Cultura | 09.06.2015

Muse: non è tutto oro quel che luccica

Text by Omar Cartulano | Photos by Omar Cartulano
L'eclettico trio rock britannico sabato 6 giugno era a Bienne, in qualità  di headliner del Sonisphere Switzerland 2015. L'attesa era altissima, ma le aspettative sono veramente state ripagate? Il commento di Omar Cartulano.
Il tramonto ha fatto da sfondo all'arrivo sul palco di Bellamy, Howard e Wolstenholme.
Immagine: Omar Cartulano

Le 21 sono scoccate già  da alcuni minuti e qualche raffica di vento dà  sollievo al folto pubblico che ha combattuto tutto il pomeriggio contro la canicola. In questa afosa serata di inizio estate fulmini e pioggia sembrano restare ben lontani dal lido di Bienne, nei pressi del quale si sono assiepate circa 35’000 persone, in spasmodica attesa di una delle band di maggior successo del ventunesimo secolo.

 

Drones, il ritorno dei vecchi Muse?

Drones, il nuovo album del gruppo britannico, segna il ritorno, per loro stessa ammissione, verso sonorità  più rockeggianti dopo le sperimentazioni elettroniche degli ultimi due lavori in studio. La curiosità  di scoprire dal vivo come sarebbero risuonati i nuovi pezzi era grande, ma i Muse hanno scelto di presentare solamente quattro dei nuovi brani, puntando per il resto a presentare soprattutto i pezzi che hanno fatto il successo del gruppo.

 

Tra le nuove canzoni sono stati presentati i primi singoli Psycho, Dead Inside, Mercy e Reapers. In live sembrano funzionare discretamente e Mercy sembra perfetta per un tour nei grandi stadi, ma ciononostante i problemi non mancano. Soprattutto l’entrata in materia: il sound di Psycho risulta abbastanza fiacco e tutto meno che perfetto. La voce di Matthew Bellamy è quasi sommersa da bassi e batteria e lo spiacevole errato bilanciamento tra gli strumenti e la parte canora accompagna il live anche nei pezzi successivi. Per poter apprezzare la voce del frontman toccherà  praticamente attendere la più elettronica Madness, ottavo pezzo della scaletta.

 

Quest’ultima ha proposto al pubblico una breve – lo show è durato solamente un’ora e venti – selezione dei classici del gruppo oltre che una considerevole parte di tracce dall’album Absolution, uscito nel lontano 2003. Una scelta coraggiosa da parte della band, che regala ai fan di prima data delle chicche inattese, ma che lascia perplesso buona parte del pubblico da festival, meno avvezzo alle gesta dei britannici.

 

Quando oltre all’arrosto manca pure il fumo

La sensazione è che i Muse abbiano voluto presentare uno show capace di ripescare i vecchi brani in tema col nuovo album, incentrato su un futuro distopico dove droni e macchine la faranno da padrone. A lasciare perplessi non è tanto questa scelta, bensì la performance nuda e cruda del trio. I concerti dei Muse sono spesso raccontati come degli eventi epici, dove luci, scenografie e oggetti di varia natura si sommano per dare vita a degli spettacoli senza paragoni. Ebbene, il contesto da festival ha probabilmente impedito di allestire tali aspetti “fumosi” e quindi al pubblico non è stato offerto null’altro che un concerto più classico, dove a contare è soprattutto la musica, “l’arrosto”, quello che è e dovrebbe comunque restare l’aspetto centrale di ogni concerto.

 

Ed è qui che il trio rock britannico manca in pieno l’obiettivo. Oltre ai già  citati problemi nel godere della voce del cantante, il livello del volume in generale sembra livellato verso il basso come non mai, tant’è che pur trovandosi a non troppi metri dal palco ci si trova costretti a restare in silenzio e a non cantare per buona parte dei pezzi per riuscire a sentire qualcosa ed evitare di trasformare la serata in un karaoke. New Born perde tutta la sua energia, Time Is Running Out sembra sussurrata e tra le poche highlights della serata c’è solo il poderoso finale di Knights Of Cydonia, che chiude una prestazione altrimenti asettica e priva di qualsiasi originale interazione col pubblico.

 

Prima di gettare totalmente la croce addosso ai Muse, sarebbe in ogni caso opportuno capire se dietro alla dubbia prestazione sonora – che va detto, a partire dalla quarta-quinta canzone è sembrata crescere di livello, per poi deludere nuovamente in alcuni brani successivi – non ci sia anche qualche responsabilità  tecnica degli organizzatori del festival elvetico.