possibilità (più che “capacità” d’un soggetto che si muoverebbe nel mondo solo per volontà propria) relazionali. Nonostante questa consapevolezza politica, siamo comunque spinti, a volte, ad affrontare le esperienze estreme che ci orripilano semplificandole, ad annullare cioè la sistematicità delle violenze e a considerarle dei fatti singoli, dei raptus o degli avvenimenti legati a menti individualmente malate. Però è la società “malata” – e questo lo riscopriamo quando sentiamo dire che “laggiù si abbassano i freni inibitori”, naturalizzando la violenza del ticinese come se abusare sessualmente degli altr* razializzat* derivasse da una “legge della natura”. “Quassù”, infatti, il meccanismo non è diverso: le recenti mobilizzazioni femminili (dall’America Latina alla Polonia e all’Italia per citare alcuni paesi) e nere (come Black Life Matter statunitense e francese), continuano a rendere nota l’intersezionalità nel processo, non irreversibile, di precarizzazione di alcune vite.

Nonostante l’insensatezza apparente, dunque, il turismo sessuale a danno dei minori è da molto una realtà politica, sociale ed economica, prim’ancora d’esserne divenuta una giuridica, che coinvolge tutto il mondo – e quindi anche noi e non solo l’imputato che oggi è alla sbarra. In particolare perché il turismo sessuale minorile si origina dall’enorme scarto di ricchezza tra le popolazioni dei paesi cosiddetti “sviluppati” – o più semplicemente: “bianchi” – e i paesi che, secondo la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, dovrebbero seguire il cammino dei primi (la “civilizzazione”).

Sarebbe interessante domandarci, in questi tempi, quanto male deve fare uno “straniero” per non poter più viaggiare liberamente da un paese all’altro? Due pesi, due misure. Forse ci accorgeremmo che non ci pensiamo mai nelle vesti dell’”essere l’altro”, forse ci accorgeremmo che l’ “altro”, in generale, non lo pensiamo mai.