Politica | 30.08.2015

Libertà  e sicurezza attraverso la legge sulla protezione dei dati

Quale il rapporto tra etica e protezione dei dati? Tink ha intervistato Markus Krienke, professore di filosofia moderna e di etica sociale alla Facoltà  di Teologia di Lugano.
Immagine: Christof Kleger

Il tema della protezione dei dati è al cuore della Sessione dei giovani di quest’anno. Tra i giovani intervistati da Tink.ch Ticino si sono formati due gruppi con opinioni diametralmente opposte: chi sostiene che ogni persona ha il diritto di decidere liberamente quali dati debbano essere resi accessibili a chi e quando; e chi dà  la precedenza alla sicurezza nazionale.

D’altro canto, tutti sono giunti alla conclusione che si tratta di una questione delicata, una questione etica: è difficile delimitare quella che è la sfera privata. Proprio a proposito del rapporto tra etica e protezione dei dati, Tink ha intervistato Markus Krienke, professore di filosofia moderna e di etica sociale alla Facoltà  di Teologia di Lugano.

 

Il tema della protezione dei dati è attualmente oggetto di dibattito e riflessione in Svizzera. Qual è la posta in gioco?

L’attuale dibattito sulla protezione dei dati, che si è sviluppato dopo l’11 settembre a causa dell’elevato rischio di eventi terroristici, non è nient’altro che una nuova “edizione” del dibattito tutto moderno sul giusto equilibrio tra “libertà” e “sicurezza/ordine”, e sulla legittimazione dello Stato a intervenire nella sfera di libertà  e di autodeterminazione di ogni singolo cittadino o persona che si trova nel suo territorio, con la giustificazione etica e giuridica della protezione della libertà  di lui e di tutti.

 

Al di là  delle due posizioni estreme, quella libertaria/anarchica e quella protezionista/paternalistica, ogni posizione media, e quindi “etica”, definirà  come proprio punto di partenza che senza protezione statale della sicurezza, la libertà  diventa qualcosa di utopico e non può essere concretamente garantita. Ovviamente, in questo dibattito viene dato per scontato l’argomento che l’elevato rischio di terrorismo e l’utilizzo, da parte dei potenziali terroristi, delle tecnologie digitali più moderne, richiedono anche da parte di chi protegge le libertà  un aggiornamento delle politiche di controllo su tali tecnologie. Chi rifiuta qualsiasi dibattito sull’aumento delle misure di sicurezza, risulta nel momento storico attuale giustamente ingenuo. In questo senso, Snowden ha giustamente sensibilizzato il dibattito pubblico, ma certamente non può fornirci anche la soluzione.

 

Come si fa quindi a individuare questa ‘via di mezzo’ tra libertà  e sicurezza?

Vorrei proporre tre criteri etici che aiutino a trovare quella “giusta misura” per il legislatore a determinare quel “quanto meno possibile” e “quanto più necessario” allo stesso momento.

 

La prima regola, e allo stesso momento quella più importante, è che, come ogni dispositivo legislativo che limita la libertà  di tutti, la legge sulla protezione dei dati deve essere formulata concretamente e non generalmente. In altre parole, ogni legge che ammette la conservazione generale e indeterminata dei dati di tutti, senza che tale conservazione si giustifichi per un motivo evidente, non può essere ammessa. Salvare e conservare i dati di tutti i cittadini indistintamente, senza criteri e senza motivi concreti di rischio o pericolo, anche se solo per un determinato periodo, sarebbe quindi una direttiva che rimarrebbe troppo vaga per ottenere una valida giustificazione etica. Si tratta, in un linguaggio più giuridico, della “adeguatezza” come requisito per ogni legge che rischia di limitare la libertà  dei cittadini. La sicurezza non deve diventare la legittimazione universale per restringerla.

 

Il secondo criterio riguarda il contesto internazionale: infatti con il problema della conservazione e protezione dei dati, il classico argomento “libertà” e “sicurezza” oltrepassa il classico quadro “moderno” dello “Stato nazionale”: ogni Stato che pensa di poter risolvere da solo il problema della sicurezza dei suoi cittadini finisce per diventare, nel contesto globalizzato, uno Stato paternalista e protezionista, senza riuscire effettivamente a realizzare i suoi, pur comprensibili, intenti. Sarebbe da ricordare, a questo punto, anche progetti europei per il rivelamento del potenziale di pericolo che si realizza nell’ambito delle tecnologie digitali, come il FESTOS (“Foresight of Evolving Security Threats Posed by Emerging Technologies”) o altri.

 

Come ultimo punto, che sicuramente segnala ciò che ogni singolo può fare per “proteggersi” dall’utilizzo dei dati, nella misura in cui è consentito dai due punti precedenti ossia dai dispositivi governativi di conservazione dei dati, è un’educazione all’utilizzo dei media digitali: la stragrande maggioranza dei cittadini contribuisce alla sua identificazione digitale con processi quotidiani e apparentemente “innocui”. Attraverso i social media mette a disposizione pubblica informazioni e dati personali che possono essere utilizzati da tutti, in quanto ha dato il suo esplicito o implicito consenso. In questi casi l’argomento etico mira a responsabilizzare di più ogni singolo nell’effettivo utilizzo di tali strumenti: attraverso l’autoeducazione e l’educazione dei giovani. Chi utilizza determinati dispositivi tecnici e digitali dovrebbe essere allo stesso momento cosciente dei rispettivi rischi – proprio il nostro tempo tecnologico e digitale ci rende consapevoli che possiamo godere della libertà  soltanto insieme ad una maggiore consapevolezza nel suo utilizzo.

 

Cosa pensa del fatto che giovani dai 14 ai 21 anni discutano su temi di grande portata come questo?

Società  “aperte”, caratterizzate dalla valorizzazione della libertà  come valore e bene di tutti e della possibilità  di autodeterminazione etico-morale di tutti, si devono caratterizzare anche per un livello elevato di dibattito pubblico. Curare eticamente lo spazio pubblico, soprattutto tramite il discorso, è la contropartita etica necessaria per il godimento della libertà . Ciò significa, che la cura della sicurezza non deve essere intesa solo come compito sovrano, ma di tutti. Pertanto è un grande valore etico accompagnare la legislazione parlamentare con il dibattito, come viene svolto, tra l’altro dalla Sessione dei giovani.