Società | 01.05.2016

Usa a casa, getta in Ghana?

Da almeno due generazioni, possiamo tracciare una linea che separa quella che, un po' goffamente, si può soprannominare l'era del riutilizzo a quella dell' usa e getta. Comprare, utilizzare e infine gettare al posto di riparare. Ma qual è uno dei meccanismi che sorregge questo sistema basato sul consumismo sfreato? L'analisi e il commento di Giulia Petralli.
Un bambino alla discarica di rifiuti elettronici di Agbogbloshine, in Ghana. Si tratta del luogo più inquinato al mondo.
Immagine: Fairphone (Flickr)

A chi non è mai capitato di dover ricomprare una stampante che improvvisamente smette di funzionare e che sotto un rapido sguardo dell’addetto ai guasti si senta dire «ne compri una nuova: costa meno!»? Aggiornare il sistema del telefono perché «non più idoneo agli standard»? Oppure comprare una giacca nuova perché quella dell’anno scorso è «out»?

Queste non sono coincidenze sfortunate, bensì è quello che in gergo è definita obsolescenza programmata, in altre parole, la meticolosa programmazione, decisa dalle aziende (come Apple, processata per aver immesso sul mercato un prototipo d’iPod con batteria a scarsa durata), della data di scadenza d’un prodotto.

Eh si! In che altro modo si potrebbe alimentare l’infinita catena di consumi, basata per definizione, sull’usa e getta, se non vendendo qualcosa che diventerà obsoleto nel giro di poco tempo, costringendoci a rinnovare l’acquisto?

È necessario specificare che un certo tipo d’obsolescenza naturale, identificata con il progresso tecnologico, è fondamentale per lo sviluppo umano. Essa ha permesso d’arrivare fin dove siamo oggi e chissà dove domani. Un semplice esempio è la carrozza trainata da cavalli prima e la moderna automobile dopo.

Il problema sorge però quando l’obsolescenza è innescata per mano umana, cioè artefatta. Non si pensi soltanto all’ingente somma che una famiglia deve dissipare per rinnovare i suoi acquisti, bensì anche allo smaltimento di quello che prima era un prodotto nuovo di zecca e poi un semplice scarto. La discarica di rifiuti elettronici di Agbogbloshine, in Ghana, è il luogo più inquinato al mondo. Qui arrivano un gran numero di cellulari, computer, frigoriferi, forni, lavatrici e lavastoviglie dal mondo ricco. Come se non fosse abbastanza, della manodopera minorile è impiegata per stanare metalli preziosi da riutilizzare o vendere.

Come limitare i danni?

Sebbene per alcuni il fenomeno sia ancora poco chiaro, oppure letto in chiave di complotto, per altri invece è una grave problematica che deve essere affrontata al più presto. Infatti, alcuni paesi, come per esempio la Francia, stanno introducendo nuove leggi per limitare l’azione delle imprese che fanno uso di questa pratica poco corretta.

Dal punto di vista dei consumatori, il riutilizzo, lo scambio d’usato o il riciclo sono dei buoni punti di partenza.

Infine, stando alle parole dell’economista Serge Latouche serve

«una vera rivoluzione culturale, perché si tratta di un cambio di paradigma e di mentalità. Questa rivoluzione si chiama decrescita. È uno slogan provocatore che agisce in rottura con il discorso euforico della crescita possibile, infinita e sostenibile. Cerca di dimostrare la necessità di un cambio di logica».

Per saperne di più è consigliato il libro di Serge Latouche «Usa e getta», oppure il documentario reperibile su «YouTube» di Cosima Dannoritzer intitolato «Obsolescenza programmata»: