Società | 08.08.2016

La traversata del muro invisibile

Isabelle si è recata in un'organizzazione che accoglie rifugiati a Sassari, in Sardegna, dove ha incontrato Kenian, un giovane profugo somalo giunto in Italia quattro mesi fa. Kenian le ha raccontato la sua storia. La sua vicenda è simile a migliaia di altre vicende: vittime alla ricerca della pace.
Keinan e i suoi nuovi coinquilini
Immagine: Isabelle Gallino

«Oggi abbiamo nuovi arrivi, non abbiamo tempo» mi annuncia al telefono il responsabile di un’organizzazione che si occupa di rifugiati a Sassari (Sardegna): «Vada a questo indirizzo e potrà parlare con un giovane rifugiato somalo». Sento che ha fretta ma riesco comunque a chiedergli giusto in tempo come si chiama il rifugiato: «Lei vada là e vedrà che l’aspettano», risponde poco prima di riattaccare il telefono.

È così che ho incontrato Keinan.

Con un timido sorriso Keinan entra nella sala dello studio ginecologico che mi hanno messo a disposizione per fare l’intervista e che si trova nello stesso edificio della residenza per rifugiati. Scelta di luogo peculiare, ma in fondo l’importante è poter parlare tranquillamente e quindi non faccio domande al riguardo. Iniziamo invece a discutere del suo passato e mi rendo ben presto conto che la sua vita fino ad ora è stata una vera e propria corsa di ostacoli.

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L’entrata di un’organizzazione che alloggia rifugiati a Sassari

 

Keinan è nato e cresciuto in un paese in guerra: «Le parti del conflitto, sono cambiate – racconta – ma il terrore è iniziato già nel 1991, ancor prima che io nascessi». Un’infanzia oscurata da una violenza ininterrotta a Mogadishu: «Le bombe mi passavano sopra la testa e potevo solo pregare che non arrivassero sulla mia casa».

La sua Odissea verso il Nord è però innescata da un avvenimento in particolare che ha come sfondo un campo di calcio: mentre giocava, suo fratello, diciannovenne, viene ucciso da tre pallottole al petto. La madre, costretta a seppellire un figlio dopo aver già sepolto il marito ucciso da un attacco suicida nella piazza del mercato, intuisce che Keinan potrebbe essere la prossima vittima e gli intima di partire immediatamente.

Il giovane somalo si lascia quindi alle spalle tutto quello che gli era caro fino ad allora, famiglia inclusa. Allo stesso tempo, abbandona anche un paese dove, spiega, «è sempre più difficile agire in quanto essere umano: se soccorri una persona vittima di un attentato rischi di essere tu la prossima vittima». In altre parole, «ti deprivano della cosa più importante che possiedi, la tua umanità».

Keinan attraversa quindi il Kenya, Sud Sudan, Sudan e Libia. Non avendo portato documenti con sé, il tutto avviene nell’ombra dell’illegalità, tra abusi e soprusi costanti. «Ogni persona che riesce a fermarti ti chiede del denaro se non hai soldi vieni picchiato e spesso sfruttato. Sei un essere umano ma per loro sei solo un business, una possibilità di fare affari».

Giunto alle porte dell’Europa, in Libia, riesce a salire su un’imbarcazione con a bordo centinaia di persone, tra le quali diverse non raggiungeranno mai l’altro lato del Mediterraneo. Lui invece, è tratto in salvo da un’imbarcazione italiana e giunge a Cagliari sano e salvo.

La guardia costiera è spesso avvertita da pescatori della presenza di profughi in difficoltà
La guardia costiera è spesso avvertita da pescatori della presenza di migranti in difficoltà

 

UN NUOVO INIZIO

Adesso è in Italia da quattro mesi e, con un sorriso contagioso, mi dice che è felice. Ha dovuto lasciare la sua famiglia, la sua casa e il suo paese, ma è cosciente del fatto che qui ora potrà finalmente vivere in un contesto dove aiutare gli altri non rappresenta un rischio ma un pregio. «In realtà per me basta vivere in un paese dove ci sia la pace» spiega sorridendo.

Sta anche imparando l’italiano, seguendo dei corsi offerti a rifugiati: si vede che freme dalla voglia d’imparare: «Non è obbligatorio, ma io vado a lezione tutti i giorni» racconta entusiasta «per me non è possibile restare a fare nulla, devo assolutamente fare qualcosa», e spiega che dà una mano per la pulizia della casa e si impegna al massimo per imparare l’italiano il più presto possibile.

