Società | 09.08.2016

Minoranze in silenzio

Text by Giulia Petralli | Photos by Flickr
Oggi è la giornata mondiale dei popoli indigeni. Questa ricorrenza ci ricorda che sul pianeta terra vivono più di 5mila popoli indigeni che dovrebbero godere degli stessi diritti di tutti gli altri uomini. Purtroppo troppo spesso non è così! Alla Conferenza sul Clima di Parigi 2015 (COP21) i diritti di alcuni popoli indigeni sono stati calpestati. Il commento di Giulia Petralli.
Gruppo di Inuit, 1854. Fonte: paukrus
Immagine: Flickr

Gli Inuit, comunemente ed erroneamente conosciuti come Eschimesi, sono un piccolo popolo dell’Artico, distribuito tra Stati Uniti, Canada e Groenlandia. La loro sopravvivenza è dovuta alla caccia, alla pesca e a delle buone tecniche d’adattamento contro il freddo ostile. La banchisa, un’enorme massa di ghiaccio galleggiante, è usata da questo popolo per spostarsi e procurarsi cibo. A causa dei cambiamenti climatici, specialmente l’aumento delle temperature, la banchisa si sta riducendo sempre più, provocando disagi tra le popolazioni umane e animali che letteralmente s’appoggiano a essa per vivere.

Gli abitanti delle isole del Pacifico e dell’Oceano Indiano compongono invece una piccolissima percentuale della popolazione globale e anche loro sono minacciati, sul corto termine, dai cambiamenti climatici. A causa del surriscaldamento dell’atmosfera, infatti, il livello del mare continua a salire e, tempo 60 anni, le piccole isole e gli atolli sparsi nell’oceano potrebbero scomparire, così come i popoli che vi abitano.

Gli indigeni del Brasile e di altri paesi del Sudamerica sono altre indiscusse vittime dei cambiamenti climatici. Il loro coinvolgimento consiste, tra le altre cose, in disboscamenti, allevamenti estremi e sfruttamento delle miniere. I disastri ambientali che ne susseguono sono un’inevitabile conseguenza.

Questi popoli sono minacciati sia all’interno che all’esterno della loro cerchia e non vedono nessuno spiraglio di miglioramento nell’immediato futuro. Ad esempio, gli Inuit si volevano un popolo indipendente e autoregolamentato, senza gerarchie di potere. Le loro credenze sono però andate scemando da quando hanno aperto le loro frontiere di ghiaccio, introducendo istituzioni, scuole, moto slitte e case. La massiccia importazione di beni materiali e l’introduzione (forzata) di nuove credenze e tradizioni hanno fatto sì che le popolazioni dell’antartico iniziassero un lungo declino d’alienazione. Gli alti tassi di suicidio e alcoolismo sono inoltre peggiorati quando Greenpeace ha bandito la caccia alle foche, da sempre il loro principale alimento di sostentamento.

Alla Conferenza sul Clima di Parigi 2015 (COP21) a nessuno di questi popoli è stato assegnato un posto al tavolo delle decisioni e, pertanto, neppure la possibilità di dare voce alle proprie preoccupazioni all’interno di un dibattito che si vuole globale. Non solo! A causa di «pericolo attentati» non gli è stato nemmeno permesso manifestare in modo pacifico al di fuori. Inuit, indigeni del brasile e popoli galleggianti non hanno potuto stringersi le mani l’uno con l’altro in una marcia contro un problema che li accomuna tutti, perché costretti ad alzare le stesse in segno di resa verso un sistema che, ancora una volta, li ha schiacciati.