Politica | 22.03.2017

Parità salariale: la legge è un plop

Text by Giulia Petralli | Photos by mliu92 (Flickr)
Nonostante la legge sia chiara e sancisca l'uguaglianza tra uomo e donna, la realtà dei fatti è lungi dal rispettarla.
Immagine: mliu92 (Flickr)

«Uomo e donna hanno uguali diritti. La legge ne assicura l’uguaglianza, di diritto e di fatto, in particolare per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro. Uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore» Articolo 8, capoverso 3 della Costituzione Svizzera. Questa la legge. La realtà?

Se per l’uomo (maschio) avere un’occupazione remunerata fuori casa è un obbligo sociale, per la donna sembrerebbe non esserlo. Il lavoro femminile e il suo riconoscimento non sono fenomeni scontati per almeno tre motivi:

  • Se il marito lavora (spesso) a casa rimane la moglie. Il lavoro domestico è quindi il percorso più scontato, sebbene a volte si riesca a trasformarlo in un impegno non esclusivo. Una forte partecipazione femminile, infatti, si registra nei lavori precari, che offrono maggiori flessibilità, ma anche salari bassi e nessuna tutela legale.
  • Le opportunità lavorative per le donne sono ridotte rispetto a quelle offerte agli uomini. Le cause vanno attribuite a forme di discriminazioni basate sul sesso che si dividono in orizzontali (tipologie di lavoro che escludono le donne, come le selvicoltrici in Ticino), verticali (la difficoltà di fare carriera con l’arrivo dei figli) e soprattutto salariali;
  • Le carenze degli stati sociali grava sulle spalle della società (uomo e donna) che si trova privata di adeguati servizi alle famiglie, specialmente per bambini, disabili e anziani. A rimetterci sono particolarmente le donne: faccende domestiche, assistenza a persone bisognose, aiuti classificati come ‘volontariato’ sono lavori indispensabili, ma non riconosciuti e pertanto non remunerati.

Discriminazione salariale:

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Quando si pensa ai diritti ancora preclusi alle donne, non si può non parlare della parità salariale.

Nel 2014, nel settore privato esisteva una differenza del 15,1% tra i salari femminili e maschili, a parità di mansioni.

Uno studio condotto dall’UST ha ‘dimostrato’ che circa il 60% dello scarto è da attribuire a fattori ‘oggettivi’ quali l’età, la formazione, la posizione nella professione o nel settore. Per quanto riguarda il restante 40%, invece, si legge che «nessun fattore oggettivo può essere adottato per giustificare questa differenza che va quindi valutata come discriminazione salariale», ovvero discriminazione sessista, cioè basata sul sesso.

In generale il 40% fa riferimento al tempo parziale che la donna dedica al lavoro fuori casa, dunque a orari flessibili retribuiti da salari bassi; alla inadeguata formazione rispetto alle esigenze del mercato del lavoro e alla difficoltà di raggiungere i vertici dell’impresa – in vista di un’eventuale assenza a causa di una potenziale gravidanza – ai quali corrispondono salari maggiori.

Parrebbe quasi si stia così giustificando l’ingiustificabile.  Recentemente si è anche introdotto il concetto di un ‘gap delle aspettative salariali’. Se ci si attende un salario basso per l’anno a venire, la cognizione di ciò che si guadagnerà rispetto a ciò che si dovrebbe effettivamente guadagnare sarà disturbata da ‘aspettative al ribasso’ e il potere di negoziazione si ridurrà altrettanto. In breve, un salario inferiore a quello di mercato sarà accettato senza ‘lamentele’, perché, come riflesso alla poca stima di ciò che si è e si fa, è quello che ci si aspettava meritare.

Equal Pay Day:

L’Equal Pay Day è un evento organizzato annualmente dal Business & Professional Women (BPW). Quest’anno è stato il 24 febbraio, data in cui, considerando lo scarto salariale del 15,1%, la donna è riuscita, continuando a lavorare a parità di ruoli, a raggiungere il salario già percepito dall’uomo il 31 dicembre 2016.

La speranza è che questo evento non debba più essere necessario.

Ma soprattutto che frasi come quelle dell’europarlamentare Korwin-Mikke (vedi video «le donne devono guadagnare meno perché sono più deboli, più piccole e meno intelligenti») siano motivo di sospensione – com’è infatti accaduto.