Politica | 12.08.2016

I ragazzi della stazione di Como

Text by Giorgia Bazzuri | Photos by Giorgia Bazzuri
Il numero dei migranti accampati a Como è salito. Respinti alla frontiera Svizzera, i profughi vivono in stazione e nel parco adiacente ad essa, in attesa di proseguire la loro strada verso Nord. "La Svizzera non diventerà un Paese di transito" ha dichiarato Simonetta Sommaruga ieri. Intanto, moltissimi migranti sono giovani, e vi sono anche dei minnorenni. Giorgia Bazzuri ne ha incontrati alcuni.
  • Mebrat, 20 anni

    Immagine: Giorgia Bazzuri - 1 / 5

  • Parco della stazione di Como

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  • I ragazzi giocano a pallone prima di pranzo

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  • Aberash, 21 anni

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  • L'accampamento di fortuna

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“My sister, ciao!”. Sono appena arrivata al parco della stazione di Como dove da qualche settimana un numero sempre maggiore di migranti è bloccato al confine con la Svizzera. All’inizio erano un centinaio, ora le persone accampate su delle coperte sotto gli alberi sono circa cinquecento e molti sono giovani e minorenni non accompagnati.

Un gruppetto di ragazzi mi saluta così mi avvicino. Parlano pochissimo inglese ma riusciamo  pian piano comunque a capirci. Mi raccontano di essere partiti dall’Etiopia qualche mese fa e di essere arrivati in Italia passando per la Libia, via Mediterraneo. Mebrat ha 20 anni, un tatuaggio sbiadito su un braccio e la speranza di riuscire a passare il confine ed arrivare in Svizzera. Come lui anche i suoi quattro compagni di viaggio, conosciuti strada facendo, condividono il suo sogno. Dopo qualche minuto arriva Aberash che si presenta con un inglese molto meno incerto. Lui di anni ne ha 21 e quando gli dico di essere svizzera mi chiede “sister, why is your border closed?”. Ovviamente mi sento presa in causa: perché il tuo paese non ci vuole? Le dinamiche purtroppo non sono semplici e io per prima non riuscirei a dargli una risposta precisa. Gli dico però che posso impegnarmi a scrivere su di loro, a fare vedere le loro fotografie per mostrare ai giovani ticinesi cosa sta accadendo a dei loro coetanei così vicino a casa. “Le persone devono sapere come stiamo vivendo qui. Grazie”. Nel frattempo mi sono seduta per terra e prontamente Mebrat mi offre un posto sul cappuccio di una giacca che fa da cuscino.

Questi ragazzi hanno vissuto molto di più dei loro 20 anni, hanno affrontato un viaggio lungo e pericoloso eppure nel loro niente riescono a offrire tutto quello che hanno. Nella loro condizione di dimenticati restano solari, aperti e fiduciosi. Come si fa a condannare la loro ricerca di un futuro migliore? Il gruppetto è qui da una settimana ma i ragazzi non hanno ancora provato a varcare il confine perché hanno sentito dei molti che non ce lhanno fatta e vogliono prima informarsi e capire come procedere con le domande di asilo. Per la maggioranza degli altri migranti però lo scopo non è quello di fermarsi in Svizzera bensì quello di procedere più a nord verso Germania, Svezia e Danimarca. 

Scorgo solo ora che da sotto un cappellino rosso due occhi curiosi mi osservano. Lo saluto e gli chiedo quanti anni ha. Con la sinistra mi mostra l’indice, la destra alza tre dita. Tredici anni. Aberash, che mi fa da interprete, mi racconta che Tariku ha perso i genitori in Etiopia durante un attacco da parte delle forze governative ed è partito dal paese da solo. “Ora siamo noi la sua famiglia e lui è la nostra”. Il suo purtroppo non è un caso isolato perché i minorenni soli presenti sono molti. Giocano a pallone negli spiazzi lontani dai giacigli di fortuna e tra i panni che vengono lavati a una fontanella all’interno del parco e stesi tra gli alberi . Un’altalena è appesa al ramo di un albero per i più piccoli, che fortunatamente sono solo un paio.

Quando mi allontano per andare mi abbracciano ringraziandomi per averli ascoltati e per avergli permesso di raccontare la loro storia.

Bye, my sister.