Cultura | 15.09.2015

Una storia per chi, di notte, sogna sempre ad occhi aperti

Simona Scopazzini è la giovane autrice dietro al racconto "Centosettantanove notti", una accanto all'altra. A vent'anni, studia psicologia a Losanna e a luglio ha pubblicato il suo primo libro presso la casa Fontana Edizioni. Quest'intervista si propone di rivelare alcune delle molte piccole cose che un racconto custodisce in sé, nella sua storia e negli avvenimenti che alla storia hanno dato forma e vita. Intervista, seconda parte.
La copertina di "Centosettantanove notti, una accanto all'altra".
Immagine: Simona Scopazzini

Leggendolo, si ha pure l’impressione che nei tuoi personaggi ci sia moltissimo di te e delle persone a te care. Il tuo racconto a sprazzi ha l’aria di essere quasi intimo, ma allo stesso tempo il suo fine è quello di aiutare il lettore a guarire/ ancora/ un po’.

Il racconto e le storie di qualsiasi scrittore sono intime. Poiché esse sono frutto della loro immaginazione, o dell’osservazione di fatti reali, conseguentemente sono estremamente personali. Dal momento che qualcosa viene filtrato dal nostro cervello diventa intimamente nostro, poiché viene tradotto in una lingua che noi soli possiamo decifrare, e viene giudicato di conseguenza. Non c’è un solo scritto, su questa terra, che non appartenga intrinsecamente al suo autore. Nel nostro corpo e nella nostra cognizione ci sono talmente tante variabili che sarebbe impossibile affermare che qualcosa che sia passato attraverso di essi sia ancora oggettivo. Le storie che vediamo, sono nostre, perché le modifichiamo inconsapevolmente e continuamente. La nostra memoria in realtà  è una delle cose più soggettive che esiste, perché non ricorda, ma costruisce. Ciò che scriviamo è nostro anche se le azioni descritte sono di qualcun altro. Tutto ciò che realizziamo contiene, in sé, progetti già  esistenti in noi da poco o da sempre, schemi di pensiero così intricati e diversi per ognuno di noi che sarebbe impossibile costruirne due uguali.

Quindi sì, nei miei personaggi e nei paesaggi che ho descritto c’è molto di me, e di chi mi conosce, e anche di chi un giorno mi è passato davanti per caso. Di quella signora appollaiata sulla panchina vicino a quel pesco, di quel bambino che si sta sporcando con il gelato, di quel soffio di vento che ha spostato quella distesa d’erba alta, quella sera del 13 aprile. Tutto questo fa parte di me e, necessariamente, del mio racconto.

 

La tua storia è, anche, un percorso di guarigione che uno dei protagonisti deve compiere. Questa guarigione avviene però grazie allo scontro, o all’unione, di elementi agli antipodi: il giorno deve fare breccia nella notte, una luce fioca s’insinua a costo di estremi sforzi in un’oscurità  spessa ed avvolgente. A tratti pare non farcela, nel principio del racconto pare quasi sia giusto così, e fino all’ultimo sembra non sia destino per la notte che ci descrivi di tornare alba, e giorno. È questa tensione tra poli opposti il modo di guarire?

Come detto in precedenza, lo scontro può portare a qualcosa di buono. Dal momento in cui ci si confronta con qualcosa di sconosciuto ci si mette in gioco, si migliora, si tollera. Questo è un modo di crescere. Ovviamente ci sono altre forme di conflitto che purtroppo, non riuscendo a divenire comprensione, sfociano in ostilità  controproducenti. Ma per il momento mi piacerebbe concentrarmi su questo risultato positivo: Noah e Serena sono differenti. Anzi, sono due opposti, esattamente come la notte e il giorno. Non riescono spesso ad incontrarsi, esattamente come questi ultimi, che si toccano solo al crepuscolo e all’alba. È una relazione logorante poiché ciò che più ami ti sfugge, senza che tu possa trattenerlo. Però i due ragazzi non si scoraggiano perché sanno che l’unico modo per guarire è anche soffrire. Senza sofferenza non si torna allo stato ottimale, perché senza dolore non si riesce a cambiare la propria visione del mondo. Non c’è la spinta. La loro spinta è il fatto che d’un tratto si accorgono di non poter fare a meno l’uno dell’altro. Allora una guarigione si rende necessaria, per poter sopravvivere, e il contrasto e le sovrapposizioni dissonanti sono un modo per comprenderlo. Ma, infine, c’è davvero bisogno di riempire i connotati del cosiddetto “Chi si assomiglia si piglia” per poter essere felici?

 

Spesso, in Centosettantanove notte, una accanto all’altra, si scatena una bufera, o una tempesta. Quasi degli annunci, delle epifanie, che però trattengono nella loro essenza l’ennesima forma di tensione, reale ed astratta, che distingue le storie intrecciate dei tuoi -dei nostri- protagonisti. Ti va di spiegarci le origini, i significati metaforici di questa suggestione?

Le ricorrenti tempeste e le metafore legate ad esse sono un altro modo per sottolineare questa tensione, questa necessità  di smuovere i fondamenti di leggi consolidate e seguite per inerzia. I temporali preannunciano istanti pressoché catastrofici: pioggia incessante, violenti gorgoglii del cielo e un’oscurità  talmente minacciosa e avvolgente che sembra sia giunta la notte. Eppure quando termina, la flora è rinvigorita, gli animali dispongono d’acqua, la terra è nutrita.

