Kultur | 20.09.2016

Pausa letteraria

Text by Marco Ambrosino | Photos by Laura Orsolini
Charles Baudelaire, il poeta maledetto, l'autore de 'Les fleurs du mal', ma non solo. Marco ci racconta in questa seconda pausa letteraria come Baudelaire fu uno dei primi autori a mettere in discussione i successi della nuova modernità, la cosiddetta «americanizzazione» dell'Europa.
Pausa letteraria è una piccola rubrica letteraria. Uno spazio comune per scoprire le passioni letterarie dei nostri reporter, per scoprire autrici e autori poco conosciuti oppure opere minori di autori importanti. Tempo un caffè. Buona lettura!
Immagine: Laura Orsolini

Charles Baudelaire fu uno dei massimi poeti francesi del XIX secolo e fu l’esponente principale, assieme ad Arthur Rimbaud, della stagione simbolista in Francia. Famoso per le sue poesie racchiuse ne Les Fleurs du Mal (1857), è entrato nell’immaginario collettivo per la sua figura di poeta maledetto, costruita sul mito americano di Edgar Poe e divenuta poi celebre grazie a poeti come Rimbaud e Verlaine. Baudelaire fu uno dei primi autori a mettere in discussione i successi della nuova modernità che si stava affacciando verso la fine del XIX secolo.

Oltre a essere poeta, Baudelaire, fu anche un lucido osservatore tanto da dedicarsi, a tempo perso, anche a soggetti di carattere filosofico e politico, come possiamo leggere nei suoi diari intimi, usciti con i titoli di Razzi (Fusées) e Il mio cuore messo a nudo (Mon coeur mis à nu).

A Baudelaire bisogna riconoscere, tra le altre cose, la paternità del termine «americanizzazione», che si diffuse presto nella Francia di quel fin de siècle, ma che vide la sua definitiva affermazione nel secolo successivo. Baudelaire si dimostrò affine a quella corrente di pensiero – passata poi alla storia come antiamericanismo, nonostante un americanismo vero e proprio in quegli anni non esistesse ancora – in cui la logica utilitarista e scientista veniva guardata con particolare apprensione e scetticismo; quel sistema culturale, intriso di democrazia e progresso, risultava infatti, agli occhi degli intellettuali, un passo indietro, un ritorno a uno stato più primitivo dell’essere. Il sacrificio della sensibilità e del mistero sull’altare dell’utilitarismo e della ragione si presentava come il requiem dell’arte e della poesia, da sempre icone della cultura europea:

La meccanica ci avrà talmente americanizzati, il progresso avrà atrofizzato così bene in noi tutta la parte  spirituale che niente (…) potrà essere paragonato ai risultati positivi. (…) Ma non è particolarmente attraverso le istituzioni politiche che si manifesterà la rovina universale, o il progresso universale; poiché il nome poco importa. Sarà attraverso l’avvilimento di cuori.

Baudelaire si fece portatore di un sentimento che diventerà poi lezione di modernità: lo sviluppo sfrenato e compulsivo nel ramo delle scienze e della ricerca dell’utile poteva registrare sì una progressione a livello tecnico, ma avrebbe potuto anche registrare una forte e pericolosa regressione spirituale. Si tratta di un tema rimasto insuperato ancora oggi in un mondo omologato e unidimensionale, per riprendere una formula cara a Herbert Marcuse, che si farà promotore di una forte critica di quella deriva culturale, che già un secolo prima spaventò e non poco Charles Baudelaire.

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Foto: Marco Ambrosino