Politica | 12.01.2016

EUROPA, ATTENTA!

La guerra sembrava essere stata estirpata decenni fa dall´Europa Occidentale, ma lo scenario politico si fa sempre più caldo e i discorsi sempre più aggressivi. Siamo sicuri che non possa tornare, o ci siamo scordati di ciò che accadde? Un´analisi dell´autore.
All’inizio del XX secolo il nazionalismo fomentò odio in Europa facendo scoppiare la 1° Guerra Mondiale.
Immagine: www.oxygen.enel.com

Con una situazione politica che a livello mondiale si fa di anno in anno sempre più esplosiva, non si può dire che il pianeta si stia muovendo verso un equilibrio pacifico. Conflitti avvampano ovunque e la tensione continua a crescere tra i grandi e piccoli attori dello scenario internazionale.

La guerra si è riavvicinata all’Europa come non faceva più da quando scosse i Balcani. Molti sono arrivati a credere che fosse stata sradicata dal continente, ma il conflitto ucraino (con i conseguenti movimenti della NATO nei paesi baltici) e gli attacchi terroristici ci hanno disillusi: la guerre riesce ancora a mietere vittime su suolo europeo.

Uragani politici

Questa considerazione è particolarmente grave se la si rapporta agli uragani politici che stanno scuotendo numerosi Paesi: mi riferisco alla popolarità enorme e ancora in crescita di partiti che (volontariamente o meno) gonfiano d’odio il cuore degli elettori. In Polonia e Ungheria i migranti vengono accusati di trasportare malattie, in Francia il Front National di Marine le Pen mette in guardia contro un’islamizzazione della società, in Svizzera l’UDC se la prende con chiunque non faccia parte de «i nostri» ed in Inghilterra il partito nazionalista UKIP cerca di tagliare i ponti con l’Unione Europea. Negli Stati Uniti questa tendenza si manifesta con Donald Trump che conquista il 30% degli elettori promettendo di far costruire un muro lungo la frontiera col Messico e di impedire l’accesso al Paese ai musulmani.

Pare che rinforzare le frontiere ostacolando i flussi internazionali, combattere l’immigrazione, diminuire i contributi allo sviluppo e adottare leggi che svantaggiano gli abitanti dei Paesi vicini siano le parole magiche per fare strage di voti.

Determinante per spiegare un simile successo è la difficile situazione economica nella quale numerosi Paesi europei e gli Stati Uniti versano. L’economia stagna, il debito si gonfia e la classe media continua a perdere membri a favore di quella degli indigenti. La frustrazione e la rabbia che ne risultano vanno a braccetto con le soluzioni proposte dai partiti nazionalisti, che identificano l’origine dei problemi con qualcosa di esterno: l’Unione Europea, gli immigrati, i frontalieri o delle minoranze. Non intendo discutere in questo articolo della correttezza e della validità economica delle misure previste da simili partiti, voglio invece far riflettere sulle conseguenze che il loro successo potrebbe avere sulla pace in Europa. Come anticipato prima la causa dei problemi viene attribuita a fattori esterni e la cura proposta è semplicemente allontanare ciò che fa male.

La questione delle frontiere

Ma se chiudiamo le frontiere, eliminiamo gli aiuti a coloro che hanno più difficoltà di noi e reintroduciamo i dazi doganali diminuendo il commercio internazionale che ripercussioni ci saranno sui rapporti con i nostri vicini? Semplice, diminuiranno. Per uno Svizzero andare in Francia o in Italia sarà sempre più complicato, in dogana si verrà sistematicamente controllati e potrebbero volerci delle ore per passare il confine. Le imprese ricominceranno a lavorare solo sul suolo nazionale, perché andare all’estero non sarà più conveniente. I contatti tra Svizzeri, Francesi, Tedeschi, Polacchi, Inglesi, eccetera saranno sempre più rari, facendo notevoli passi indietro sul processo di integrazione portato avanti in Europa negli ultimi 70 anni.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale ci si mise al lavoro per trovare un antidoto alla guerra che aveva fatto più di 50 milioni di vittime e si comprese che quando ci si conosce, c’è dialogo e ci sono scambi economici, difficilmente ci si spara addosso, e viceversa.

Ora, ogni voto in più per un partito nazionalista che si batte per il rinforzo delle frontiere e che preferisce le accuse e magari gli insulti ai vicini piuttosto che il dialogo, è una piccola sberla al lavoro fatto dopo la 2°GM e contribuisce a creare un clima di astio e diffidenza che potrà solo peggiorare le relazioni internazionali.

Guerra, una realtà lontana?

Ormai da decenni nell’Europa occidentale siamo abituati a credere che la guerra sia qualcosa di necessariamente lontano dai nostri confini, una faccenda della quale si legge sul giornale, non certo che si vive sulla propria pelle. Ma l’isola di pace nella quale viviamo non è né innata né indistruttibile, è invece una fragile realtà artificiale costruita nei decenni grazie a dialogo, pazienza e legami economici e personali.

Non sto dicendo che se Marine le Pen vincesse le elezioni i Mirage francesi tra due anni sorvolerebbero il confine con la Germania carichi di razzi, ma è sicuro che se UKIP, l’UDC, il Front National e i loro equivalenti in tutta Europa continuassero con la loro ascesa il clima internazionale comincerebbe a gelarsi.

E a quel punto, quanto potrebbe volerci perché cominci a surriscaldarsi? Mitterrand nel ’95 ci ha avvertito: »Le nationalisme, c’est la guerre!».