Cultura | 08.09.2015

Una storia per chi, di notte, sogna sempre ad occhi aperti

Simona Scopazzini è la giovane autrice dietro al racconto "Centosettantanove notti", una accanto all'altra. A vent'anni, studia psicologia a Losanna e a luglio ha pubblicato il suo primo libro presso la casa Fontana Edizioni. Quest'intervista si propone di rivelare alcune delle molte piccole cose che un racconto custodisce in sé, nella sua storia e negli avvenimenti che alla storia hanno dato forma e vita. Intervista.
L'autrice con il suo romanzo.
Immagine: Simona Scopazzini

Il tuo primo libro, com’è stato scriverlo e poi pubblicarlo? Raccontaci quali difficoltà  hai dovuto superare, descrivici quanta soddisfazione, o quali emozioni hai provato una volta che l’hai potuto ammirare ultimato e pronto per essere posto in libreria, magari a fianco di libri che hanno lasciato segni indelebili nella Storia, o almeno nelle storie delle persone che li hanno letti.

Il mio primo libro. È strano dirlo, perché in realtà  mi sembra di averne scritti cento. Non facevo altro da bambina: mi ritrovavo a raccontare ciò che facevo, nella mia testa, perché solo così sembrava diventare vero. È paradossale, certo, perché spesso il mondo reale è quello là  fuori e il mondo dello spirito quello interno ed incerto, tremolante, incessantemente messo in discussione. Eppure le cose diventavano palpabili solo quando riuscivano a tradursi in frasi, e i colori in esclamazioni, gli eventi in storie.

 

Poi sono cresciuta e ho iniziato a scrivere, veramente, su fogli, quaderni, al computer. Frasi, piccoli racconti, storie per bambini, brevi sprazzi della giornata. E così è iniziato il mio romanzo. Se qualcuno mi chiedesse “Quando tempo ti è servito, per scriverlo?” e io gli dovessi rispondere sinceramente, dovrei dire “Tutta una vita.”. Anche se in realtà  per comporlo mi ci sono voluti solo tre mesi. La mia fortuna è stata di aver incontrato un editore pronto a prendersi il rischio di pubblicare un racconto di un’autrice completamente sconosciuta: ed eccomi qui.

 

Ancora non riesco a crederci, e ogni volta che entro in una libreria il mio cuore fa un piccolo balzo quando i miei occhi indovinano la copertina bianca e azzurra tra le novità  del mese. Non ci posso fare niente, è un’emozione incredibile. Il mio sogno fin da quando posso ricordare. Ed ora è davanti ai miei occhi, ai vostri, e ancora mi sembra irreale. Forse dovrò fare un passo indietro, tornare bambina, e raccontarmelo, così che possa esistere davvero.

 

Mentre scrivevi, sapevi già  che la tua storia era destinata a diventare romanzo? Se no, quando hai deciso che la tua storia non sarebbe rimasta annotata tra fogli e quaderni riposti in un cassetto?

Come già  accennato, scrivere è stato -˜semplice’: in un’estate avevo completato la storia. È stato il dopo che mi ha posto qualche problema. L’idea di trasformare il mio racconto in romanzo è nata quasi subito dopo averlo completato, ma l’inizio dei miei studi a Losanna ha creato – insieme ad emozioni contrastanti e ad una sensazione di sradicamento dolceamara – un momento di stasi nel quale non ho avuto il tempo di prenderlo in mano e di rivederlo.

 

Ma dopo il primo semestre il desiderio di calcare il livello successivo era troppo impellente: dovevo pubblicarlo. Perché, come afferma sapientemente Umberto Eco: “C’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.”.

Io dovevo dire questa cosa a qualcuno. Dovevo perché il desiderio di trasmettere il mio racconto non mi faceva dormire, e mi spaventava terribilmente e mi accendeva senza che io potessi fare niente. Non potevo nascondere quella luce, perché io stessa non riuscivo a frenarla, e dovevo assolutamente darle un senso.

 

Un dettaglio che mi ha colpito molto è il fatto che sei stata tu a curare personalmente tutto l’aspetto illustrativo ed artistico dell’edizione, peraltro riuscendoci molto bene, a mio parere. È stata una decisione presa contemporaneamente a quella di stampare? Oppure queste immagini esistevano già , forse ai margini delle pagine del tuo manoscritto? Insomma, quando e perché sono stati i tuoi disegni a rappresentare la tua storia?

