Società | 25.08.2016

Pausa letteraria

Text by Marco Ambrosino | Photos by Laura Orsolini
L'insignificanza: un antidoto moderno al male di vivere? Marco Ambrosino ci parla dell'ultimo (e poco pubblicizzato) romanzo di uno dei più celebri romanzieri cechi del XX secolo: "La festa dell' insignificanza" di Milan Kundera.
Pausa letteraria è una piccola rubrica. Uno spazio comune per scoprire le passioni letterarie dei nostri reporter, per scoprire autrici e autori poco conosciuti oppure opere minori di autori importanti. Tempo un caffè. Buona lettura!
Immagine: Laura Orsolini

L’ormai quasi novantenne Milan Kundera ha recentemente pubblicato il suo ultimo romanzo che si presenta come una sorta di summa del suo pensiero poetico. La vicenda si svolge in una Parigi post-moderna, la stessa nella quale vive l’autore, ma la trama si mescola a una serie di aneddoti ilari e beffardi, che riportano allo stesso discorso portato avanti da Kundera lungo tutta la sua carriera: l’insignificanza, il bisogno di leggerezza e l’ironia, necessaria per sopravvivere ai meccanismi sociali della società postmoderna.

Il genio di Kundera si è sempre contraddistinto sin dai suoi primi romanzi in questa capacità di unire riflessione filosofica a trama narrativa, una perfetta simbiosi tra saggio e romanzo così cristallizzata, che trascende la necessità di ogni definizione di genere. La sua opera, in sintesi, appare come un inno alla leggerezza, al farsi scivolare via le cose, a prendere tutto – perché no? – con un tocco d’ironia, che se non salva la vita, talvolta la ridimensiona.

Più che una dottrina filosofica, però, la lezione dello scrittore ceco si presenta come un modus vivendi che non è frutto di un’intuizione ma di un perpetuo sillogismo, di un’esperienza vissuta, come ricorda lui stesso in questo suo ultimo romanzo:

«E stata del resto la strategia di tutti noi. Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo per resistere: non prenderlo sul serio».

Questo estratto mostra bene il sentimento di una generazione intera – alla quale Kundera è naturalmente iscritto – che ha visto i propri ideali lentamente sgretolarsi: il 1968 non si è tramutato in quel palazzo d’oro che tutti profetizzavano. La liberalizzazione tanto osannata dal movimento giovanile del ’68 non ha portato certo i frutti sperati, la società libera che si sognava, è diventata schiava del consumo, come avevano previsto alcuni pensatori illustri – tra i quali Pierpaolo Pasolini – coraggiosi nello schierarsi contro quel conformismo intellettuale che faceva del 1968 l’inizio della nuova età dell’oro. Al simulacro di un mondo migliore gli uomini come Kundera oggi devono fare fronte a una crisi identitaria e a uno smarrimento collettivo che prendono il sopravvento, in un mondo totalmente impregnato dalla disillusione e dal disimpegno.

Kundera celebra così la crisi della ragione e il tramonto dei grandi ideali filosofici e politici, in un mondo sempre più omologato, sradicato e quindi instabile. Un mondo, dove solo l’insignificanza può rivelarsi, paradossalmente, un prezioso antidoto al male di vivere.  Questo nuovo paradigma antropologico può essere la chiave di lettura di questo piccolo romanzo e fare di Kundera un testimone lucido e disilluso del tempo presente.

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Milan Kundera, La festa dell’insignificanza, Adelphi, 2014. Foto: Marco Ambrosino