«So, this is my history»: «ecco, questa è la mia storia», mi dice alzandosi a mo’ di conclusione.

In realtà, la storia di Keinan è simile a quella di molti di coloro che continuano a bussare alle nostre frontiere. Sono vicende tragiche di quelli che non hanno avuto la fortuna di nascere in una nazione in pace: racconti che iniziano generalmente da bombe, traumi, massacri e si concludono con abusi, sfruttamenti e annegamenti. Come Keinan, questi individui arrivano con la sola speranza di poter crescere in un paese dove si possa vivere umanamente e in modo dignitoso. E in questo contesto di insicurezza in Europa e di nuovi arrivi alle porti ticinesi, vale forse la pena ricordare che del terrorismo non sono autori, ma vittime.

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Dietro al racconto di Kenian vi è tutto il dramma della crisi migratoria

 

Le prove di un viaggio tumultuoso
Le prove di un viaggio tumultuoso

 

L’INTEGRAZIONE NEL CUORE DELLA SOLUZIONE

Il 25 luglio scorso, a Cagliari, è giunta l’ennesima barca che ha portato in salvo 931 profughi. Tra questi, anche 182 ragazzini, 9 sotto i dieci anni, in uno stato di shock. La macchina organizzativa si è messa allora all’opera per trovare una sistemazione a queste persone.

Il progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) «Emilio Lussu» della Provincia di Cagliari, si occupa della seconda fase organizzativa, chiamata, per l’appunto, «seconda accoglienza» e ha come obiettivo principale quello di integrare richiedenti d’asilo e rifugiati: «Cerchiamo di emancipare queste persone nel più breve tempo possibile, rendendole autonome e in grado di cavarsela da soli» spiega la coordinatrice del progetto Stella Deiana.

Al centro del progetto, vi sono corsi di lingua italiana, accompagnamento legale e psicologico, tirocini e supporto nella ricerca di un impiego. Il tutto, sempre con l’idea di fondo di rendere autonomi i destinatari del progetto. Infatti, abitano in appartamenti condivisi e ricevono 42 euro a settimana per vitto e spese personali. La condizione è però che seguano dei corsi di italiano, dato che, «in Sardegna, senza l’italiano, non si va da nessuna parte», ricorda Deiana. In secondo luogo, devono impegnarsi a trovare un posto di lavoro con l’aiuto innovativo del progetto: «organizziamo e sovvenzioniamo tirocini per inserirli nel mondo del lavoro e insegnarli come funzionano le cose qui in Sardegna. Spesso e volentieri, dopo il periodo di tirocinio, i datori di lavoro hanno avuto modo di vedere il loro livello di competenza e li assumono a tempo indeterminato».

Il porto di Cagliari, dove sbarcano regolarmente dei profughi
Il porto di Cagliari, dove sbarcano regolarmente dei migranti

 

Tra le storie di successo del progetto, vi è quella di Fauzan, ora carrozziere a Cagliari.

Di origine nigerina, Fauzan è stato vittima di persecuzioni dovute a una ragione piuttosto particolare: lui, musulmano, voleva sposare una ragazza cristiana, andando così contro la legge della Sharia come praticata in quella zona del paese. Riuscito a scappare da estremisti religiosi che tentano a più riprese di assassinarlo, prima di raggiungere l’Europa, Fauzan scappa in Libia, dove è vittima di sfruttamenti e rischia di lasciarci la pelle diverse volte: «Se una persona di colore è presa alla frontiera libica, rischia di essere ucciso o messo in carcere» spiega Fauzan.

Ora, a Cagliari, si sente al sicuro e non ha rinunciato a sposare la ragazza cristiana di cui si è innamorato: «appena potrò, la sposerò», conclude. Nel frattempo, grazie al sostegno del progetto «E. Lussu», può guadagnarsi da vivere e continuare ad imparare l’italiano. Perché, come spiega Deiana, «si deve mirare a un progetto a lungo termine, che dia la possibilità a queste persone di ricominciare una nuova vita autonoma e dignitosa».

Chissà che non ci si possa ispirare da questa bella iniziativa anche in Svizzera.