Gesellschaft | 19.02.2017

Da grande sarò sottoccupato

''Da grande voglio diventare un/a..." è l´incipit di un bella favola che abbiamo narrato a gran voce in quella tenera età, in cui tutti gli altri racconti iniziavano con "C'era una volta...". Ora ci stiamo rendendo conto che "... e vissero tutti felici e contenti" è il 'THE END' permesso a pochi privilegiati e che i veri mostri non si nascondono sotto il letto, bensì si trovano dietro ogni angolo e si camuffano con il nome di sottoccupazione, precariato, stipendi da fame ecc.
"Mamma, da grande voglio fare l'astronauta"
Immagine: Wenchieh Yang (Flickr)

Siamo cresciuti impreparati rispetto alla realtà che ci troviamo a fronteggiare. Le grandi paure che ci sono state inculcate erano rappresentate da incantesimi malvagi sciolti solo da un bacetto. Nessuno ci ha mai detto che l’ansia e la depressione sarebbero diventate le nostre migliori amiche. Nessuno ci ha mai preparati alla storia dello studente indebitato che appena uscito dall’università sarebbe stato disoccupato ancor prima di essere occupato. Nessuno ci ha mai parlato della possibilità di ricevere una chiamata in cui ci sarebbe stato comunicato che oggi si è utili e domani solo una palla al piede da lasciare a casa.

Assuefazione da sottoccupazione

In questo clima di smarrimento è facile farsi abbindolare da situazioni apparentemente risolutorie quali i lavori precari, che sempre più dilagano sul territorio. Una soluzione di ripiego a corto termine che procura momentaneamente un certo senso di benessere, sentimento rimpiazzato dall’insicurezza appena il contratto giunge al termine. A questo punto ci si può dire «basta, ora cerco qualcosa di serio, ora smetto», ma dopo qualche attimo iniziano i tremolii, la sudorazione aumenta e i dolori al petto sono strazianti a tal punto da permettere alla paura del futuro di schiacciare la determinazione del presente e finire con «dai, ancora una volta». Ed ecco che il gioco ricomincia al prossimo squillo. Salari indecenti, sicurezze minime e nessuna tutela legale.

Essere sottoccupato significa avere un’occupazione part-time, ma dichiarare di voler aumentare le proprie ore lavorative, fin anche a tempo pieno, senza però averne la possibilità. Queste forme di lavoro atipiche stanno sempre di più sostituendo quelle tradizionali (un impiego stabile, tutelato dalle assicurazioni sociali ecc.).

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Secondo l’Ufficio cantonale di statistica, la sottoccupazione è una situazione che, sul territorio ticinese, colpisce 17’400 persone, di questi il 60% è residente svizzero, 2 su 3 sono donne e una buona parte ha percepito un diploma di livello secondario superiore.

Una proposta per arginare il problema, proveniente dai «ghe pensum nüm, siamo stati invasi dal sud», era stata quella di limitare l’immigrazione di massa. Il problema è stato solo aggirato perché la vera piaga da sconfiggere sono quei datori di lavoro ai quali fa comodo impiegare manodopera sottopagata a tempo parziale, piuttosto che firmare un contratto collettivo. Mancano misure interne a protezione del mondo del lavoro!

Una soluzione iniziale poteva essere quella proposta con l’iniziativa federale per un «salario minimo», respinta però dal popolo svizzero. A livello Ticinese un’analoga iniziativa lanciata dai Verdi del Ticino è stata accettata in votazione popolare nel giugno 2015. Ora si attende la sua applicazione che verosimilmente incontrerà l’opposizione di quella parte di mondo economico che non vuole rinunciare alla possibilità di impiegare manodopera a basso costo e frontaliera.

Noi, i ragazzi in attesa al binario morto

Con queste prospettive di futuro a noi giovani cosa tocca fare? Partire e invadere il nord? Ma se siamo appena tornati con competenze e conoscenze da mettere a disposizione?

Restare e sottometterci alle condizioni di precariato, di dumping salariale e contratti al limite dello sfruttamento?

Quindi, arrenderci a questa realtà che non ci rappresenta e accettare una vita a metà, sospesa a tempo indeterminato?

Sì, non è questo il mondo che sognavamo, ma non per questo dobbiamo rinunciare a pretendere quello sul quale avevamo tanto fantasticato.