Società | 23.10.2016

Siamo donne, non accessori

Text by Giorgia Bazzuri | Photos by Ni Una Menos
«Sono stufa di leggere notizie come questa. Uomini che si arrogano il diritto di fare di una donna ciò che vogliono prendendo con la forza la sua dignità, il suo corpo e il suo diritto di dire no.» L'ennesimo caso di violenza contro una donna, in Argentina, fa reagire la nostra reporter Giorgia Bazzuri. Il suo commento.
La locandina di un collettivo argentino contro il femminicidio.
Immagine: Ni Una Menos

Una decina di giorni fa una certa Lucìa Pérez, una sedicenne argentina, è stata brutalmente violentata e torturata da tre ragazzi nella città di Mar del Plata. È in seguito morta in ospedale per le gravi lesioni riportate. L’evento ha smosso l’associazione Ni Una Menos («Non una in meno»), attiva nella lotta contro la violenza sulle donne in Argentina, che mercoledì scorso (il mercoledì soprannominato MiércolesNegro) ha invitato lavoratrici e studentesse di tutto il paese a uno sciopero di un’ora per fare sentire la loro indignazione condannando il femminicidio e la violenza di genere.

Sono stufa di leggere notizie come questa. Uomini che si arrogano il diritto di fare di una donna ciò che vogliono prendendo con la forza la sua dignità, il suo corpo e il suo diritto di dire no. Dobbiamo ancora scioperare, ancora lottare per fare capire al mondo che non siamo degli accessori di cui disporre quando necessario? La cosa scioccante è che la maggior parte degli uomini che ha commesso questi crimini resta e resterà impunita lasciando delle donne non credute, non ascoltate e spaventate nell’ombra della vergogna.

Le fotografie di Mary Calvert ne sono la prova e si ricollegano perfettamente all’argomento. La fotografa americana ha vinto l’ultima edizione del Word Press Photo nella categoria Long Term Project con un lavoro sulle vittime di violenza sessuale all’interno dell’esercito americano.

Le donne che hanno subito degli abusi da parte dei loro superiori, una volta tornate a casa finiscono in una spirale di depressione, sindrome da stress post traumatico, ansia e problemi psicologici che nei casi più estremi possono portarle fino al suicidio. Alcune perdono anche la casa e finiscono a vivere per strada nel giro delle dipendenze. Il peso è troppo pesante da sopportare e come se non bastasse ci sono casi in cui dopo attese infinite di processi e condanne, i superiori violenti tornano senza problemi a servire l’esercito mentre le vittime a stento riescono a rimettere insieme i pezzi della loro vita. Queste donne diventano vittime una seconda volta proprio quando non vengono aiutate e anzi vengono lasciate a loro stesse mentre i colpevoli tornano tranquillamente alle proprie carriere.

Com’è possibile che tutto questo continui ad accadere?

Sono stufa di uomini piccoli che si sentono grandi facendo del male a una donna.