Sport | 26.06.2016

La paura di sentirsi grandi

Text by Omar Cartulano | Photos by Omar Cartulano
La Svizzera ha mancato ancora una volta l'appuntamento con la storia. A consolarci, le emozioni di un grande campione, esempio d´integrazione.
Valon Behrami in azione nel 2013
Immagine: Omar Cartulano

La sensazione che ci lascia Euro2016 è che la Svizzera, nel mondo del pallone, la storia forse non la scriverà mai. Si susseguono i grandi talenti, inediti per il calcio elvetico fino ad alcuni decenni fa, ma la sostanza non cambia: una piccola squadra che viene sempre a mancare nel momento clou, in cui c’è la possibilità di entrare tra i grandi.

La storia si ripete

Nel 2006 l’uscita ai calci di rigore contro l’abbordabile Ucraina, nel 2010 la clamorosa vittoria con la Spagna che non ebbe alcun seguito, nel 2014 il dramma dei supplementari contro l’armata argentina, ora di nuovo la beffarda lotteria dei calci di rigore contro la Polonia, quando tutte le condizioni per finalmente raggiungere quei maledetti quarti di finale di un grande torneo sembravano esserci tutte. Un avvio di gara da dimenticare, poi una crescita costante per dimostrare che a perdere anche quest’occasione non ci voleva stare proprio nessuno. I polacchi sono stati spesso imbrigliati nella loro metà campo e dopo il leggendario pareggio di Shaqiri si sono susseguite le clamorose opportunità per il vantaggio, ma a nulla è valso lo sforzo. Per dire addio ai sogni di gloria è bastato un rigore malamente calciato in tribuna da Xhaka, che ironicamente, proprio fino a ieri, era stato il faro della squadra di Petkovic, a volte forse balbettante, ma comunque grossomodo convincente, anche al cospetto della blasonata Francia. Eppure è mancato ancora l’ultimo tocco decisivo, quel momento di lucida follia che ti permette di fare il salto da buona squadra a temibile outsider per qualsiasi pretendente al titolo. Non parliamo però di fortuna, no, di quella ce n’è anche stata se ripensiamo agli errori dell’Albania nel primo incontro o alle traverse della Francia nello 0-0 di una settimana fa.

Le lacrime

Chi non si nasconde dietro al fato è anche un campione che la sua fortuna se l’è costruita con il cuore, la grinta e una fame che ha ben pochi eguali tra i suoi più illustri colleghi.

«Sono venuto a quattro anni in questo Paese e ho cercato di ripagarlo in ogni momento»

Valon Behrami è partito da lontano, da un paese dilaniato da guerre e tensioni ed è giunto nel piccolo Mendrisiotto, dove è stato accolto 27 anni fa, pur scontrandosi con la burocrazia e la diffidenza verso il diverso, più che mai d’attualità oggi, in un momento di grandi e delicate migrazioni. Negli anni Valon ha però conquistato tutti e d’altronde sarebbe impossibile immaginare altrimenti, perché per la casacca elvetica ha dato anima e corpo, sangue e infortuni. »La gente alla fine ha visto chi sono – ha dichiarato ieri, in lacrime, alla RSI – come sono fatto e hanno cambiato idea nei miei confronti in questi anni… vi ringrazio per questo.»

Grazie a te Valon, dalla polvere del Montalbano di Stabio ai più grandi stadi del mondo, mai scontato, mai banale. Le tue prodezze resteranno impresse nei nostri cuori di tifosi.