Mi piace pensare di essere sempre stata una persona creativa. In casa avevo a disposizione pennelli, colori, acquarelli, tele, in quanto una delle passioni di mio padre è la pittura. Dipingeva molto quando era giovane, poi ha smesso. Ed ho cominciato io. Adoro tutte queste forme d’arte che implicano colori, forme, design, scritte creative: infatti sia la mia camera a Lugano che la mia casa a Losanna sono tappezzate di disegni personali e schizzi d’arte “sperimentale”. Così ho approfittato di questa mia ancora non proprio ferrata vocazione per spolverare il mio racconto con qualche piccolo disegno che già  era stato creato a pari con la stesura scritta. Quindi sì, esistevano già  come un’altra tecnica per rendere tutto ancora più reale e colorato.

 

In copertina, accompagnano il titolo dei narcisi…

…rubati.

 

Parlando di presentazione, non dimentichiamoci del titolo: perché Centosettantanove notti? E, se lo concedi, cosa fanno una accanto all’altra?

Un anno in Antartide presenta le caratteristiche climatiche più bizzarre del mondo: metà  è caratterizzato dalla presenza costante del sole, mentre l’altra dalla sua assenza più totale. La notte polare è un fenomeno astronomico per il quale durante l’inverno, a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre, il sole non sale mai sopra l’orizzonte, e quindi è sempre notte. Per l’esattezza è “notte” per centosettantanove notti, una accanto all’altra. Sei mesi d’oscurità  nei quali i pinguini si ritrovano a doversi schiacciare uno contro l’altro per resistere al gelido inverno del polo che minaccia ogni anno di ucciderli: si spingono formando delle configurazioni adatte al mantenimento e alla distribuzione democratica del calore dei loro corpi, e così molti sopravvivono all’inverno. Esatto, proprio così, uno accanto all’altro.

 

Vi starete chiedendo che diamine c’entra tutto questo con la mia storia. Anche io me lo sono chiesta. Poi sono arrivati Noah e Serena, i personaggi principali, e tutto ha preso, d’un tratto, un senso. Niente di meglio che un luogo paradossale, per guarire ferite paradossali.

 

Ci sono alcune citazioni che costellano il tuo libro: in epigrafe, all’inizio di ognuna delle tre parti che scandiscono la storia e, infine, in chiusura. In epigrafe, ad aprire la seconda parte ed in chiusura hai scelto pezzi tratti da un autore che deve avere avuto una certa importanza per te, Alessandro Baricco. Inoltre, se non erro, almeno due di queste citazioni si ritrovano in quella che forse è la sua opera più rappresentativa: Oceano Mare. Come mai riferire così esplicitamente al lettore una delle tue fonti d’ispirazione?

Alessandro Baricco è, e sarà  sempre, uno dei miei autori preferiti. Il suo tipo di scrittura divide i lettori in due gruppi indissolubili: chi lo ama, e chi lo odia. Io lo adoro. Premettendo la mia convinzione che per tutto ciò che amiamo nella vita c’è stato, inizialmente, uno scontro; con Baricco mi sono scontrata. Un giorno iniziai a leggere Questa Storia e le prime pagine mi confusero a tal punto che lo riposi nuovamente nella libreria e decisi di non aprirlo mai più. Penso che sia l’unico modo per cominciare ad amare, il rifiutare. Il riconoscere che qualcosa non cammina sul tuo stesso sentiero, che schiaccia altre foglie, vede altri panorami. Ciò che è esotico ci attira a tal punto da voler allontanarsene ad ogni costo. Probabilmente ero anche troppo letteralmente acerba.

 

Ma qualche anno dopo aprii Oceano Mare perché le copertine e le citazioni che spesso incontravo qua e là  mi chiamavano, mi chiedevano di dar loro un’altra possibilità . E così lessi questo capolavoro, in poche ore, senza riuscire a distogliere gli occhi dalle pagine. Non tornai più indietro. Lo riposi nuovamente nella libreria ma questa volta per pescare tutti gli altri, perché d’un tratto quello che volevo fare era vivere tutte quelle storie che avevo ciecamente respinto.

 

Ho deciso di condividere con il lettore solo le frasi che potessero avere un qualche legame con il mio racconto; così che attraverso qualcosa di, magari, famigliare, avessero potuto accettare il mio modo di scrivere, ancora sconosciuto. Come un accompagnatore che, presa la mano del lettore, l’avrebbe poi guidato attraverso le pagine. Un Virgilio per tutti questi Dante che avrebbero affrontato un viaggio ignoto.

 

Continua…