 

Ora un piccolo dettaglio: nella prima parte, al lettore non è dato sapere con precisione dove si svolge la storia. Egli ha la possibilità  di farsi un’idea precisa dell’ambiente in cui si sviluppa senza però poterla collocare da un punto di vista, per così dire, topografico. Ancora, i riferimenti ai nomi di luoghi sono tutti, coerentemente, in inglese. Come mai questa scelta?

La precisazione topografica è infatti inesistente. Questo perché nella prima parte del racconto è totalmente inutile a causa del fatto che la storia si focalizza sui personaggi e i loro luoghi interiori piuttosto che quelli nei quali si spostano fisicamente. Ecco quindi che la stanza di Noah è meglio descritta della città  in cui vive, perché essa, a differenza di quest’ultima, ha un significato simbolico e può rappresentare esternamente il suo mondo interiore. Le descrizioni degli spazi a contatto con i personaggi aiutano a comprendere ciò che sono veramente, perché essi sono, sempre, dei riflessi o delle conseguenze di ciò che siamo.

I nomi sono in inglese perché volevo aggiungere un altro strato di carta velina tra i riferimenti simbolici e la comprensione del lettore. Volevo che essi fossero raggiungibili e apprezzabili grazie ad una certa lontananza, una certa leggerezza incerta di paesaggio, o di quadro.

 

Un altro dettaglio che mi ha molto interessato è l’atteggiamento del protagonista maschile, Noah, nei confronti di ciò che lo circonda. La sua timidezza alle volte sfocia in un senso di superiorità  che si mischia ad una sorta d’incapacità  di comprendere. Quest’attitudine verso “l’altro” cambia sensibilmente con l’incontro della protagonista e più marcatamente nella seconda parte, dove il contesto si stravolge riducendosi. Quali sono i motivi di questo comportamento? E, se quest’intuizione non è a sproposito, la puoi descrivere più approfonditamente?

Il comportamento di Noah è enigmatico poiché lui stesso non ne comprende le movenze. Si comporta come un adolescente la cui personalità  è ancora diffusa e quindi ben lontana dall’essere stabile; fa ciò che sente, dice ciò che vede. Questo può essere scambiato spesso per un atteggiamento noncurante o rassegnato.

In realtà  questo è un modo per osservarsi e comprendere maggiormente come si è fatti, poiché noi stessi – chi saltuariamente e chi perennemente – non lo sappiamo.

L’incontro con la protagonista cambierà  molte cose, tra le quali anche le reazioni inizialmente apatiche di Noah. Inutile dire che una tempesta sconvolge sempre ciò che trova sulla propria strada.

 

Chi ha letto, o leggerà , il libro, conosce comunque fin da subito quello che passa per la testa di Noah. Mentre la protagonista femminile, Serena, è, al contrario, un mistero che si scopre poco a poco, ma che non si lascerà  mai svelare completamente. Mi piacerebbe chiederti se è l’amore la forza che si cela dietro la fragilità  della ragazza, oppure se, oltre ad esso, c’è già  qualcosa che è dentro di lei prima ancora che lei incontri Noah.

Esattamente, Serena è come una creatura timida che non si lascia facilmente scorgere, un piccolo animale che si ritrae e si nasconde a molti segnali d’interazione, di quelli che sembra impossibile trattenere. È questa sensazione, propria al protagonista, che volevo far provare anche al lettore. La sensazione di non riuscire a scorgerla davvero. Come un riflesso.

Ci sono molte forze, in realtà , dietro questa facciata apparentemente schiva. E sì, una di queste è sicuramente l’amore, che in lei diventa enorme e sconsiderato e rischioso, ma imprescindibile.

 

Bene, per chiudere in bellezza una domanda quasi d’obbligo: quando potremo incontrare di nuovo il tuo nome sulla copertina di un racconto, magari di un vero e proprio romanzo?

Non ne ho idea! Al momento vivo la mia vita come viene, studio, mi sposto, disegno, faccio ciò che le occasioni mi offrono. È un modo di esistere dolce, e imprevedibile. Non so ancora dove sarò fra due anni, cosa starò facendo, perché il mio ventaglio di interessi non mi permette di sapere che cosa mi piacerà  domani. Però una cosa la so: se avrò il tempo (perché è soprattutto questo che spesso manca) mi lancerò senz’altro in un altro racconto, perché scrivere non è un risultato che si raggiunge e basta, ma è un percorso, un modo di vivere. È una parte di me alla quale non posso assolutamente rinunciare perché mi permette di abbellire, modificare, arricchire ciò che vedo, di rendere tutto meno brutto, o meno bello, di annotare ciò che non voglio dimenticare, o scrivere di ciò che voglio scordare così che possa essere archiviato e superato. Scrivere, come leggere, è anche un modo di guarire. Di urlare. Di piangere. Di sospirare. Di sussurrare.

Quindi urlate. Piangete. Guarite.

Perché in fondo siamo tutti scrittori, dal momento in cui scriviamo una lettera, o narriamo una scena, o riferiamo una storia. Siamo tutti capaci di dire qualcosa, sempre; dal momento in cui creiamo i nostri sentieri e ci dipingiamo i nostri passi.