Società | 24.04.2016

Dal Giura a Lampedusa: 12 mesi di volontariato

Text by Elena Botti | Photos by Febe Tognina
Ventunenne di Manno, Febe Tognina studia etnologia e geografia all' Università di Neuchâtel dallo scorso settembre. Dopo la fine del liceo, Febe ha deciso di prendersi un anno sabbatico da dedicare al volontariato. La sua non è stata un'esperienza trascorsa in un unico luogo, anzi, Febe ha viaggiato e lavorato in cinque posti diversi: a Soletta e nel Giura, poi in Sicilia, in Scozia e infine sull'isola di Lampedusa.
Una delle attività pomeridiane nel Giura: la raccolta delle mele per fare del succo.
Immagine: Febe Tognina

LE TAPPE DELL’ AVVENTURA

L’avventura di Febe inizia in una fattoria vicino Soletta. Durante questo periodo Febe vuole avvicinarsi alla realtà contadina svizzera, rinfrescare il proprio tedesco e tenersi occupata nelle vacanze estive.  Ad agosto si trasferisce per 5 mesi nel Canton Giura, dove per l’associazione SCI (Service Civile International),  presso un centro cantonale, ha il compito di responsabile per la prima accoglienza di richiedenti l’asilo. Dopo il Giura è il turno della Sicilia. Febe lavora in un centro della Chiesa Evangelica Valdese che ospita migranti minorenni non accompagnati. Poi la Scozia: per tre mesi la ventunenne fa parte di un team di volontari dedito alla preparazione pasti per una comunità, l’Iona community. Quest’ultima s’incontra quotidianamente sull’isola Iona per parlare di temi d’attualità e di religione. L’ultima tappa è la tristemente famosa Lampedusa, al centro della crisi dei migranti. Amnesty International vi aveva organizzato 10 giorni di campeggio all’insegna dell’informazione e della presa di coscienza in loco. Delle cinque tappe della sua avventura di volontariato, Febe ci ha raccontato l’esperienza nel centro per richiedenti d’asilo giurassiano.

IL MARTEDÌ IN GIURA, QUANDO “SI ENTRAVA NELLA REALTA QUOTIDIANA”

Nel centro per richiedenti l’asilo Belfond, nel Canton Giura, a Febe piacevano i martedì: era uno dei pochi giorni della settimana durante i quali i richiedenti l’asilo uscivano dal centro. Alle 7:45 iniziava la giornata tipo di Febe: la volontaria sfogliava l’agenda, dava un’occhiata al cahier con le annotazioni del sorvegliante notturno e controllava se ci fossero nuovi arrivi giornalieri. Dopodiché incontrava le persone e sparecchiava la colazione. Come volontaria si occupava della lista delle presenze e della distribuzione della corrispondenza. Lo staff si riuniva tutti i giorni per ricordare i compiti della giornata e bere un caffè, “seguito normalmente da molti altri caffè!”.

Quattro giorni a settimana si tenevano delle lezioni di francese, di cui spesso Febe si occupava da sola. “La lezione consisteva nella compilazione di una scheda contenente il vocabolario di base. Scopo finale di due ore di corso: ricordare qualche parola”. Febe ricorda i pranzi caratterizzati da riso con lenticchie, yogurt e pollo, pasta al pomodoro o patate con pesce. Il martedì il cuoco doveva fare la spesa per la settimana successiva, per cui gli ospiti avevano la possibilità di andare a La Chaux-de-Fonds, dove avevano la possibilità di fare acquisti con la paga settimanale che ricevevano. Febe e gli ospiti andavano in un centro dove vengono venduti oggetti di seconda mano a Emmaüs, scelto per i bassi prezzi. Uno degli oggetti più ricercati era il telefono, accompagnato dalle carte SIM.

Il martedì le piaceva perché i richiedenti uscivano dalla loro “bolla in fondo alla valletta giurassiana” e entravano nella realtà quotidiana, di cui avrebbero tanto voluto far parte. “Vedo che si annoiano a stare così isolati e che il martedì è – soprattutto per chi non può andare via il fine settimana – l’unico momento di cambiamento nella settimana”. Alla 16:30 la giornata lavorativa terminava e Febe usciva per una passeggiata nei dintorni per poter riflettere, liberare la mente da storie tristi e godersi il panorama dopo un’intensa giornata passata a tradurre e ad ascoltare richieste alle quali spesso rispondeva semplicemente con un “I don’t know”.

“NON E UNA VACANZA MA UN PERIODO DEDICATO AGLI ALTRI”

Febe è convinta che per fare il lavoro di volontariato che ha svolto per un anno non servono “particolari abilità”, perché le si apprendono mentre si lavora. “L’unica cosa importante è aver voglia di imparare e mettersi in gioco, e non è sempre evidente: non è una vacanza ma un periodo dedicato agli altri, che ti arricchisce molto. Sono dei momenti intensi, ora li ricordo tutti con piacere, ma non posso dimenticare la stanchezza ogni volta che posavo le valigie a casa, al mio ritorno”. Le conoscenze di Febe durano nel tempo e con alcuni dei volontari, collaboratori e richiedenti l’asilo è ancora in contatto e riesce addirittura a incontrare qualcuno di loro ogni tanto. I rapporti umani sono ciò che le è rimasto di più caro da questa esperienza.

Come tutti i liceali all’ultimo anno, anche Febe si era ritrovata a pensare agli studi universitari e quale direzione intraprendere. E proprio così, parlandone con la famiglia, la nonna le aveva consigliato un anno di pausa per capire quale strada più le appartenesse. Febe aveva quindi deciso di dedicare questo tempo non solo a se stessa ma anche agli altri. L’idea iniziale, ci racconta, era quella del volontariato nel continente africano: “avevo assorbito l’idea che il vero volontariato si facesse lì”. Ma ben presto Febe scopre che il volontariato si può fare anche in Svizzera e può essere ugualmente appagante. Inoltre conferisce uno sguardo più da vicino sul ruolo della Confederazione all’interno della crisi migratoria. E la scelta universitaria? È avvenuta comunque in tutta fretta “al ritorno dalla Sicilia, con la polmonite e una valigia, anzi due, da preparare per il viaggio in Scozia”.